Il crepuscolo dell’automotive italiano: tra tagli di bilancio e illusioni sovrane

Una Fiat 500 coperta di ragnatele si trova in una fabbrica abbandonata accanto a un cartello arrugginito con la scritta "Obiettivo 1 milione di auto".

Di Luca De Rossi

Nello specchio della politica economica italiana, la distanza tra la narrazione patriottica e la crudezza dei bilanci statali si misura in miliardi di euro sottratti al futuro industriale del Paese.

L’ultimo capitolo di questa parabola riguarda lo smantellamento silenzioso del Fondo Automotive, istituito nel 2022 per accompagnare la filiera della mobilità verso la transizione ecologica. Con un colpo di forbice inserito nella manovra di bilancio, il governo ha decurtato di circa 4,6 miliardi di euro le risorse destinate al settore fino al 2030, riducendo dell’80% la dote originaria di 5,8 miliardi. Una scelta ragionieristica in netto contrasto con le dichiarazioni sulla difesa del “Made in Italy” e della sovranità industriale, proprio mentre il pilastro manifatturiero nazionale attraversa una delle crisi più profonde degli ultimi decenni.

I numeri del declino produttivo

Per comprendere la portata di questo disinvestimento, basta osservare lo stato della produzione. I consuntivi della Fim-Cisl evidenziano un panorama desolante: la produzione di Stellantis nei siti italiani è crollata del 31,3%, scendendo a 505.000 veicoli complessivi contro i 751.000 dell’anno precedente. Si tratta del punto più basso registrato dal 1956, una contrazione che allontana definitivamente l’obiettivo ministeriale di un milione di vetture prodotte sul territorio nazionale. Stabilimenti storici come Mirafiori e Pomigliano d’Arco sopravvivono ormai grazie al ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali, con la cassa integrazione diventata l’unico sostegno strutturale al reddito dei lavoratori.

La crisi non colpisce soltanto il gigante nato dalla fusione tra FCA e PSA, ma rischia di travolgere l’intera filiera della componentistica. Secondo i dati Anfia, il comparto conta oltre 2.200 imprese e circa 160.000 addetti, generando un fatturato superiore ai 56 miliardi di euro (pari al 5% del PIL nazionale). Questa rete di piccole e medie imprese, storicamente integrata con l’industria tedesca, si trova stretta in una morsa fatale: da un lato la frenata dell’economia in Germania, dall’altro l’assenza di un piano strategico nazionale per convertire le linee produttive verso l’elettrico e i nuovi vettori energetici, inclusa la battuta d’arresto su progetti chiave come la Gigafactory di Termoli.

La retorica del Mimit e il paradosso dei sussidi

Di fronte alle critiche di sindacati e associazioni datoriali, la replica del Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è trincerata dietro un cambio di paradigma. Il ministro Adolfo Urso ha sostenuto che le risorse residue verranno concentrate esclusivamente sul sostegno all’offerta — ovvero sugli investimenti produttivi in Italia — anziché sulla domanda tramite incentivi all’acquisto, spesso finiti a finanziare veicoli prodotti all’estero. Una tesi economicamente suggestiva che si scontra però con la realtà contabile: sottrarre 4,6 miliardi a un fondo pluriennale non è una rimodulazione, ma un’operazione per fare cassa e coprire altre emergenze di finanza pubblica, lasciando le imprese prive di certezze programmatiche.

Nel frattempo, la scadenza europea del 2035 per l’azzeramento delle emissioni dei motori endotermici avanza senza attendere i tempi della politica romana. Il paradosso italiano risiede nell’aver ingaggiato una battaglia ideologica tardiva contro le normative UE — invocando la neutralità tecnologica e il ruolo dei carburanti sintetici o biofuel — senza predisporre gli strumenti industriali e le infrastrutture di ricarica necessari per competere. Mentre Pechino sovvenziona massicciamente la propria industria automobilistica e Washington risponde con l’Inflation Reduction Act, l’Italia sceglie la via del disimpegno finanziario.

La cassa integrazione come ammortizzatore permanente

Il costo sociale di questa stasi viene scaricato sulle casse dello Stato e sui contribuenti. I dati Inps evidenziano un aumento a doppia cifra delle ore di integrazione salariale autorizzate nel settore metalmeccanico nei principali poli automobilistici. Si tratta di un sussidio passivo che non crea valore, non riqualifica le competenze e prolunga l’agonia di un modello produttivo senza indicare vie d’uscita. In assenza di nuovi modelli ad alto volume assegnati agli impianti nazionali, il rischio concreto è quello di una deindustrializzazione irreversibile.

La narrazione governativa individua in Stellantis l’unico responsabile, accusando i vertici del gruppo di aver disatteso gli impegni e spostato il baricentro decisionale verso la Francia e paesi a basso costo salariale. Sebbene le responsabilità della multinazionale siano evidenti e documentate dal progressivo disimpegno nella ricerca e sviluppo in Italia, l’alibi del colpevole esterno non solleva le istituzioni dai propri doveri. Uno Stato non si limita a deplorare le scelte di un attore privato, ma costruisce un ecosistema attrattivo fatto di ricerca, infrastrutture energetiche e stabilità normativa.

Un vicolo cieco per la manifattura

Rinunciare a una politica industriale di lungo respiro significa condannare l’Italia a un ruolo marginale nella mappa manifatturiera globale. Senza un piano che unisca risorse pubbliche certe, riqualificazione delle competenze e visione strategica, il Paese rischia di pagare il prezzo più alto della transizione: perdere la propria capacità produttiva storica senza aver conquistato alcuna sovranità tecnologica nel settore che ne ha segnato lo sviluppo industriale.omponentistica di posizionarsi sulle nuove catene globali del valore.

La sfida che attende l’economia italiana non è semplicemente la conservazione dell’esistente, operazione peraltro impossibile dinanzi a una rivoluzione tecnologica globale, bensì la gestione governata del cambiamento. Continuare a finanziare il declino con la cassa integrazione, tagliando contemporaneamente i fondi per l’innovazione, equivale a rassegnarsi a un ruolo di subfornitura marginale e impoverita. Resta da chiedersi fino a quando il sistema economico del Paese potrà sopportare questa drammatica asimmetria tra gli annunci della politica e la realtà dei bilanci dello Stato.

Credit immagine di copertina: Elaborazione AI.

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