La perfetta confezione

La perfetta confezione
Getting your Trinity Audio player ready...

Di Rita Bonanno

La manipolazione comincia quasi sempre dalle parole. Non necessariamente dalla menzogna, che è solo la sua forma più semplice, ma dalla capacità di cambiare il modo in cui una persona guarda ciò che vive, fino a farle dubitare della propria percezione e accettare come propria una realtà costruita da qualcun altro.

Questo vale per l’informazione, la politica, la pubblicità e per tutti i sistemi che cercano di orientarci senza dichiararlo apertamente. Non serve raccontare una bugia completa: basta scegliere cosa mostrare, cosa escludere, cosa ripetere e cosa tacere. Basta prendere una parte della realtà e farla passare per la realtà intera. Quando qualcosa viene ripetuto abbastanza, diventa familiare; e ciò che è familiare finisce spesso per sembrarci vero.

Le parole possono raccontare ciò che accade, ma anche cambiarne il significato. Non sempre qualcuno vuole convincerti che un fatto non sia accaduto. A volte vuole solo convincerti che significhi qualcosa di diverso da ciò che hai visto tu.

Lo stesso meccanismo esiste nelle relazioni, dove diventa più personale e quindi più difficile da riconoscere. Anche le persone si presentano, si raccontano e costruiscono un’immagine. Ognuno sceglie cosa mostrare: sensibilità, intelligenza, ferite, generosità, profondità. Non c’è nulla di strano nel voler mostrare il meglio di sé. Il problema nasce quando quel meglio diventa un personaggio, costruito per ottenere affetto, ammirazione, fiducia, desiderio, dipendenza o potere.

È lì che nasce la “perfetta confezione”.

Una persona può costruirsi una facciata bellissima, fatta di parole giuste, gesti studiati e racconti accurati sul proprio passato. Può persino mostrarsi fragile, perché la fragilità, se usata nel modo giusto, diventa uno strumento potente per creare fiducia e legame. Può raccontarti quanto ha sofferto, quanto è stata delusa, quanto è diversa dagli altri, quanto tiene alla sincerità e quanto non farebbe mai agli altri ciò che è stato fatto a lei.

E tu ascolti. Magari ci credi, perché sembra tutto coerente e profondo. Sembra di avere davanti qualcuno che si è guardato dentro e sa esattamente chi è.

Poi arriva la realtà. E la realtà ha un difetto rispetto alle parole: non sa recitare per sempre.

Prima o poi compaiono le incongruenze: una cosa detta e una fatta in modo opposto, un comportamento che non coincide con l’immagine, una reazione sproporzionata davanti a un no, la rabbia quando metti un limite, il vittimismo quando fai una domanda scomoda. Una persona può parlare continuamente di rispetto e, allo stesso tempo, ignorare i tuoi confini.

È lì che inizi a grattare la confezione. E quando la superficie viene via, potresti scoprire che sotto non c’è ciò che pensavi, ma solo una bella facciata con poca sostanza.

Per questo mi interessa meno ciò che una persona racconta di essere e molto di più ciò che fa quando le cose non vanno come vuole. Essere gentili quando tutto va bene è facile. Essere comprensivi quando l’altro ti dà ragione è facile. Il difficile è vedere come si comporta quando viene contraddetta, rifiutata, quando perde il controllo o smette di ricevere attenzione.

È lì che la maschera scivola. La persona sensibile può diventare aggressiva, quella che parlava d’amore può diventare possessiva, quella che si mostrava fragile può usare la propria fragilità per farti sentire in colpa. Il dialogo diventa ricatto, la preoccupazione controllo, l’amore dipendenza.

La manipolazione più sottile, però, raramente si presenta come un ordine. Non ti dice soltanto: “Devi fare quello che voglio”. È più efficace farti sentire cattivo se non lo fai, egoista, ingrato, freddo o insensibile. Ti porta a pensare che il problema non sia ciò che l’altro ha fatto, ma il fatto che tu abbia osato reagire.

A quel punto inizi a controllarti da solo. Hai interiorizzato la sua voce e cominci a mettere in discussione la tua memoria, le tue sensazioni e la tua percezione. Ti chiedi se hai esagerato, se hai capito male, se sei stato troppo duro, se forse sei tu quello che sbaglia.

Questo è il livello più profondo della manipolazione: non controllare soltanto il comportamento di una persona, ma modificare il modo in cui interpreta se stessa.

Naturalmente, non tutto può essere spiegato con la cattiveria e non tutto ciò che è tossico deve diventare una diagnosi. L’essere umano è più complicato. Ci sono persone condizionate dalle proprie dipendenze, dal bisogno di approvazione, dall’attenzione, dal controllo o dalla paura di essere abbandonate. Persone che confondono l’amore con il possesso e la sofferenza con la profondità.

Anche il narcisismo viene spesso usato come un insulto universale, ma una persona egocentrica non è automaticamente narcisista e una persona manipolatoria non ha necessariamente un disturbo narcisistico. Non tutto ciò che ci fa male deve essere trasformato in una diagnosi. Quello che possiamo osservare sono i comportamenti: la ripetizione, la mancanza di responsabilità, l’incapacità di accettare un limite, il bisogno continuo di conferme e la necessità di avere sempre un colpevole.

Soprattutto, possiamo osservare la distanza tra ciò che una persona dice di essere e ciò che dimostra di essere.

Per questo dovremmo preoccuparci meno di quanto qualcuno sia convincente e molto di più di quanto sia coerente. Si può recitare a lungo e costruire una storia perfetta, ma è difficile mantenerla quando la realtà la mette alla prova. Il tempo gratta, consuma, espone. Prima o poi la vernice viene via.

Dovremmo imparare a non innamorarci troppo velocemente delle confezioni e a non confondere l’intensità con la profondità, la vulnerabilità con l’autenticità, la seduzione con l’amore e le parole con la verità. A volte il vuoto è semplicemente diventato molto bravo a parlare. Può imparare il linguaggio dell’empatia senza essere empatico, quello dell’amore senza saper amare e usare le tue fragilità per creare un legame dal quale diventa difficile liberarsi.

L’antidoto, però, non è diffidare di tutto e di tutti. Anche la diffidenza assoluta diventa una gabbia. È più utile osservare: guardare meno ciò che una persona promette e più ciò che ripete; meno l’immagine che costruisce e più il modo in cui tratta chi non le serve; meno ciò che dice di essere e più ciò che diventa quando non viene approvata, quando viene contraddetta o quando perde il controllo.

È lì che una persona si rivela: non necessariamente quando parla, ma quando reagisce.

Puoi costruire la confezione più bella del mondo, scegliere la carta migliore, il nastro più elegante e scrivere sopra le parole più convincenti. Puoi fare in modo che tutti credano che dentro ci sia qualcosa di straordinario. Ma prima o poi qualcuno apre il pacco.

E allora non conta più quanto fosse bella la confezione, quanto fosse convincente la storia o quanto fosse perfetta la facciata. Rimane soltanto il contenuto. Se dentro c’è sostanza, il tempo la farà emergere. Se non c’è nulla, farà emergere anche quello.

Puoi ingannare qualcuno con le parole, sedurlo con un’immagine e costruire una narrazione così perfetta da far sembrare profondo anche ciò che è vuoto. Ma non puoi trasformare il vuoto in sostanza.

Puoi soltanto incartarlo molto bene.

Lascia un commento

Your email address will not be published.