Quando le guance parlano: il significato nascosto del rossore

Quando le guance parlano: il significato nascosto del rossore
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Rubrica a cura del dottor Claudio Rao

L’uomo è l’unico primate che arrossisce fronte a una situazione imbarazzante. Una reazione involontaria legata alle emozioni (imbarazzo, vergogna, timidezza).

Arrossire è dunque un privilegio dell’uomo?

Quando ci si trova in una situazione sociale stressante, il sistema nervoso rilascia adrenalina. Questa dilata i vasi sanguigni del viso, preparando il corpo a reagire e causando l’afflusso di sangue visibile sotto la pelle.

Secondo Darwin, ciò sarebbe dovuto al timore che il nostro aspetto venga giudicato dagli altri. Questa paura si manifesta generalmente durante l’adolescenza, soprattutto nelle ragazze. Fortunatamente, più si invecchia, meno si arrossisce.

Tuttavia, come rivela un recente studio condotto dai ricercatori dell’Istituto nazionale di ricerca agronomica affiliato all’Università francese di Tours, anche le galline arrossiscono per l’emozione.

Lo stesso Darwin riconobbe che gli animali a volte arrossiscono. «Le scimmie diventano rosse di rabbia».

Ma allora, perché arrossiamo?

Si arrossisce al minimo commento, al minimo sguardo. E questo è accompagnato da una serie di reazioni fisiche: il battito cardiaco accelera, si suda molto e la bocca si secca.

Per evitare di ritrovarsi in tali situazioni, alcune persone non escono quasi più di casa. Questa paura è chiamata erutofobia.

La colpa è del nostro sistema nervoso autonomo, chiamato sistema simpatico. Esso è costituito da una catena di gangli da cui partono diversi rami: i nervi simpatici. Sono questi nervi a regolare attività quali transito intestinale, contrazioni cardiache, sudorazione e  dilatazione dei vasi sanguigni. Questi vasi sono così vicini alla superficie della pelle che, inevitabilmente, sotto l’effetto dell’emozione, il sangue che vi affluisce provoca l’arrossimento.

Quanto all’arrossimento causato dalla rabbia, esso è prodotto dall’accelerazione cardiaca che deriva da un’emozione primitiva che l’uomo condivide con gli animali.

Una risposta… a se stessi!

Ricercatori italiani e dei Paesi Bassi hanno intrapreso uno studio per scoprire i meccanismi fisiologici dell’arrossire. Contrariamente alle teorie popolari, l’arrossire non richiederebbe una complessa cognizione sociale né un’introspezione. Si tratterebbe di una risposta automatica e basilare a stimoli legati a se stessi.

La dottoressa Milica Nikolic¹, coautrice dello studio e psicologa dello sviluppo, spiega che «arrossire è un fenomeno affascinante perché non sappiamo ancora quali capacità cognitive siano necessarie affinché si verifichi».

Lo studio si è concentrato su adolescenti particolarmente sensibili all’ansia sociale. Le partecipanti dovevano svolgere un compito imbarazzante (cantare al karaoke) mentre venivano filmate. Successivamente, durante le scansioni cerebrali, hanno guardato i video di se stesse mentre cantavano e quelli di altri partecipanti.

I risultati mostrano che le partecipanti arrossivano più intensamente guardandosi mentre cantavano rispetto a quando guardavano le altre. Inoltre, anziché coinvolgere aree legate al pensiero sociale complesso, l’arrossire era associato a una maggiore attività in regioni legate all’eccitazione emotiva e all’attenzione. Ciò suggerisce che l’arrossire sia più legato al coinvolgimento emotivo che alla riflessione cosciente su se stessi.

«Su questa base, abbiamo concluso che pensare ai pensieri degli altri non è necessario per arrossire. L’arrossire può far parte dell’eccitazione automatica provata quando ci si trova esposti e qualcosa è rilevante per se stessi”, precisa Milica Nikolic.

Esposizione sociale e arrossimento

Un’altra scoperta interessante è che gli individui che arrossivano di più mostravano un’attività cerebrale più sincronizzata nelle aree di elaborazione visiva precoce quando si guardavano mentre cantavano.

Questi risultati mettono in discussione l’idea secondo cui arrossire richieda «pensare a ciò che gli altri pensano di noi», come aveva ipotizzato Darwin. Essi sarebbero invece in linea con teorie più recenti che suggeriscono che arrossire sia una risposta emotiva rapida e spontanea all’esposizione sociale – un «improvviso stato di allerta» quando ci sentiamo osservati.

Non vergogniamoci di arrossire

«Molte persone arrossiscono», rassicura lo psichiatra Antoine Pelissolo². «Anche se questo fenomeno non è necessariamente visibile nelle persone con la pelle scura, ciò non impedisce loro di arrossire a loro volta, né di provare imbarazzo a causa della sensazione provata. Il corpo obbedisce a variazioni climatiche e anatomiche. Questa manifestazione fisiologica serve a dissipare il calore. Si manifesta e si dissipa in modo diverso a seconda delle persone.»

Alcuni sono più predisposti di altri. È una questione di ambiente (caldo, freddo, vento…), di temperamento, di costituzione, di carnagione, di delicatezza della pelle. Ma non solo, afferma lo psichiatra: «La ragione principale dell’arrossire è generalmente legata a un imbarazzo derivante dalla sensazione di essere al centro dell’attenzione». Le cause sono diverse e variegate: essere indicati in mezzo a un gruppo, ricevere complimenti, trovarsi a tu per tu con qualcuno che ci attrae. In ogni caso, è proprio perché abbiamo una o più persone di fronte a noi che il fenomeno si innesca. Nessuno arrossisce da solo, a casa propria. Perché ciò che è in gioco in questa situazione è ciò che immaginiamo che l’altro abbia percepito di noi, nostro malgrado. Qualcosa che ci sfugge e che ci travolge senza che possiamo fermarlo.

Un dubbio… su noi stessi!

Una vertigine a volte molto dolorosa che ci spiega la psicoanalista Marie-Magdeleine Lessana³: «Arrossiamo perché, all’improvviso, ci rendiamo conto di essere osservati. A un certo punto, supponiamo che l’altro abbia percepito qualcosa di noi che a noi sfugge. Quel qualcosa rimanda sempre alla vergogna, all’idea che la nostra debolezza, le nostre fragilità siano venute alla luce».

L’individuo sicuro di sé, padrone di sé che ci sforziamo di incarnare nella nostra vita sociale, professionale, a volte persino intima, si ritrova improvvisamente incrinato nell’arrossire. Immaginiamo che l’altro sappia più di noi che noi stessi. Secondo la psicoanalista, «nella società dobbiamo apparire come un tutti d’un pezzo. Spesso ci avvolgiamo in una sorta di indumento imbottito. Ma questo rivestimento è fatto di cartapesta. Non corrisponde affatto alla nostra identità sensibile e multiforme. Ed è proprio da questo spazio interiore che nasce l’arrossire, da questa ambiguità, da questo dubbio su noi stessi. Ci sentiamo dominati dalla nostra debolezza, in imbarazzo di fronte a uno o più altri».

È così carino arrossire!

Questo fenomeno visibile sul volto è al tempo stesso interessante, commovente e affascinante. «È così carino arrossire». Quante volte abbiamo sentito questi tipi di riflessioni? Perché non ci crediamo e continuiamo a soffrirne, mentre lo sguardo dell’altro si riempie generalmente di benevolenza di fronte alla nostra ammissione di fragilità? «È un’esperienza difficile da condividere», riassume Antoine Pelissolo. «Mette in gioco l’estetica, la mancanza di fiducia in se stessi, la sensazione penosa di essere nudi di fronte all’altro e la paura della perdita di controllo in un’epoca in cui è assolutamente necessario padroneggiare le proprie emozioni». Ci sentiamo in palese contrasto con ciò che vorremmo mostrare. Lo psichiatra confida inoltre di ricevere molti pazienti maschi affetti da ereutofobia, paralizzati dalla paura di arrossire a tal punto da preferire rimanere rinchiusi in casa.

E che dire quando rischia di instaurarsi un rapporto di seduzione con l’altro? La paura può decuplicarsi, soprattutto se cerchiamo di soffocare la nostra attrazione. Il nostro inconscio gioca allora a segnalare, attraverso l’improvviso arrossire, il nostro interesse per l’altro. All’improvviso, ciò che vorremmo nascondere viene messo a nudo.

Allora, che fare?

Non esiste alcuna ricetta, nessun «manuale d’uso». D’altra parte, è possibile trasformare questo dolore in un semplice fastidio, imparare a conviverci.

Antoine Pelissolo raccomanda di provare a decentrare l’attenzione, a concentrarsi non su se stessi, sulla sensazione provata, ma su chi ci sta di fronte.

«Per riuscirci, chiedo ad esempio ai miei pazienti, quando sono per strada, di concentrarsi sui rumori esterni; oppure, davanti alla televisione, sul conduttore del programma che stanno guardando. Oltre ad altre tecniche, questo allenamento ripetuto aiuta a controllare meglio la propria attenzione nelle situazioni stressanti e a spostarla interamente sull’interlocutore, il che riduce progressivamente gli arrossamenti.»

Discipline come la meditazione, che permettono di imparare a concentrarsi sul momento presente, possono essere di grande aiuto.

Marie-Magdeleine Lessana, dal canto suo, sottolinea la necessità di riflettere sul nostro rapporto con l’altro, sul linguaggio, sullo scambio che ci lega: «Ciò che conta è proseguire il dialogo, ridare un punto di equilibrio a un momento di incertezza, interessarci all’oggetto della nostra presenza insieme. Andiamo a cercare nel linguaggio ciò che c’è tra noi.»

Come liberarsene?

L’ambulatorio del professor Pelissolo è l’unico centro in Francia dedicato al trattamento dell’ereutofobia.

Il metodo utilizzato? Le tecniche delle terapie comportamentali e cognitive.

La medicina cinese vede nell’arrossire una cattiva gestione delle emozioni.

Julie Célérier, operatrice di tuina (massaggio terapeutico tradizionale, pilastro della Medicina Tradizionale Cinese), spiega che «si tratta di una lotta tra energie sane e perverse. Quando le nostre emozioni non vengono gestite correttamente, si trasformano in calore nel sangue. Tutto ha origine dal fegato, che i cinesi considerano l’organo principale delle nostre emozioni. Se ci sforziamo di controllare continuamente i nostri sentimenti, il fegato si blocca e accumula l’energia che reprimiamo. Quest’ultima ristagna, si trasforma in fuoco, risale poi verso il cuore e infine verso il viso. Il nostro obiettivo è quindi quello di drenare e disperdere questo calore praticando l’agopuntura o massaggiando e premendo punti chiave del corpo».

I suoi consigli sono di praticare attività fisiche rilassanti (yoga, qi gong, meditazione…) e, a livello alimentare, evitare gli alimenti classificati come caldi (cannella in polvere, peperoncino, zenzero essiccato, agnello…) privilegiando quelli freddi (banana, grano, maiale, menta, cetriolo, pomodori, verdure crude in generale…).

¹ Ricercatrice e docente presso l’Università di Amsterdam, dirige il “Becoming Social Lab”. È nota per i suoi studi sullo sviluppo infantile, le emozioni e l’ansia sociale.

² Specialista in disturbi d’ansia e depressione, è medico e primario presso il Polo di psichiatria dell’ospedale universitario Henri Mondor, a Créteil (Francia). È ugualmente professore di psichiatria all’Università Paris Est Créteil, responsabile della Clinica di Ricerca sui Comportamenti e le Cognizioni, nonché presidente dell’Associazione francese per i disturbi d’ansia e la depressione).

³ É una psicoanalista e scrittrice francese, discepola di Jacques Lacan. È nota per i suoi saggi e romanzi che esplorano le dinamiche familiari, in particolare il complesso e simbiotico rapporto madre-figlia, affrontando anche tematiche legate alla procreazione.

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