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Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
Diciamoci la verità. Le immagini e le notizie che stanno arrivando proprio in queste ore dalla Spagna non sono mica un semplice fatto locale, una roba confinata a quel territorio. No. Sono il sintomo lampante di una ferita profonda che l’Europa continua ostinatamente a far finta di non vedere… o meglio, che si ostina a raccontare un po’ a modo suo.
Nelle stesse ore in cui le periferie spagnole mostrano le crepe di un sistema di accoglienza davvero al collasso — e lo stiamo vedendo tutti, tra tensioni sociali, quartieri fuori controllo e una pressione sui confini che ha ormai superato ogni livello di guardia e di sostenibilità — dalle comode aule del Parlamento Europeo a Strasburgo si continua ad ascoltare la solita, stancante ideologia.
Prendiamo, per esempio — o ahimè — il triste caso di Ilaria Salis. Dico triste perché il leitmotiv della signora Salis è sempre lo stesso, sempre sui soliti temi. Ve lo ricordate il suo “fanculo la bianchezza”? Ecco. Di fronte alla realtà dei fatti, questa eurodeputata continua bellamente a promuovere l’abbattimento delle frontiere, la regolarizzazione di massa e la solita narrazione del “tutti sono benvenuti”.
Ma benvenuti dove? E soprattutto: a spese di chi?
È proprio questo l’enorme problema che certi parlamentari — europei ma diciamocelo, anche a casa nostra — non si pongono affatto. C’è una differenza fondamentale, sostanziale, che una certa sinistra radicale si ostina a cancellare: quella tra un doveroso sistema di accoglienza umanitaria (ci mancherebbe altro!) e l’imposizione di un modello ideologico che sta sventrando il tessuto sociale e la sicurezza delle nostre città.
Guardate, siamo messi veramente male. È un’invasione vera e propria. E quelle immagini di arrembaggi dal mare, con persone che arrivano perfino a nuoto dal Nord Africa — e dove purtroppo alcuni trovano anche la morte — vogliono riportare alla mente proprio questa idea. In queste ore c’è gente che mi scrive: “Emilia, ma non potremmo chiudere i confini con la Spagna?”. Ma che c’entra? Non è mica chiudendo i confini con Madrid che ci salveremo da quello che sta succedendo. Lì Sánchez aveva parlato di una sanatoria d’emblée per tutti gli irregolari, senza verifiche, e si è ritrovato il sistema travolto.
I dati ci dicono una cosa sola, che si guardi al Mediterraneo centrale o alla rotta atlantica verso le Canarie. Da anni — e lo sapete bene, perché è una storia che faccio emergere continuamente nelle mie indagini giornalistiche — la gestione dei flussi è finita dritto nelle mani dei trafficanti, condita dalle solite retoriche multiculturali. E mentre i cittadini europei pagano il conto in termini di sicurezza, identità e tenuta dei servizi pubblici, a Strasburgo la signora Salis si permette persino di equiparare gli immigrati sui barconi a chi, durante la Seconda Guerra Mondiale, aiutava gli ebrei a scappare dai nazisti. Ma stiamo scherzando? Io non so davvero come sia possibile. E il bello è che persino intellettuali come l’erede Bompiani se ne escono con le stesse idee bislacche.
Qui non si tratta solo di numeri o di logistica, di quanti ne arrivano o di dove li mettiamo. Si tratta di compatibilità culturale — che chiaramente non siamo in grado di gestire né in Italia né nel resto d’Europa — e di rispetto delle nostre leggi, della laicità dei nostri Stati, della parità di genere. È una situazione sfuggita completamente di mano.
Quando oltre un anno fa ho iniziato a proporre di sederci a un tavolo pubblico per fissare regole chiare, normate civilmente e penalmente, lo dicevo proprio pensando a questo. Tra poco i comitati islamici presenteranno i loro candidati nella politica locale e nazionale: non possiamo mica pensarci dopo a quello che accadrà! I nostri diritti e le nostre conquiste rischiano di essere sacrificati sull’altare di un’integrazione di facciata che produce soltanto ghetti e società parallele.
È una roba pazzesca. Accade a Bruxelles, accade in Europa e accade pure negli Stati Uniti, dove New York fa oramai nazione a sé e il sindaco musulmano Mamdani, dopo aver promesso moderazione in campagna elettorale, sta imponendo la sua visione. A chi mi chiede “dove andremo a finire?”, io dico: ma guardate un po’ dove siamo già finiti!
Sia chiaro: dietro tutto questo ci sono anche precise responsabilità di vecchia data.
C’è chi in passato ha spalancato le porte pensando di tutelare il Paese dagli attacchi terroristici, e c’è chi — come nei famosi negoziati tra il 2014 e il 2016 con l’Unione Europea — ha barattato l’accoglienza con la flessibilità sui nostri conti pubblici. Ma oggi la situazione è andata oltre.
Non è vero che il popolo non può fare nulla. Se ci coordinassimo a livello nazionale ed europeo avremmo una voce in capitolo ben diversa. Ma se si lascia briglia sciolta a chi, come la Salis, manifesta orgoglio e sostegno per un arrembaggio del genere, poi non si possono scaricare le colpe soltanto sui governi in carica o su Giorgia Meloni.
Pensiamoci, perché abbiamo ancora un briciolo di tempo, anche se siamo ampiamente fuori tempo massimo. Di Ilaria Salis bisogna parlare, eccome, proprio perché è diventata un’europarlamentare e copre un ruolo pubblico. C’è troppa vita delle popolazioni europee sul fuoco per fare finta di niente.
Parliamone. E se vi va, ne discuteremo insieme in diretta in una delle prossime puntate.
QUI SOTTO: la puntata della video trasmissione che conduco ogni giorno sul canale YouTube ufficiale del nostro giornale e che ho dedicato al tema che ho trattato nell’editoriale di oggi:
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