La (D)rammatica italiana…

La (D)rammatica italiana…

Di Anna Izzo

Lea Niccola, 28enne di Ostia innamorata delle lettere classiche fin dai tempi del liceo, ricercatrice a Cambridge, ha vinto il prestigioso “Hare Prize”, riservato alla migliore tesi di dottorato. Felice e realizzata, ha affermato che all’estero le materie umanistiche non sono una strada senza sbocchi (come semp, ehm, spesso accade in Italia), e che, addirittura, carmina dant panem.

Probabilmente l’argomento attrae ben poco il grande pubblico, almeno a quella sentina di umanità che, invece di depositarsi, affiora e resta a galla (non fatemi proporre facili paragoni, suvvia: “non sono una signora, una con tutte stelle nella vita”, ma nemmeno una vaiassa, come direbbe la brava Selvaggia Lucarelli, sdoganando sul Primo Canale Nazionale un termine poco nobile in auge ne “le viscere di Napoli”).

Mi sovviene, piuttosto, papà Finzi Contini, quando, nel capolavoro di Vittorio De Sica, spronando Giorgio a laurearsi quanto prima, specifica: “Prima che qualcuno dica che anche le Belle Lettere sono ariane…”. Orbene: le Belle Lettere, oggigiorno, in Italia, non sono “ariane” (Deo Gratias): non vengono proprio considerate. Come mai? A causa di situazioni sociopolitiche ben oltre il limite della decenza (e dell’indecenza)? Forse, ma non mi esimerei dal prendere in considerazione anche il lassismo e la superficialità con cui ci si occupa di tematiche quali l’Istruzione e la cultura come bagaglio personale. Successioni vertiginose di Ministri poco edotti in merito, studenti demotivati a priori e genitori o troppo distratti o troppo presenti: siamo un popolo estremista, si sa, e dopo il bestseller in versione film vediamo le sfumature di grigio solo nei momenti, ehm… “estrosi”.

Avete mai provato a intavolare una discussione con qualcuno che non rientri nella cerchia delle vostre conoscenze abituali? Se siete deboli di cuore o di animo troppo sensibile lasciate perdere: un’angoscia e una pena infinite, se vi tocca la persona sbagliata. La superficialità con cui gli Italiani scrivono o si esprimono rende i tenerissimi ricordi delle maestre dei tempi che furono davvero una “membranza sì cara e fatal” (fatale soprattutto per le suddette insegnanti, qualora dovessero riconoscere un loro alunno); e non mi riferisco alla consecutio temporum e al parlar forbito, visto che sarebbero ritenuti ceppi anomali del Coronavirus da trattarsi con plasmaferesi addizionata al Cebion: io volo radente, a livello di “ARE, ERE, IRE L’ACCA VA A DORMIRE, ATO, UTO, ITO L’ACCA METTE IL DITO”. Oltre? Non oso.

In tale ambito, col termine IGNORANTE non intendo “chi ignora” qualche particolare branca del sapere e magari cerca di informarsi, col dovuto rispetto e la sempre vituperata umiltà, ma proprio chi non sa niente di niente, pur essendo convinto di avere esperienza e conoscenza da vendere, acquisita dopo anni e anni (più sono, più il dibattito si fa interessante) di “scuola della vita”. Davvero: in Italia vi sono persone che, per il solo merito di poter vantare un tot di esistenza trascorsa senza l’amena distrazione degli studi, credono di poter montare in scranno e tenere lectiones magistrales su TUTTO. E rivolgendosi a TUTTI.

Le querelle in ambito di politica internazionale fra Emilia Urso Anfuso, direttrice di questa testata, e (ipotizzo) impiegati postali toccano vette assolute: esperti di raccomandate e telegrammi cercano di spiegare alla suddetta giornalista, specializzata in merito con tanto di carta che canta, come deve avvenire la Brexit e la necessità di un’equivalente Italexit. Chiedo venia al Direttore, ma spesso me la immagino, cara Emilia, mentre si rivolge al tuttologo di turno imitando l’immortale Signorina Silvani (sputazza compresa). E non dica di non avere mai avuto la tentazione…

Avere una certa conoscenza della lingua italiana e saperla dimostrare, in Italia, non solo non paga, ma apporta un nocumento: ti dispone a latere della popolazione tutta. Magari suggerisci di utilizzare forme lessicali meno cardiotossiche, e lo fai in quanto laureata in lettere? La trafila di insulti è assicurata, e “maestrina” rientra nel novero, pure in pole position. Che fare? Far scendere in campo lo squadrone Casati, Coppino, Daneo-Credaro e Gentile, cioè i Ministri che, dal 1859 al 1923, fecero di tutto per inculcare nei giovani e nei loro genitori l’importanza di un’istruzione di base, rendendola obbligatoria e gratuita? Sarei, al solito, derisa: mi si risponderebbe che “l’importante è il concetto”. Non oso immaginare le risposte piccate al bravissimo, indimenticabile e lungimirante maestro Alberto Manzi, a cui va il merito di aver alfabetizzato, illo tempore, un buon numero di Italiani umili e volenterosi, con la semplice osservazione che “Non è mai troppo tardi”: la fiera del turpiloquio (pure scritto male).

E allora, non avendo più l’età e la salute per cercare rifugio all’estero, resto qui, reietta. Ma ben preparata, qualora mi si proponesse di pagare per ciò di cui già fruisco gratuitamente, perché ho letto “Fontamara” e so “chi è Evviva”. E perché la gente mia campagnola mi ha insegnato che nessuno regala niente, tantomeno lo Stato. Il quale, per inciso, è composto da tutti noi, quindi ciò che è “sussidio statale” non è una regalia o una giusta ricompensa caduta nelle tue tasche da un’entità superiore, o nullatenente “laureato all’Università della Vita”. Te la paghiamo con il nostro lavoro e i nostri sacrifici, sebbene qualcuno ti abbia fatto credere ben altro e tu non ti sia preso nemmeno la briga di approfondire.

P.S. Leggi, ignorante. Un giorno figli o nipoti potrebbero porti domande di fronte a cui una risposta precompilata da una trafila di fake news servirebbe solo a svilirti, ai loro occhi. E non credo sia una bella sensazione.

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