Dialogo interreligioso e non solo: Cercare qualcosa di comune nel rispetto delle proprie identità

spiritualità

Di Sergio Ragaini

Molti, oggi, parlano di “dialogo interreligioso”. Per alcuni questo vuol dire annullare le singole spiritualità, per arrivare a qualcosa di comune, e quindi poco significativo. In effetti non è così: dialogo non è mai “nichilismo”, così come “Nirvana” non è annullamento. Dialogo è crescita e sviluppo, senza rinunciare a quello che si è, e alla propria essenza più profonda. Questa è la vera apertura, che a livello di discorso sull’interdipendenza equivale alla goccia che rimane sé stessa, anche diventando parte dell’Oceano. La bellezza è proprio questa: assumere una coscienza universale, senza rinunciare a quella particolare. Lo sviluppo è credo, in questa direzione.

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta da quella che, ormai, può essere definita un’ennesima conferma. Vale a dire l’impossibilità di dialogo con la maggior parte delle spiritualità monoteiste.

Sono stato inserito, alcuni giorni fa, in un gruppo che si definiva, dal nome, “culturale”, e che in vece si è dimostrato essere un gruppo cattolico.

Comunque, ho cercato di intavolare quel dialogo che credo sia fondamentale. E ho trovato, da questo punto di vista, le porte chiuse: in pratica, vi ho trovato la “solita” e ben nota tendenza a cercare di convertire le persone, addirittura cercando di dimostrare loro che, se non l’avessero fatto, sarebbe stata loro preclusa la salvezza. Quindi, addirittura, un sentenziare velatamente minaccioso.

D’accordo, forse ci credono loro stessi. Tuttavia, come abbiamo capito (e visto, ad esempio, in questo mio articolo), questo col dialogo c’entra molto poco: il dialogo, infatti, dovrebbe essere una spinta verso la ricerca della Verità, non un credere che la Verità sia già in nostro possesso, e sbandierarla come l’unica possibile.

Il dialogo è un’altra cosa, e il dialogo interreligioso non sfugge a tutto questo.

La giustificazione di molti cattolici a ciò è la citazione della frase del Vangelo di Giovanni, che afferma: ““Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni, 14, 6). questa frase parrebbe affermare che “solo in Cristo è la salvezza”.

Se così fosse, allora avrebbero ragione ragione anche i Testimoni di Geova, allorché rifiutano le trasfusioni di sangbue in base alla Bibbia:

Infatti, nell’Antiuco Testamento si afferma:

… Non mangerete carne con la vita sua, cioè col suo sangue” (Genesi 9:4); “Questa è una legge perpetua, per tutte le vostre generazioni, e in tutti i luoghi dove abiterete: non mangerete né grasso né sangue” (Levitico 3:17); “… io volgerò la mia faccia contro la persona che avrà mangiato del sangue, e la sterminerò di fra il suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue … perché il sangue è quello che fa l’espiazione, mediante la vita … Nessuno tra voi mangerà del sangue; neppure lo straniero che soggiorna fra voi mangerà del sangue … perché la vita d’ogni carne è il sangue; nel sangue suo sta la vita; perciò ho detto ai figliuoli d’Israele: Non mangerete sangue di alcuna specie di carne, poiché il sangue è la vita d’ogni carne; chiunque ne mangerà sarà sterminato” (Levitico 17:10-14); “… guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è la vita, e tu non mangerai la vita insieme con la carne” (Deuteronomio 12:23).

Anche nel Nuovo Testamento si parla di questo, ad esempio:

… non si dia molestia a quelli dei Gentili che si convertono a Dio; ma che si scriva loro di astenersi dalle cose contaminate nei sacrifizi agl’idoli, dalla fornicazione, dalle cose soffocate, e dal sangue … è parso bene allo Spirito Santo ed a noi di non imporvi altro peso all’infuori di queste cose, che sono necessarie; cioè: che v’asteniate dalle cose sacrificate agl’idoli, dal sangue, dalle cose soffocate, e dalla fornicazione; dalle quali cose ben farete a guardarvi. State sani” (Atti 15:19, 20, 28, 29).”

Ecco, in base a questo i Testimoni di Geova evitano le trasfusioni, di fatto “condannando a morte” diverse persone. Tutto per un’interpretazione letterale dei Testi Biblici.

La bellezza dei testi spirituali è proprio la loro possibilità di leggere “oltre le parole”. Magari per capire che non esiste “un’unica verità”, bensì tante possibili verità che si fondono armonicamente assieme. E che hanno tante forme, che sono sempre le forme dell’unità.

Il Vangelo di Filippo, uno dei vangeli Apocrifi, afferma infatti:

Ma la verità addusse nel mondo dei nomi, poiché è impossibile insegnarla senza nomi. La verità è una unità, ma è anche molteplicità per noi, affinché impariamo tale unità nella molteplicità ” (Vangelo di Filippo, 19).

Ecco cosa è la “Verità”: una serie di nomi, e la molteplicità nell’unità., e questo spiega, direi, molto bene cosa intendesse Cristo dicendo di essere “La Via, la Verità e la Vita”. Non “l’unica possibile verità”, ma una forma della verità.

Credo che questo sia il vero senso del dialogo, religioso ma non solo: capire che la Verità non è qualcosa di fisso e immutabile, ma qualcosa che prende varie forme.

E, aggiungo io, che cambia anche attraverso il tempo. Infatti, in assoluto, quello che era vero oggi potrebbe non essere più vero domani. Insomma: il cammino di ricerca è anche quello di cercare di capire, attraverso le forme  e i nomi molteplici, quell’essenza unitaria di tutte le cose che possiamo chiamare “Verità”.

Mi piace qui fare un esempio, che è quello del prisma, che scinde i colori: se noi mandiamo della luce bianca su un prisma, vediamo che questa si scinde nei colori dell’iride. Che, però, sono tutti parte del bianco.

Poi, ogni colore, se fosse senziente, penserebbe di essere più bello di un’altro, più luminoso, più coinvolgente: tuttavia, questo accade soltanto perché hanno perso la coscienza di essere parte di qualcosa di unitario, che tutto lega.

Alla fine, lo scopo è proprio questo: capire che tutte quelle cose che crediamo così diverse sono soltanto parte di qualcosa di unitario. Qualcosa che, nello scendere verso la materia, forse si corrompe e perde, in parte, la sua essenza originaria. E che, tuttavia, permette di ritrovarla: basta guardare con attenzione.

Forse, il fatto che non percepiamo le cose con chiarezza, e vediamo differenze dove non vi è differenza, dipende anche dalle nostre errate percezioni: quelle percezioni che impediscono di vedere le cose per quelle che davvero sono: quel “velo di Maya”, per dirlo secondo la Tradizione Induista, che impedisce di cogliere la vera essenza delle cose.

Io faccio spesso un esempio: consideriamo due cerchi tagliati da due piani su un cono. Quello più in alto dirà: “Io sono più in alto di te””; quello più in basso dirà invece: “Io sono più grande di te”. Poi interverrà invece il cono, e dirà: “Non vi rendete conto che siete entrambi parte di me?”.

Ecco: il problema grosso è proprio la separazione: noi ci percepiamo come separati, come divisi, mentre siamo interdipendenti. Nel Buddhismo si afferma addirittura che non esiste un sé separato, ma che tutto è uno. Di fatto lo si afferma anche nel Cristianesimo, quando si afferma che tutti facciamo parte di quello che si chiama “Corpo Mistico”.

Credo che questo sia fondamentale: tutto è interdipendente. L’interdipendenza è il concetto base del Mondo Buddhista, naturalmente quello vero, e non quello deviato (che purtroppo esiste, e toglie dal nome “Buddhista” la “h”). Il maestro Zen Vietnamita Thich Nhat Hanh affermava che qualsiasi oggetto contiene elementi di “non oggetto”. Ad esempio, una rosa contiene elementi di “non rosa”, perché in essa c’è anche tutto il percorso che quella rosa ha fatto per diventare tale, compreso il sole che l’ha illuminata, l’acqua che l’ha bagnata, il giardiniere che l’ha coltivata e così via.

Questa è interdipendenza: noi siamo fatti di parti, e nulla è senza qualcosa d’altro. Thich Nhat Hanh affermava che: “Questo è perché quello è”. E, in questo essere fatti di parti, superiamo anche il tempo.

E ciò dice con chiarezza una cosa, credo, piuttosto importante: interdipendenza non è nichilismo. Credo che questo sia un elemento fondamentale: quando si parla di essere interdipendenti non si dice mai che si vuole che le singole identità siano cancellate: questo sarebbe togliere valore alle singole essenze. Sarebbe come dire che le singole cellule del corpo non devono avere più la loro specifica funzione, ma che tutte devono necessariamente avere una funzione che è la somma, o la media, delle funzioni di tutte. In queste condizioni, la vita diverrebbe un’utopia! Il bello della pluralità è proprio che è tale! Senza questa pluralità non si genererebbe quella dialettica che fa andare avanti il mondo stesso! In fondo, lo affermava anche Aristotele, senza dialettica non esisterebbe nulla!

Anche, ad esempio, l’elettricità scorre perché esistono due poli a potenziale differente, il vento soffia perché ci sono differenze di pressione, e così via, altrimenti sarebbe tutto fermo. Le differenze fanno muovere il mondo, e capirne il valore è fondamentale.

Se, anche a livello culinario, togliessimo le essenze delle singole cucine, avremmo un gusto piatto e uniforme. Forse, in luoghi come “Mc Donald’s”,. la tendenza è quella. Io ogni tanto ci vado, lo ammetto, e posso dire che il sapore non è nemmeno male: tuttavia, è decisamente uniforme, e uguale ovunque! Un po’ come nelle paste in busta, per cui i tagliolini ai funghi hanno lo stesso sapore delle tagliatelle alla bolognese.

Ecco: lo scopo del dialogo è esaltare i singoli sapori, riprendendo l’esempio culinario. Tuttavia, facendo presente come questi siano di fatto tutti concomitanti alla gastronomia, che con ognuno di questi si arricchisce. Potremo dire che l’olio è meno importante del sale? No, perché entrambi fanno cucina! Entrambi sono importanti!

Il dialogo è proprio questo: comprendere fino in fondo come ogni singolo elemento sia importante per la definizione finale del tutto, della globalità.

Senza questa coscienza, purtroppo, non sarà possibile nessun dialogo. Occorre, infatti, ricordare che gli elementi hanno tutti pari valore.

Dialogo è anche comprendere le ragioni di chi abbiamo vicino a noi: non a caso, il citato Maestro Thich Nhat Hanh afferma che per poter dialogare occorre “to wear the other’s skin”, che significa “vestire la pelle dell’altro”. Quindi entrare profondamente nell’altro, capirne ragioni e motivazioni. E da qui nasce la bellezza del dialogo, che costruisce, pur lasciando l’altro sé stesso.

Come dicevo, l’interdipendenza non elimina l’individualità: sarebbe appunto nichilismo. L’interdipendenza esalta la bellezza della differenza, facendo sì che le differenze siano concomitanti alla bellezza, pur rimanendo tali.

È come la goccia d’acqua che è parte dell’Oceano: non si annulla diventando parte dell’oceano, bensì diventa essa stessa più grande.

Per questo fatto, il “Nirvana”, punto finale e scopo della Filosofia Buddhista,  non è annullamento, ma supercoscienza. È il singolo che perde la coscienza della sua separazione, e diviene parte del tutto. Quindi non si annulla, ma acquista coscienza di non essere divisao. Passa, insomma, in un differente stato di coscienza. E questa è la vera bellezza.

Per questo fatto dialogo, soprattutto spirituale, non è sincretismo: le singole culture spirituali rimangono, ma assieme si crea qualcosa di bellissimo. Nella coscienza che la meta è comune.

I problemi nascono quando una delle culture pretende di essere superiore alle altre. Sarebbe come se la goccia d’acqua\ pretendesse di essere essa stessa l’Oceano. Sarebbe come se un ingrediente dicesse che è superiore agli altri, mentre cambia solo la funzione.

Purtroppo, questo appare molto, troppo spesso nel mondo spirituale cristiano cattolico, e non solo: in tutte le culture monoteiste, nella maggior parte dei casi, a livelli diversi, questo si manifesta. Nell’Islam, ad esempio, una delle frasi che viene utilizzata è: “Qualsiasi religione fuori dall’Islam è farneticazione”., questo non vuole però dire quello che si crede: la parola “Islam” vuol dire “sottomissione attiva a Dio”. Che potrebbe anche essere letta, in senso lato: “Sottomissione attiva al proprio sé divino”. Così la frase diventa, sostituendo anche: “religione” con “cammino spirituale”: “Qualsiasi cammino spirituale che non parta dalla comprensione del proprio sé Divino non porta a nulla”. Letta così fa un effetto completamente diverso, non vi pare? In fondo, il Corano è un grandissimo testo spirituale, e dice delle verità molto belle. Basta saperlo leggere! Anche l’Islam è stato per secoli una Tradizione Spirituale davvero modello di tolleranza e apertura: la sua degenerazione, purtroppo, è in buona parte un sottoprodotto del Colonialismo: quindi, noi occidentali abbiamo in questo una grande responsabilità.

Quindi, chi ha apertura spirituale non ha alcun problema, pur man tenendo la propria essenza e la propria Tradizione, ad aprirsi alle altre. Per me, ad esempio, non è di certo un problema partecipare ad una messa cattolica, è stato bello essere a Medjugorje alla fine del 2019, è bello visitare santuari mariani. Per il mondo spirituale orientale, in buona parte Cristo è un maestro estremamente venerato. Proprio perché non sono mondi spirituali “rivelati”, quindi assolutisti.

Nel mondo cristiano, soprattutto cattolico, purtroppo non è così: gli altri mondi spirituali sono visti in maniera negativa, o anche peggio, come appare in questo mio articolo. E questo rende difficile, se non impossibile, il dialogo.

Credo, comunque, per concludere, che la base del dialogo sia partire da posizioni paritetiche. Dove nessuno è migliore dell’altro, e dove trovare un a linea comune è fondamentale.

In fondo, a livello spirituale, tutte le religioni dicono la stessa cosa: e di questo sono sempre più convinto.

Concludo con un’immagine prospettata dal maestro Sufi (corrente mistica dell’Islam) Gabriele Mandel: le singole spiritualità si dispongono come lungo una ruota di una bicicletta: i cammini sono i raggi, il centro è lo stesso. Questa immagine è bellissima: man mano che si avanza nel cammino, siamo tutti più vicini.

Nelle Religioni, molte volte, accade il contrario: man mano che si avanza siamo tutti più lontani.

E questo dice che, qui, non si può dialogare: il dialogo è un’altra cosa. È la base della vita, perché crea qualcosa di nuovo, esaltando le singole individualità. E questo è bellissimo.

Riferimenti:

Qui si parla delle trasfusioni, in chiave cattolica, ma spiegando perché sono invece ammissibili:

https://www.adiparma.it/a-domanda-risponde/e-peccato-fare-o-ricevere-trasfusioni-di-sangue/

La dichiarazione “Dominus Jesus”, del 6 agosto 2000, mostra molto bene come, per il punto di vista cattolico, Cristo sia predominante rispetto agli altri. La trovate su:
http://www.vatican.va/roman_curia//congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000806_dominus-iesus_it.html

Vedere in particolare il numero 91.

Sul rapporto tra Cristianesimo e Buddhismo è bello leggere quanto dice Thich Nhat Hanh. Il quale aveva scritto un libro sull’argomento, molto bello, il cui titolo italiano è: “Buddha vivente Cristo vivente”. Lo si può acquistare anche online, ad esempio su:

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__buddha-vivente-cristo-vivente.php

Qui si può trovare una visione del dialogo interreligioso più “aperta”, da parte del mondo cattolico:
https://www.benecomune.net/rivista/rubriche/parole/dialogo-interreligioso/

Per i confronti tra Spiritualità Cristiana e Induista si può leggere l’articolo di Gianfranco Bertagni all’indirizzo:
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacomparata/ascesi.htm

Un’analisi un po’ “particolare”, ma non sincretista, dei rapporti tra il mondo spirituale Cristiano e quello Buddhista si può trovare nel mio libro: “Il Cristianesimo alla luce del Buddhismo e delle Filosofie Orientali”. Lo si trova su Amazon, sia in formato cartaceo che elettronico,  all’indirizzo: 

Dello stesso libro, una mia scheda di presentazione per la rivista “Karmanews” si trova all’indirizzo:
https://www.karmanews.it/26132/un-libro-su-cristianesimo-e-buddhismo/

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