L’algoritmo della conformità: così vi indicano cosa dovete pensare

L’algoritmo della conformità: così vi indicano cosa dovete pensare
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Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Un tempo, per controllare le persone, servivano le censure di regime e la polizia. Oggi il meccanismo è diventato molto più raffinato: facciamo tutto da soli, con un bel sorriso, facendo scorrere il dito sullo schermo dello smartphone.

Le piattaforme digitali non sono uno spazio neutro. Sono gabbie progettate al millimetro per decidere cosa dovete vedere, cosa dovete sdegnare e, soprattutto, cosa dovete pensare. L’algoritmo non vi informa: vi misura. Vi somministra esattamente la dose di rabbia o di conferma che serve a tenervi incollati lì, trasformando ogni discussione in una guerra tra tifoserie.

Dalla notizia alla trincea

Guardate cosa è diventato il dibattito pubblico: una trincea. La complessità dei fatti viene sbriciolata in pillole masticabili, buone solo per dare pancia ai soliti pregiudizi. Chi prova a ragionare, chi chiede un documento, chi solleva un dubbio motivato, viene immediatamente bollato come un nemico da abbattere.

È la fine della sfumatura. O sei di qua, o sei di là. O sei un fedele della linea, o sei un eretico da gogna mediatica. Questo sistema non crea cittadini consapevoli: fabbrica spettatori reattivi, facili da manovrare e incapaci di guardare chi sta davvero muovendo i fili sopra la loro testa.

Spezzare la bolla

Per uscire da questa trappola bisogna fare una cosa semplice ma faticosa: staccare la spina all’automatismo della reazione emotiva.

L’informazione vera non vive di “mi piace”, di tendenze su X o di contenuti virali. Vive di inchieste sul campo, di carte lette una per una e di fatti verificati alla radice. Riprendersi il controllo della propria attenzione e del proprio tempo non è un pallino individuale: è l’ultimo baluardo per non trasformarci in un gregge addomesticato.

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