Per “liberare” le donne serve la segregazione oraria? Il paradosso della piscina pubblica di Tor Tre Teste a Roma

Per “liberare” le donne serve la segregazione oraria? Il paradosso della piscina pubblica di Tor Tre Teste a Roma
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Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Per decenni, nel nostro Paese le battaglie femminili e femministe sono state combattute per un obiettivo chiaro e condivisibile: abbattere le barriere, superare le preclusioni e conquistare il diritto di occupare gli stessi identici spazi degli uomini. Agli stessi livelli, alle medesime condizioni, a viso aperto e senza doversi nascondere.

Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno sconcertante: si fa strada l’idea che la donna abbia bisogno di “ore e aree protette”, anche solo per poter fare una nuotata in piscina. Accettare questo principio significa ammettere implicitamente che lo spazio pubblico ordinario sia precluso o intrinsecamente ostile per il genere femminile. Non prendiamoci in giro, questa non è una conquista di libertà.

È un salto all’indietro di almeno mezzo secolo.

Il caso della piscina pubblica a Roma

I fatti su cui intendo sollecitare una riflessione non appartengono alla teoria, ma alla cronaca concreta di questi giorni. Nella piscina pubblica di Tor Tre Teste, a Roma — una struttura comunale, non un club privato — è stato introdotto un sistema di “fascia protetta” per sole donne: due ore riservate in via esclusiva al pubblico femminile. Un’iniziativa nata da una proposta avanzata da un’organizzazione islamica e prontamente accolta dalla gestione dell’impianto.

Per testare la tenuta di questa disposizione e far emergere le contraddizioni del sistema, l’attivista Simone Carabella è entrato nella struttura, ha acquistato un regolare biglietto d’ingresso e si è immerso in acqua con tanto di cuffietta da piscina, come da regolamento. L’esito? Una sollevazione immediata. A protestare e a chiederne l’allontanamento a gran voce non sono state soltanto alcune donne di fede musulmana, ma anche giovani attiviste femministe. Un uomo, per il solo fatto di essere tale, è stato scortato fuori da un impianto pubblico.

QUI SOTTO: il video girato durante la visita di Simone Carabella alla piscina pubblica di Tor Tre Teste a Roma;

Per onestà intellettuale e rigore di cronaca, va premessa una distinzione fondamentale: ci sono donne di religione islamica, regolarmente residenti in Italia, che per precetti religiosi e culturali — legati alla Sharia come codice di comportamento — chiedono momenti di isolamento per potersi spogliare o indossare un costume senza la presenza maschile. Un’impostazione culturale molto diversa dalla nostra, che porta spesso a scegliere, per sé o per le proprie figlie fin da piccole, l’uso del burkini o del velo integrale in altre occasioni. E’ una LORO scelta, non va vista sempre e solo come “Un’imposizione da parte degli uomini musulmani”.

Il nodo politico e culturale, tuttavia, non risiede soltanto nelle richieste della comunità musulmana, ma nella reazione e nel corto circuito ideologico del femminismo nostrano.

Il corto circuito del moderno femminismo

Siamo di fronte a un’assurdità logica e giuridica. Se la storia dell’emancipazione occidentale ha liberato la donna da strutture e condizionamenti discriminatori — ricordiamo che solo nel 1981 è stato abolito l’orribile istituto del matrimonio riparatore, che estingueva il reato di stupro —, come si può oggi avallare la cacciata di un cittadino da un impianto pubblico in quanto uomo?

Da un lato assistiamo a una narrazione ideologica che richiede tutele penali differenziate e leggi ad hoc su base gender; dall’altro, le stesse frange che urlano contro il “patriarcato” abbracciano la richiesta di separazione dei sessi negli spazi pubblici. Si tratta di una profonda incoerenza: la lotta per la parità consisteva nell’occupare lo spazio pubblico insieme all’uomo, non nell’escludere l’uomo per creare riserve indiane.

L’idea di reintrodurre spazi e vetture riservati — come si è ipotizzato persino per i treni o i trasporti pubblici — riflette un modello ottocentesco. Chiamare “inclusione” la creazione di ghetti orari è un controsenso formale: la vera integrazione insegna la convivenza civile, il rispetto reciproco e la condivisione dei medesimi spazi nello stesso momento. La segregazione oraria valida invece il principio paternalista e retrogrado secondo cui l’unico modo per tutelare una donna sia nasconderla.

L’involontario assist al patriarcato oscurantista

Il vero paradosso è rappresentato dal fatto che, nel tentativo di mostrarsi iper-accoglienti verso istanze culturali e religiose esterne, ampie porzioni del femminismo contemporaneo finiscono per strizzare l’occhio al patriarcato più oscurantista. Avallare la separazione dei sessi significa confermare il presupposto ideologico secondo cui il corpo femminile rappresenti un elemento di perturbazione o di peccato se esposto allo sguardo maschile. Così facendo, non si liberano le donne: si legittima chi punta a limitarne la presenza nella sfera pubblica.

In un contesto sociale in cui le comunità islamiche sono stabilmente integrate e si apprestano a esprimere proprie rappresentanze politiche nelle grandi città — si pensi ai comitati già attivi in vista delle amministrative di Roma 2027 —, le istituzioni e le forze sociali hanno il dovere di stabilire confini chiari. L’accoglienza non può tradursi nella svendita dei diritti fondamentali conquistati in decenni di lotte civili.

La vicenda di Tor Tre Teste impone un dibattito franco e privo di ipocrisie. L’emancipazione femminile non si misura in ore di isolamento o in recinti protetti: la donna non ha bisogno di essere segregata per essere tutelata, ma ha il diritto inalienabile di vivere la società e gli spazi pubblici a pari condizioni, sempre.

QUI SOTTO: la puntata della mia videtrasmissione quotidiana “Un tema al giorno” che ho dedicato al caso della piscina di Tor Tre Teste

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