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Un martelletto da giudice in legno poggiato su documenti antichi con sigilli in ceralacca, all'interno di un'aula di tribunale illuminata dalla luce del sole.

Caso Lavitola, il Riesame respinge l’istanza: l’ex editore resta in carcere

Di Angela Frazzetta Svolta giudiziaria di rilievo nelle ultime ore sulla posizione di Valter Lavitola. I giudici del Tribunale del Riesame di Roma hanno respinto la richiesta di scarcerazione e di concessione degli arresti domiciliari presentata dai legali dell’ex editore, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. Nella decisione emessa nel corso della giornata, i magistrati hanno confermato la...

POLITICA

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10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Rompere il silenzio per non lasciare soli gli adolescenti

10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Rompere il silenzio per non lasciare soli gli adolescenti

Di Elisa Stefanati Il 10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, invita a fermarsi su una parola difficile da pronunciare, soprattutto quando riguarda i più giovani: suicidio. Una parola che spesso gli adulti temono, che cercano di allontanare, che può sembrare persino pericoloso nominare. Eppure è proprio dal silenzio che occorre partire per fare prevenzione.  Quando un adolescente arriva a pensare al suicidio, infatti, non esiste quasi mai una sola causa e non esiste un identikit capace di spiegare chi sia a rischio. «Prima di ogni fattore di rischio, c’è un ragazzo con la sua storia, le sue relazioni e il suo modo di vivere il dolore», spiega Paola Comito, psicoterapeuta, supervisore e facilitator EMDR, collaboratrice del CRSP Centro Ricerche e Studi in Psicotraumatologia di Milano.  Il comportamento suicidario è un fenomeno complesso, nel quale possono intrecciarsi vulnerabilità individuali, sofferenza psicologica, traumi, difficoltà familiari e relazionali, isolamento, bullismo e cyberbullismo, perdite, violenza, discriminazione e fallimenti vissuti come impossibili da superare. Ma trasformare tutto questo in una semplice lista di fattori di rischio rischia di far perdere di vista la persona.  Perché, molto spesso, chi pensa al suicidio non desidera davvero morire: desidera che finisca una sofferenza che in quel momento appare insopportabile, interminabile e soprattutto senza possibilità di cambiamento. È come se il futuro si restringesse fino a scomparire. «Nessuno può capire quello che provo, nessuno può aiutarmi, questa situazione non cambierà mai»: il pensiero può diventare una prigione nella quale non sembra più esistere un’alternativa.  Nell’adolescenza questo restringimento delle possibilità può assumere una forza particolare. È l’età nella quale appartenenza, giudizio dei coetanei, relazioni affettive, corpo, identità e ricerca del proprio posto nel mondo acquistano un peso enorme. Quello che a un adulto può apparire transitorio, per un ragazzo può assumere, nel momento della crisi, il carattere dell’assoluto e del definitivo.  Ed è proprio su quella parola – definitivo – che la prevenzione può intervenire. Una crisi può cambiare, una sofferenza può essere curata, una situazione che oggi appare senza soluzione può essere guardata domani da una prospettiva diversa. Ma quando si è immersi nel dolore, questa possibilità può essere impossibile da vedere da soli. La prevenzione significa allora anche restituire possibilità dove il ragazzo non riesce più a scorgerne.  Imparare a riconoscere un cambiamento  Ma come può un adulto accorgersi che qualcosa non va? Esistono segnali che meritano attenzione: un cambiamento marcato rispetto al comportamento abituale, il ritiro dalle relazioni, la perdita di interesse per attività prima importanti, alterazioni significative del sonno o dell’alimentazione, un improvviso calo del rendimento scolastico, comportamenti autolesivi o fortemente impulsivi, abuso di sostanze, espressioni di inutilità e disperazione, fino ai pensieri legati alla morte. Anche frasi come «non ce la faccio più», «non servo a niente», «sarebbe meglio se non ci fossi» non dovrebbero essere liquidate come semplici espressioni adolescenziali. Ma c’è un’altra trappola: pensare che la prevenzione coincida con la capacità di individuare sempre e comunque il segnale giusto. Dopo il suicidio di un adolescente, racconta Comito, può accadere che adulti e ragazzi cerchino a posteriori quel particolare che avrebbe dovuto far comprendere ciò che stava accadendo: «Avremmo dovuto accorgercene? C’era qualcosa che non abbiamo visto?». È una domanda umana, ma rischia di alimentare l’illusione che ogni suicidio possa essere previsto se soltanto si è abbastanza attenti.  La prospettiva dovrebbe essere diversa: non sorvegliare i ragazzi alla ricerca di sintomi, ma conoscerli abbastanza da accorgersi quando qualcosa cambia. E, soprattutto, costruire prima una relazione nella quale sia possibile dire «non sto bene» senza sentirsi deboli, sbagliati o destinati a deludere gli adulti.  La parola suicidio non mette idee in testa  C’è poi un tabù da rompere: chiedere direttamente a un ragazzo se sta pensando al suicidio non significa suggerirgli l’idea. Al contrario, può aprire uno spazio nel quale finalmente trovare le parole per raccontare ciò che fino a quel momento è rimasto nascosto. Comito, anche attraverso l’esperienza maturata in una chat di prevenzione del suicidio dedicata ai ragazzi, ha incontrato giovani capaci di scrivere dietro uno schermo pensieri che non erano mai riusciti a pronunciare ad alta voce. Pensieri vissuti come terribili e indicibili, ma che aspettavano soprattutto di poter essere condivisi. Il problema, spesso, è la difficoltà degli adulti ad ascoltare. Davanti a una frase drammatica la reazione immediata può essere quella di rassicurare: «Non dire così», «Vedrai che passa», «Hai tutta la vita davanti», «Non è poi così grave». Frasi pronunciate con le migliori intenzioni, ma che possono trasmettere al ragazzo un messaggio diverso: non hai capito quanto sto male. Ascoltare non significa però gestire da soli una situazione di rischio. Quando compaiono pensieri suicidari, intenzioni o piani concreti, comportamenti autolesivi importanti o una condizione di grave sofferenza, è necessario coinvolgere tempestivamente professionisti competenti. Se il rischio è imminente, occorre attivare immediatamente i servizi di emergenza e non lasciare il ragazzo solo. L’adulto non deve diventare il terapeuta: può diventare il ponte verso l’aiuto.  Non solo rischio: la rete che protegge  Parlare di prevenzione significa però andare oltre l’emergenza. Significa interrogarsi su ciò che può proteggere un adolescente prima che la sofferenza diventi ingestibile. Sentirsi parte di qualcosa, avere relazioni significative, incontrare adulti affidabili, poter contare sugli amici, frequentare una scuola nella quale sentirsi visti, avere attività capaci di restituire competenza e valore, riuscire a immaginare un futuro e, quando necessario, trovare rapidamente un aiuto psicologico qualificato: sono elementi che possono costruire una rete di protezione. Famiglia, scuola, sport, servizi e comunità non sono dunque soltanto lo sfondo della vita di un adolescente. Possono diventare una vera infrastruttura di prevenzione. E quando un suicidio accade, l’onda del dolore non resta confinata alla famiglia. Attraversa compagni, amici, insegnanti, genitori e l’intera comunità, portando con sé paura, rabbia, senso di colpa, identificazione e domande. Intervenire dopo un evento così drammatico significa allora anche creare spazi protetti di parola, intercettare eventuali situazioni di vulnerabilità e ricostruire connessioni. È la possibilità di trasformare un dolore individuale in una responsabilità collettiva e in una cultura della prevenzione.  Presenza e ascolto  Forse è questo il messaggio più importante del 10 settembre: agli adulti non viene chiesto di avere tutte le risposte. Viene chiesto di esserci. «Non dobbiamo essere adulti onnipotenti, capaci di risolvere ogni problema. Dobbiamo essere adulti disponibili», sottolinea Comito. Disponibili a osservare senza sorvegliare, ad avvicinarsi senza invadere, a fare domande senza interrogare, ad ascoltare senza correggere immediatamente ciò che il ragazzo sente.  Il primo errore da evitare è la minimizzazione. Un ragazzo che soffre non ha bisogno innanzitutto che qualcuno gli spieghi perché non dovrebbe stare così male. Ha bisogno che qualcuno riconosca che sta male. Anche ammettendo di non poter comprendere fino in fondo ciò che sta vivendo, l’adulto può trasmettere un messaggio essenziale: voglio provare a capirti e non devi affrontarlo da solo.  La prevenzione, in fondo, comincia molto prima della crisi. Comincia ogni volta che un adolescente scopre che le emozioni difficili possono essere raccontate, che chiedere aiuto non è una debolezza, che una sofferenza non deve necessariamente essere affrontata in solitudine. Rompere il silenzio significa proprio questo: creare famiglie, scuole, società sportive e comunità nelle quali un ragazzo sappia di poter dire, anche nel momento più buio, «sto male, ho bisogno di aiuto». E trovare dall’altra parte un adulto capace di rispondere: «Ti ascolto. Ci sono. E, se serve, cerchiamo insieme l’aiuto giusto». 

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10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Rompere il silenzio per non lasciare soli gli adolescenti

10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Rompere il silenzio per non lasciare soli gli adolescenti

Di Elisa Stefanati Il 10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, invita a fermarsi su una parola difficile da pronunciare, soprattutto quando riguarda i più giovani: suicidio. Una parola che spesso gli adulti temono, che cercano di allontanare, che può sembrare persino pericoloso nominare. Eppure è proprio dal silenzio che occorre partire per fare prevenzione.  Quando un adolescente arriva a pensare al suicidio, infatti, non esiste quasi mai una sola causa e non esiste un identikit capace di spiegare chi sia a rischio. «Prima di ogni fattore di rischio, c’è un ragazzo con la sua storia, le sue relazioni e il suo modo di vivere il dolore», spiega Paola Comito, psicoterapeuta, supervisore e facilitator EMDR, collaboratrice del CRSP Centro Ricerche e Studi in Psicotraumatologia di Milano.  Il comportamento suicidario è un fenomeno complesso, nel quale possono intrecciarsi vulnerabilità individuali, sofferenza psicologica, traumi, difficoltà familiari e relazionali, isolamento, bullismo e cyberbullismo, perdite, violenza, discriminazione e fallimenti vissuti come impossibili da superare. Ma trasformare tutto questo in una semplice lista di fattori di rischio rischia di far perdere di vista la persona.  Perché, molto spesso, chi pensa al suicidio non desidera davvero morire: desidera che finisca una sofferenza che in quel momento appare insopportabile, interminabile e soprattutto senza possibilità di cambiamento. È come se il futuro si restringesse fino a scomparire. «Nessuno può capire quello che provo, nessuno può aiutarmi, questa situazione non cambierà mai»: il pensiero può diventare una prigione nella quale non sembra più esistere un’alternativa.  Nell’adolescenza questo restringimento delle possibilità può assumere una forza particolare. È l’età nella quale appartenenza, giudizio dei coetanei, relazioni affettive, corpo, identità e ricerca del proprio posto nel mondo acquistano un peso enorme. Quello che a un adulto può apparire transitorio, per un ragazzo può assumere, nel momento della crisi, il carattere dell’assoluto e del definitivo.  Ed è proprio su quella parola – definitivo – che la prevenzione può intervenire. Una crisi può cambiare, una sofferenza può essere curata, una situazione che oggi appare senza soluzione può essere guardata domani da una prospettiva diversa. Ma quando si è immersi nel dolore, questa possibilità può essere impossibile da vedere da soli. La prevenzione significa allora anche restituire possibilità dove il ragazzo non riesce più a scorgerne.  Imparare a riconoscere un cambiamento  Ma come può un adulto accorgersi che qualcosa non va? Esistono segnali che meritano attenzione: un cambiamento marcato rispetto al comportamento abituale, il ritiro dalle relazioni, la perdita di interesse per attività prima importanti, alterazioni significative del sonno o dell’alimentazione, un improvviso calo del rendimento scolastico, comportamenti autolesivi o fortemente impulsivi, abuso di sostanze, espressioni di inutilità e disperazione, fino ai pensieri legati alla morte. Anche frasi come «non ce la faccio più», «non servo a niente», «sarebbe meglio se non ci fossi» non dovrebbero essere liquidate come semplici espressioni adolescenziali. Ma c’è un’altra trappola: pensare che la prevenzione coincida con la capacità di individuare sempre e comunque il segnale giusto. Dopo il suicidio di un adolescente, racconta Comito, può accadere che adulti e ragazzi cerchino a posteriori quel particolare che avrebbe dovuto far comprendere ciò che stava accadendo: «Avremmo dovuto accorgercene? C’era qualcosa che non abbiamo visto?». È una domanda umana, ma rischia di alimentare l’illusione che ogni suicidio possa essere previsto se soltanto si è abbastanza attenti.  La prospettiva dovrebbe essere diversa: non sorvegliare i ragazzi alla ricerca di sintomi, ma conoscerli abbastanza da accorgersi quando qualcosa cambia. E, soprattutto, costruire prima una relazione nella quale sia possibile dire «non sto bene» senza sentirsi deboli, sbagliati o destinati a deludere gli adulti.  La parola suicidio non mette idee in testa  C’è poi un tabù da rompere: chiedere direttamente a un ragazzo se sta pensando al suicidio non significa suggerirgli l’idea. Al contrario, può aprire uno spazio nel quale finalmente trovare le parole per raccontare ciò che fino a quel momento è rimasto nascosto. Comito, anche attraverso l’esperienza maturata in una chat di prevenzione del suicidio dedicata ai ragazzi, ha incontrato giovani capaci di scrivere dietro uno schermo pensieri che non erano mai riusciti a pronunciare ad alta voce. Pensieri vissuti come terribili e indicibili, ma che aspettavano soprattutto di poter essere condivisi. Il problema, spesso, è la difficoltà degli adulti ad ascoltare. Davanti a una frase drammatica la reazione immediata può essere quella di rassicurare: «Non dire così», «Vedrai che passa», «Hai tutta la vita davanti», «Non è poi così grave». Frasi pronunciate con le migliori intenzioni, ma che possono trasmettere al ragazzo un messaggio diverso: non hai capito quanto sto male. Ascoltare non significa però gestire da soli una situazione di rischio. Quando compaiono pensieri suicidari, intenzioni o piani concreti, comportamenti autolesivi importanti o una condizione di grave sofferenza, è necessario coinvolgere tempestivamente professionisti competenti. Se il rischio è imminente, occorre attivare immediatamente i servizi di emergenza e non lasciare il ragazzo solo. L’adulto non deve diventare il terapeuta: può diventare il ponte verso l’aiuto.  Non solo rischio: la rete che protegge  Parlare di prevenzione significa però andare oltre l’emergenza. Significa interrogarsi su ciò che può proteggere un adolescente prima che la sofferenza diventi ingestibile. Sentirsi parte di qualcosa, avere relazioni significative, incontrare adulti affidabili, poter contare sugli amici, frequentare una scuola nella quale sentirsi visti, avere attività capaci di restituire competenza e valore, riuscire a immaginare un futuro e, quando necessario, trovare rapidamente un aiuto psicologico qualificato: sono elementi che possono costruire una rete di protezione. Famiglia, scuola, sport, servizi e comunità non sono dunque soltanto lo sfondo della vita di un adolescente. Possono diventare una vera infrastruttura di prevenzione. E quando un suicidio accade, l’onda del dolore non resta confinata alla famiglia. Attraversa compagni, amici, insegnanti, genitori e l’intera comunità, portando con sé paura, rabbia, senso di colpa, identificazione e domande. Intervenire dopo un evento così drammatico significa allora anche creare spazi protetti di parola, intercettare eventuali situazioni di vulnerabilità e ricostruire connessioni. È la possibilità di trasformare un dolore individuale in una responsabilità collettiva e in una cultura della prevenzione.  Presenza e ascolto  Forse è questo il messaggio più importante del 10 settembre: agli adulti non viene chiesto di avere tutte le risposte. Viene chiesto di esserci. «Non dobbiamo essere adulti onnipotenti, capaci di risolvere ogni problema. Dobbiamo essere adulti disponibili», sottolinea Comito. Disponibili a osservare senza sorvegliare, ad avvicinarsi senza invadere, a fare domande senza interrogare, ad ascoltare senza correggere immediatamente ciò che il ragazzo sente.  Il primo errore da evitare è la minimizzazione. Un ragazzo che soffre non ha bisogno innanzitutto che qualcuno gli spieghi perché non dovrebbe stare così male. Ha bisogno che qualcuno riconosca che sta male. Anche ammettendo di non poter comprendere fino in fondo ciò che sta vivendo, l’adulto può trasmettere un messaggio essenziale: voglio provare a capirti e non devi affrontarlo da solo.  La prevenzione, in fondo, comincia molto prima della crisi. Comincia ogni volta che un adolescente scopre che le emozioni difficili possono essere raccontate, che chiedere aiuto non è una debolezza, che una sofferenza non deve necessariamente essere affrontata in solitudine. Rompere il silenzio significa proprio questo: creare famiglie, scuole, società sportive e comunità nelle quali un ragazzo sappia di poter dire, anche nel momento più buio, «sto male, ho bisogno di aiuto». E trovare dall’altra parte un adulto capace di rispondere: «Ti ascolto. Ci sono. E, se serve, cerchiamo insieme l’aiuto giusto». 

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