INCHIESTA – la gabbia invisibile: così l’identità digitale sta trasformando i cittadini europei in sudditi tracciati

INCHIESTA – la gabbia invisibile: così l’identità digitale sta trasformando i cittadini europei in sudditi tracciati

Indagine del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Sotto la rassicurante retorica della semplificazione burocratica, della transizione ecologica e della modernizzazione tecnologica, si sta consumando quello che a una parte dell’opinione pubblica appare essere il più grande esperimento di sorveglianza di massa e classificazione sociale della storia europea.

Effettivamente, la chiamano semplificazione, ma sotto molti aspetti somiglia sempre più a un recinto invisibile.

Negli ultimi anni, i cittadini italiani ed europei sono stati spinti, talvolta con blande lusinghe e molto più spesso con subdole coercizioni amministrative, ad abbracciare sistemi di identificazione digitale come lo SPID (che conta oggi oltre 42 milioni di utenze attive in Italia) e la Carta d’Identità Elettronica (CIE, che ha superato i 43 milioni di rilasci). Ma questo è solo l’antipasto.

Dietro l’angolo si profila quello che sembra il vero obiettivo del controllo centralizzato: il Regolamento europeo eIDAS 2 e il neonato EU Digital Identity Wallet, che in Italia prenderà le sembianze dell’IT Wallet, integrato nell’applicazione pubblica “IO”. Un unico punto di accesso digitale che conterrà patenti, tessere sanitarie, titoli di studio, dati bancari e prescrizioni mediche.

Un’unica chiave per esistere nello spazio pubblico, governata da un clic statale.

Il cavallo di Troia di eIDAS 2 e l’allarme dei diritti digitali

Il Regolamento (UE) 2024/1183, approvato definitivamente dal Parlamento Europeo all’inizio del 2024, introduce il Portafoglio Europeo di Identità Digitale.

Analizziamo la situazione: dietro l’apparente comodità di avere tutta la propria vita all’interno di un’unica applicazione installata sul cellulare, sembra celarsi un’architettura di tracciamento centralizzata senza precedenti. Organizzazioni internazionali per i diritti digitali, tra cui la Electronic Frontier Foundation (EFF) ed European Digital Rights (EDRi), hanno lanciato durissimi allarmi durante le fasi di negoziazione.

Qui sotto trovate uno degli approfondimenti tematici sul sito istituzinale di European Digital Rights:

Il punto più critico, che ha scatenato la protesta della comunità scientifica globale della cybersecurity, riguarda il famigerato Articolo 45 del regolamento. Questa norma impone ai browser web (come Firefox, Chrome o Safari) di accettare i certificati di crittografia emessi dai governi nazionali, scardinando gli standard di sicurezza indipendenti.

Di fatto, denunciano gli esperti di Mozilla e della EFF, questa misura offre ai governi la capacità tecnica di intercettare il traffico web cifrato dei propri cittadini, aprendo la strada a pratiche di spionaggio di Stato legalizzate sotto il vessillo della sicurezza nazionale.

Dall’identità digitale al credito sociale: la deriva del “function creep”

Nelle scienze sociali e informatiche, esiste un concetto preciso che descrive questo fenomeno che viene denominato “function creep“, ovvero deriva funzionale. Si tratta di uno strumento nato per uno scopo nobile ma che viene gradualmente espanso fino a controllare ambiti della vita precedentemente protetti dalla riservatezza.

Privacy International, una delle più autorevoli organizzazioni non governative che si occupano di sorveglianza di Stato, ha documentato come i sistemi di identità digitale non rimangano mai semplici credenziali di accesso.

Questi sistemi di identità digitale, si trasformano inevitabilmente in strumenti di condizionalità. In Italia, i primi campanelli d’allarme sono già suonati con progetti pilota come lo “Smart Citizen Wallet” a Bologna o la “Carta del Merito” a livello nazionale. Si tratta di sistemi premiali in cui il comportamento “virtuoso” del cittadino – misurato tramite il consumo di trasporto pubblico, la raccolta differenziata o il rispetto di determinate linee guida amministrative – viene registrato digitalmente per concedere sconti, bonus o accessi agevolati ai servizi. È l’embrione del sistema di credito sociale cinese (il “Social Credit System”), trasposto in salsa europea edulcorata. Se oggi il sistema premia, domani lo stesso sistema potrà punire o escludere chi non si adegua ai parametri stabiliti dall’alto.

L’esclusione di Stato e il parere dei Garanti della Privacy

La retorica della digitalizzazione forzata ignora deliberatamente un dato di fatto strutturale: il divario digitale.

Chi non possiede competenze tecnologiche avanzate, chi non può permettersi uno smartphone di ultima generazione compatibile con i requisiti di sicurezza dell’IT Wallet, o chi semplicemente rifiuta di delegare la propria esistenza giuridica a un dispositivo elettronico, rischia di essere progressivamente espulso dalla società civile.

Nel nostro paese, il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso a più riprese forti riserve sulla centralizzazione delle banche dati pubbliche. L’attuale Garante, Pasquale Stanzione, ha evidenziato in diverse relazioni annuali come la digitalizzazione della pubblica amministrazione non debba mai tradursi in una schedatura di massa o in una barriera d’accesso ai diritti costituzionali fondamentali, quali la salute, l’istruzione e la mobilità.

L’identità non può essere condizionata alla tecnologia, è ciò che ricordano a tutti i difensori dei diritti civili, poiché nel momento in cui lo Stato possiede un “interruttore” centralizzato in grado di disattivare l’identità digitale di un individuo, possiede anche il potere di cancellarlo socialmente, impedendogli di viaggiare, acquistare beni, curarsi o accedere alla propria abitazione se governata da sistemi domotici collegati alla rete pubblica.

Al link che segue un intervento pubblicato sul sito ufficiale del Garante Privacy: https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10068624

La vulnerabilità informatica e il mercato nero dei dati personali

Esiste infine un argomento legato alla sicurezza che smentisce la narrazione ufficiale dei governi su questi temi: la vulnerabilità intrinseca delle grandi banche dati centralizzate.

Concentrare le informazioni sensibili di 450 milioni di cittadini europei in un’unica infrastruttura interconnessa, equivale a costruire una gigantesca cassaforte con un solo lucchetto, attirando l’attenzione di gruppi hacker statali e della criminalità informatica internazionale.

Nel corso dell’ultimo anno, i data breach che hanno colpito le pubbliche amministrazioni europee e le aziende sanitarie locali sono aumentati del 30% secondo i dati del rapporto Clusit. Quando un’identità digitale viene violata o rubata, il danno per l’individuo è totale e devastante: non si tratta solo di cambiare una password compromessa, bensì di vedersi sottrarre la propria intera biografia giuridica, finanziaria e medica. Eppure, la marcia verso la digitalizzazione coatta prosegue senza sosta, sorda alle critiche tecniche e sdegnosa dei dubbi etici.

L’identità digitale, nata come promessa di libertà dalla burocrazia, si sta rivelando per ciò che è realmente: la pietra angolare di una democrazia vigilata, dove l’essere umano non è più un cittadino titolare di diritti inalienabili, ma un codice fiscale digitalizzato, profilato e costantemente sotto osservazione.

Riferimenti

Regolamento europeo eIDAS 2/REGOLAMENTO (UE) 2024/1183: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202401183

EU Digital Identity Wallet: https://www.pagopa.it/it/prodotti-e-servizi/european-digital-identity-wallet/

Rapporto Clusit: https://clusit.it/rapporto-clusit/

Qui di seguito il link di accesso a un mio approfondimento pubblicato nel 2018: Un mondo senza denaro contante. Grossi rischi in arrivo per gli italiani https://www.agoravox.it/Eliminazione-del-contante-cosa.html

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