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Editoriale del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
Tra cronache drammatiche, l’arrendevolezza delle istituzioni e un interrogativo inquietante: stiamo assistendo a una nuova strategia della tensione?
Cosa sta succedendo in Italia? È la domanda che, con sempre maggiore insistenza e una strisciante sensazione di impotenza, si pongono milioni di cittadini. Qualcosa, nel tessuto sociale e nella gestione dell’ordine pubblico, è evidentemente sfuggito di mano. E ad accorgersene, oggi, sono spesso persino coloro che in passato hanno fortemente sostenuto i flussi migratori di massa, giustificandoli dietro mille ragioni ideologiche o economiche, scontrandosi con una parte di italiani che fin da subito intravedeva i rischi di un processo privo di regole stabili.
Oggi, quella realtà teorizzata nei salotti si scontra violentemente con la cronaca delle nostre strade.
I fatti recenti parlano da sé, con la crudezza tipica della realtà non filtrata. Pochi giorni fa, a Milano, nella storica zona di San Siro, si è consumato un episodio profondamente inquietante. Un uomo di origine gambiana ha improvvisamente accoltellato un passante, sprigionando una violenza tragica, cieca e priva di qualsiasi motivazione logica. Un fatto gravissimo, che tuttavia assume contorni ancora più drammatici nel post-arresto: l’uomo ha candidamente dichiarato agli inquirenti che, non appena tornerà in libertà, si divertirà a farlo di nuovo.
Un episodio che si aggiunge ai troppi altri che, con sempre maggior frequenza, noi giornalisti siamo costretti a far emergere.
È il segno tangibile di una totale assenza di timore verso lo Stato e le sue leggi. Ci riscopriamo così vittime di noi stessi, di quell’Italia che pur di dimostrare al mondo intero di non essere razzista o culturalmente chiusa all’accoglienza, ha spalancato le porte senza edificare un sistema reale di integrazione, finendo per trovarsi drammaticamente nei guai.
L’alibi della follia e il dito puntato contro le divise
In questo scenario, non possiamo non interrogarci lucidamente sulla situazione contingente. Troppo spesso, quando l’autore di un reato efferato appartiene a una nazionalità extracomunitaria, assistiamo all’immediata estrazione dal cilindro del consueto “fattore psichiatrico”. La follia diventa l’alibi perfetto, utilizzato alla bisogna per derubricare la violenza e spegnere il dibattito pubblico. Ma ridurlo sempre e solo a un problema di mente instabile non basta più, così come non è più tollerabile il vizio sistematico di puntare il dito indice contro le forze dell’ordine, colpevolizzando l’ultimo miglio della nostra catena di sicurezza.
Le donne e gli uomini in divisa eseguono ordini e direttive superiori; il loro compito è espletare un servizio essenziale di tutela del cittadino. Eppure, stiamo vivendo un paradosso storico: quando tentano di fare il proprio mestiere e applicare i regolamenti stabiliti — per i quali, vale la pena ricordarlo, ricevono stipendi del tutto inadeguati rispetto al pericolo quotidiano che patiscono — finiscono troppo spesso trascinati nelle aule di giustizia.
L’opinione pubblica ricorderà il recente caso drammatico di Milano, dove un giovane, Rami, e un passeggero a bordo di uno scooter non si sono fermati all’Alt delle autorità. Il mancato rispetto dell’Alt attiva inevitabilmente una procedura standard di inseguimento, valida per chiunque, italiano o straniero che sia. La tragica fatalità dell’incidente costato la vita al conducente ha immediatamente innescato il solito riflesso condizionato: la colpa è stata gettata sulla “polizia cattiva”. Ma la realtà è diversa, e dobbiamo prendere atto che la macchina istituzionale e giudiziaria sembra aver smarrito la propria autorevolezza, lasciando le nostre forze di polizia prive di una reale tutela legale e operativa.
Dall’emergenza sicurezza al danno economico
Se a Milano la situazione appare fuori controllo, la Capitale non offre scenari più rassicuranti. L’episodio avvenuto a Roma, proprio di fronte al Colosseo, è emblematico: una festa di compleanno improvvisata in una delle piazze più celebri del pianeta da un gruppo di giovani egiziani è sfociata in una guerriglia urbana contro gli agenti, attaccati con coltelli e fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo. Il bilancio? Tre poliziotti feriti e trasportati in ospedale.
Questo degrado diffuso genera una percezione devastante: l’idea che in Italia le forze dell’ordine non siano più credibili e che chiunque possa fare ciò che vuole restando impunito. Una deriva che non ferisce solo la dignità nazionale, ma colpisce direttamente il cuore della nostra economia: il turismo. Sui social network, i turisti stranieri che visitano le nostre città d’arte iniziano a documentare e commentare questi episodi, manifestando forte preoccupazione per l’evidente criticità dei nostri standard di sicurezza. Se l’immagine geopolitica del Paese continuerà a deteriorarsi, l’inevitabile conseguenza sarà un tracollo delle presenze turistiche a favore di flussi migratori incontrollati.
Il dubbio finale: una strategia della tensione?
Mettendo insieme i pezzi di questo mosaico — l’assenza cronica di un sistema di accoglienza strutturato, le aggressioni quotidiane, la debolezza dei governi che si sono succeduti negli anni e l’apparente sonno delle istituzioni dinanzi alla priorità della sicurezza personale — sorge spontaneo un dubbio profondo. C’è forse in atto una nuova, sottile forma di strategia della tensione?
Viene da chiedersi se questa costante pressione psicologica sulla popolazione, alimentata dal caos e dall’insicurezza percepita e reale, non sia deliberatamente tollerata da determinati centri di potere per stressare la cittadinanza e spingerla ad accettare, in futuro, drastiche misure restrittive delle libertà personali e della libera circolazione.
Chi scrive e questa redazione non hanno mai amato i complottismi sterili; il nostro lavoro è rigorosamente orientato a far emergere i fatti e la verità nuda e cruda. Tuttavia, dinanzi a un’agenda politica che sistematicamente ignora la risoluzione del problema, il quesito resta legittimo e urgente.
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