La crisi del lowcost: la fine dell’Europa?

La crisi del lowcost: la fine dell’Europa?

Di Daniel Abruzzese

L’inizio della fase due, ma ancora di più i toni distesi e le concessioni del premier ci fanno pensare che si stia tornando rapidamente alla normalità. L’Avvocato degli Italiani ha iniziato addirittura qualche giorno fa a parlare delle vacanze estive, sottolineando quanto sarà importante tornare a riscoprire l’Italia. Et pour cause, perché in questi due mesi e oltre di confinamento, le distanze geografiche del nostro continente si sono ingigantite come non mai.

L’apertura delle frontiere, annunciata in Italia lo scorso fine settimana come una grande conquista, è stata in effetti frutto di un lavoro durato settimane, di continui confronti fra politici nazionali e locali, soprattutto di zone frontaliere. Significativo è il fatto che le istituzioni europee, in primis la Commissione, abbiano mantenuto un ruolo defilato, durante la sospensione dei trattati di Schengen.

Ci si è insomma accordati per una riapertura di tutti i confini nella prima metà di giugno. In attesa di ulteriori sviluppi, le compagnie aeree hanno iniziato cautamente a pianificare un riavvio delle loro attività. Ryanair, vera e propria nervatura dell’area Schengen, si è sbilanciata annunciando l’operatività dei voli da e per l’Italia a partire dal 1° luglio, provvisoriamente solo per un 40% del traffico normale, coprendo tuttavia quasi tutte le rotte.

Solo successivamente alle dichiarazioni di David O’Brien, direttore commerciale della compagnia, è stato chiaro che le normative paventate fino a qualche giorno fa per i voli europei, che avrebbero dovuto in definitiva volare semivuoti, sarebbero state parecchio ammorbidite. In base alle nuove regole, l’unica prescrizione è quella della mascherina a bordo, per il resto saranno scoraggiati i pagamenti in contante e l’uso delle toilette fortemente limitato, il distanziamento sociale sarà da applicare solo “ove possibile”.

Si può intuire come anche in questo caso ci sia stato un enorme lavoro dietro le quinte per garantire la sopravvivenza a breve termine dei vettori aerei basati nell’Unione Europea, che già nello scorso mese si stima abbiano perso ricavi enormi (si parla di 235 milioni per Ryanair e oltre un miliardo per il gruppo Lufthansa).

Sorprendentemente, O’Brien annuncia anche che il punto di forza della sua compagnia continueranno ad essere le tariffe bassissime. Ma quanto sono credibili le promesse di Ryanair, dopo che per mesi ha lasciato l’orario dei voli invariato, avvisando i passeggeri a pochi giorni dalla scadenza dell’annullamento del volo?

E soprattutto, quanto sono affidabili le dichiarazioni della compagnia, dopo che tutti i passeggeri rimasti a terra non hanno ancora percepito un risarcimento, né la conferma di un cambio di volo? In effetti, visitando il loro sito, le tariffe per le prossime settimane appaiono però addirittura più basse dell’inverno scorso.

La stessa tendenza è riscontrabile anche per altre compagnie. Easyjet, ad esempio, propone offerte particolarmente vantaggiose, al pari di Eurowings e Brussels Airlines, i due vettori lowcost di Lufthansa. Stessa politica sembra seguire anche la Deutsche Bahn, che da anni propone offerte particolarmente vantaggiose per spostarsi in treno in tutta Europa.

Se da una parte migliaia di licenziamenti e riduzioni salariali (Michael O’Leary di Ryanair ha parlato di un taglio del 50% dello stipendio di tutto il personale fino a marzo 2021) potrebbero non bastare a coprire le enormi perdite a cui le compagnie aeree andranno aeree andranno incontro, dall’altra non si può attendere la fine dell’emergenza per tornare alla normalità.

Ancora una volta, insomma, le attività economiche e la politica sembrano influenzarsi a vicenda nelle decisioni. Con una sostanziale differenza: il ritorno alla normalità nel traffico aereo non sarà probabilmente possibile. Sempre O’Brien parla di un possibile ritorno ai volumi di traffico passati nell’estate 2022, previsione confermata da Rickard Gustafson di SAS. Tempi lunghissimi ed estremamente rischiosi, tanto che Etihad ed Emirates sono sicure che entro la fine del 2020 l’85% delle compagnie aeree mondiali dichiarerà bancarotta.

Le cifre potrebbero essere meno catastrofiche solo se fossero gli stati ad intervenire con aiuti di dimensione epocale. E questa possibilità pare al momento più remota della tenuta della zona Euro negli anni venturi.

Al di là dell’ottimismo sbandierato da Ryanair, che vorrebbe invogliare i clienti a tornare a volare ancora prima della fine dell’estate, l’era dei voli lowcost pare volgere al termine. E con essa, dovremmo prendere congedo sicuramente anche dalla Wanderlust, dal viaggio compulsivo, dal turismo da selfie e fuggi (come efficacemente definito da Eike Schmidt), cosa che di per sé può sollevarci. Ma insieme agli spostamenti veloci ed economici diremmo addio anche alle aperture verso il resto d’Europa e ad uno scambio culturale che, almeno potenzialmente, avrebbe potuto essere diretto e continuo.

Cosa vai a fare fuori, ché si sta tanto bene in casa?”, così più o meno la madre di Walter Siti, citata dallo scrittore qualche mese fa per stigmatizzare una tendenza che stava attraversando l’Europa. Tendenza che, come molte altre, arriva al suo compimento grazie a questa situazione di crisi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.