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Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
C’è un punto di non ritorno oltre il quale la narrazione del giornalismo italiano smette di essere cronaca e diventa pura commedia grottesca. Quello a cui stiamo assistendo non è il consueto teatrino estivo del potere, ma una vera e propria implosione strutturale. Una «Giornalistopoli» sommersa da veleni, dossieraggi incrociati, battaglie di fazione e una totale perdita di aderenza alla realtà e al rispetto dei lettori.
I veleni del Servizio Pubblico e le crepe a sinistra
Da una parte assistiamo ai continui polveroni che investono la TV di Stato e uno dei suoi format simbolo finito nel mirino delle dettagliate inchieste del quotidiano Il Tempo. L’attenzione scagliata contro le dinamiche interne di Report e la figura di Sigfrido Ranucci – tra l’uso e la gestione dei budget del servizio pubblico, la galassia dei collaboratori esterni e le trame parallele che rievocano persino vecchi e controversi fantasmi come Valter Lavitola – spalanca una voragine di domande non più eludibili.
Ma il dato politico e culturale più clamoroso è il corto circuito interno: persino nell’area della sinistra e tra colleghi storicamente contigui a quell’impianto mediatico iniziano a registrarsi nette prese di distanza e imbarazzi palesi di fronte a metodi, dossier e teoremi d’inchiesta. Quando il fronte dell’autodifesa corporativa si spacca dall’interno, significa che la misura è davvero colma.
La trappola del tifo mediatico
Intanto soffia il clima tossico di una bolla mediatica dove la critica non è più verifica rigorosa dei fatti, bensì schieramento.
Il sistema tende a reprimere le voci ibere, polarizza il dibattito e riduce tutto a tifoseria: pro o contro il governo, pro o contro la magistratura, pro o contro il giornalista di turno eletto a martire intoccabile o a bersaglio da abbattere. In questo tritacarne ideologico, l’indipendenza di giudizio viene bollata come tradimento e la verità sostanziale dei fatti diventa un intralcio trascurabile.
Il tradimento del patto con i cittadini
Le denunce e i dati emersi sulle gestioni editoriali e sui costi Rai impongono ormai una trasparenza assoluta: il denaro dei contribuenti deve finanziare l’imparzialità e le carte verificate, non la propaganda di fazione o il dilettantismo.
Quando l’informazione viene usata come clava o come strumento di ricatto incrociato, la credibilità dell’intera categoria si sbriciola e l’ideologia sostituisce la ricerca autonoma dei fatti, degradando il cittadino da soggetto da informare a pubblico da indottrinare.
Ripartire dai fatti nudi e crudi
Su Gli Scomunicati l’abbiamo sempre detto senza mezze misure e senza guardare in faccia a nessuno: il giornalismo non è un club per pochi protetti, non è una medaglia da esibire nei salotti bene e non è una licenza per scavalcare le regole elementari della deontologia.
Se la professione ha perso la sua anima e la sua funzione di cane da guardia del potere per diventare un cortile di faide e interessi di bottega, abbiamo il dovere morale di denunciarlo.
È ora di spazzare via la polvere sotto il tappeto ed è ora che voi lettori pretendiate sempre più una sola cosa: i fatti, nudi e crudi. Ma siate anche bravi a scoprire quelle testate giornalistiche che da anni, con minore clamore rispetto al mainstream, vi informano puntualmente e non si abbeverano alle risorse pubbliche essendo, peraltro, indipendenti. Come il nostro giornale.
QUI SOTTO: la video trasmissione che ho dedicato al tema

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