Di Luca De Rossi
L’approvazione definitiva della legge 26 giugno 2024, n. 86, nota alle cronache come legge Calderoli sull’autonomia differenziata, ha segnato l’inizio di una delle stagioni di scontro istituzionale e sociale più aspre della storia repubblicana recente.
Tra i ricorsi d’incostituzionalità depositati da diverse Regioni e la mobilitazione referendaria che ha raccolto oltre un milione di firme, il dibattito pubblico si è rapidamente polarizzato in una contrapposizione ideologica tra tifoserie contrapposte. Tuttavia, spogliando la materia dalla retorica propagandistica dei sostenitori e dei detrattori, emerge un quadro tecnico ed economico estremamente complesso. Il rischio concreto è che la riforma si traduca in un paralizzante gioco delle tre carte istituzionale, dove a fronte di un formale decentramento di poteri si assiste a una sostanziale impossibilità di garantire i diritti fondamentali in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Il paradosso dei LEP e il vincolo dell’invarianza finanziaria
Il fulcro attorno al quale ruota l’intera architettura del ddl Calderoli è rappresentato dai Livelli Essenziali delle Prestazioni, i cosiddetti LEP. Si tratta della soglia minima di servizi civili e sociali che deve essere garantita a ogni cittadino italiano, indipendentemente dalla regione in cui risiede, su materie cruciali come la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale e i trasporti.
Il Comitato per la determinazione dei LEP, presieduto dall’illustre giurista Sabino Cassese, ha svolto un imponente lavoro di ricognizione tecnica, ma la definizione teorica dei diritti non equivale in alcun modo alla loro materiale erogazione. La legge n. 86/2024 contiene infatti una clausola di invarianza finanziaria all’articolo 9, la quale stabilisce che dall’applicazione della riforma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Questo vincolo rappresenta un cortocircuito logico ed economico difficilmente superabile.
Come evidenziato in sede di audizione parlamentare dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), colmare i divari storici di servizio e di infrastrutture tra le diverse aree del Paese richiede investimenti strutturali imponenti. Alcune stime indipendenti quantificano in decine di miliardi di euro le risorse necessarie per allineare le regioni meno sviluppate ai livelli minimi che verranno definiti. Promettere la definizione formale dei LEP senza stanziare le coperture finanziarie necessarie per la loro effettiva attuazione rischia di ridurre la Costituzione a una serie di buone intenzioni sulla carta, lasciando inalterate, se non aggravate, le storiche diseguaglianze territoriali del Paese.
La trappola della compartecipazione e l’allarme di Banca d’Italia
L’altro pilastro critico della riforma riguarda il meccanismo di finanziamento delle funzioni trasferite alle Regioni che richiederanno l’autonomia. Il disegno di legge prevede che tali funzioni vengano finanziate attraverso compartecipazioni ai tributi erariali generati sul territorio regionale, in particolare l’IRPEF e l’IVA. L’idea di fondo è quella di premiare la virtuosità fiscale e la capacità produttiva dei territori.
Tuttavia, questa impostazione ha sollevato forti perplessità da parte della Banca d’Italia. Nel corso delle audizioni sul provvedimento, i tecnici di Via Nazionale hanno espresso serie preoccupazioni circa la tenuta complessiva del bilancio dello Stato e la flessibilità della politica fiscale nazionale.
Se le Regioni a più alta capacità fiscale trattengono una quota significativa dei tributi riscossi sul proprio territorio per finanziare le nuove competenze, si riduce inevitabilmente lo spazio di manovra del bilancio centrale. Lo Stato si troverebbe privato di preziose risorse necessarie non solo per finanziare i meccanismi di perequazione a favore dei territori più deboli, ma anche per far fronte a shock macroeconomici asimmetrici o per garantire il rispetto dei nuovi e stringenti parametri del Patto di Stabilità e Crescita europeo. Il rischio, dunque, non è semplicemente una secessione dei ricchi, ma una complessiva perdita di controllo della finanza pubblica centrale in un momento storico in cui il debito pubblico italiano supera il 135 per cento del PIL.
Il labirinto burocratico e la frammentazione delle reti nazionali
Al di là del dibattito economico, esiste una questione di efficienza gestionale che tocca da vicino l’intero sistema produttivo. La riforma consente il trasferimento di competenze su ben 23 materie, molte delle quali di rilevanza strategica nazionale come le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione e distribuzione dell’energia, la previdenza complementare e il commercio estero. Frammentare la governance di questi settori significa esporre il Paese a un labirinto burocratico insostenibile per le imprese nazionali e per gli investitori esteri. Immaginare venti diverse regolamentazioni regionali in materia di impatto ambientale per la costruzione di un’infrastruttura energetica o venti sistemi diversi di istruzione professionale contrasta apertamente con le esigenze di semplificazione e digitalizzazione richieste dal mercato globale e dallo stesso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Il settore sanitario rappresenta il monito più evidente di quanto questa frammentazione possa essere disfunzionale.
Pur trattandosi di una materia già ampiamente regionalizzata, il sistema mostra crepe profonde. I dati del monitoraggio sui Livelli Essenziali di Assistenza evidenziano come la mobilità sanitaria passiva, ovvero lo spostamento forzato dei pazienti dal Mezzogiorno verso gli ospedali del Nord per ricevere cure adeguate, sia un fenomeno strutturale che drena risorse dai bilanci delle regioni meridionali per trasferirle a quelle settentrionali. Estendere questo modello ad altre materie strategiche senza aver prima riequilibrato le basi di partenza rischia di istituzionalizzare una cittadinanza a doppio binario, definita unicamente dal codice postale di residenza.
Verso quale modello di sviluppo?
Il vero nodo politico ed economico dell’autonomia differenziata risiede nella visione di sviluppo che si intende perseguire. In un contesto globale caratterizzato da colossi geopolitici e da sfide tecnologiche ed energetiche che richiedono strategie continentali, la frammentazione in venti piccole patrie normative appare come una risposta anacronistica. La competitività di un Paese non si costruisce aumentando la conflittualità interna o creando barriere amministrative tra regioni confinanti, ma rafforzando la coesione e la capacità di fare sistema.
La sfida per la classe dirigente italiana, al di là degli slogan elettorali e delle bandiere di partito da sventolare prima delle scadenze di voto, consiste nel comprendere che l’efficienza della pubblica amministrazione non si ottiene con un automatico trasferimento di poteri, bensì con una rigorosa selezione del personale, la digitalizzazione dei processi e la responsabilità finanziaria reale degli amministratori. Senza queste premesse, l’autonomia differenziata rischia di rivelarsi una costosa illusione burocratica, le cui inefficienze e i cui costi di gestione finiranno per ricadere, indistintamente, sulle tasche di tutti i contribuenti italiani.
***Immagine di copertina generata dal sistema AI interno alla piattaforma WP a puro scopo illustrativo
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