Socialnetworkpatia: è urgente fissare regole comportamentali sui social. Il caso Roccella

Socialnetworkpatia: è urgente fissare regole comportamentali sui social. Il caso Roccella
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Di Emilia Urso Anfuso – Direttore responsabile

Il caso della tragedia familiare del ministro Roccella solleva il velo sulla deriva disumana dei social. Perché confondere la libertà di espressione con il libertinaggio dell’insulto è l’anticamera del collasso sociale.

Diversi anni fa, il nostro Paese ha vissuto una profonda e radicale trasformazione socio-economica: la liberalizzazione del gioco d’azzardo. Un processo che deve moltissimo alle strategie legislative dei governi Berlusconi, i quali, un tassello alla volta, hanno reso lecito e istituzionalizzato ciò che prima lo Stato considerava e perseguiva come un illecito. Quella scelta, nata per fare cassa, ci ha restituito un’eredità drammatica con cui facciamo i conti ogni giorno: la ludopatia, una piaga che devasta famiglie, finanze e l’equilibrio psicologico di migliaia di cittadini.

Oggi, però, ci troviamo di fronte a un secondo, enorme problema di ordine sociale, antropologico e inevitabilmente politico. Una patologia altrettanto subdola e strisciante che dobbiamo avere il coraggio di chiamare con il suo nome: la social network-patia.

Dalla redazione di Gli Scomunicati — lo spazio giornalistico che da vent’anni dirigo all’insegna del motto “l’informazione per chi non ha paura, e per chi ne ha troppa” (www.gliscomunicati.it) — sento l’urgenza di accendere i riflettori su questo tema. Non si tratta di una questione virtuale o astratta, ma di una deriva comportamentale che sta inquinando la nostra realtà quotidiana.

La cronaca del fango: il caso Roccella

Per comprendere la gravità della situazione, basta prendere come esempio la tragedia consumatasi in queste ore, con la drammatica scomparsa del marito del ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, inghiottito dalle acque del lago di Vico. Una bruttissima notizia, una sciagura familiare profonda di fronte alla quale qualunque essere umano dotato di un briciolo di coscienza si fermerebbe in segno di rispetto.

Sui social network, invece, è accaduto l’esatto contrario. Non appena la notizia è emersa, una valanga di insulti, scherni e commenti spietati ha aggredito il ministro. Che l’azione politica di un esponente di governo possa non piacere ad alcuni è legittimo, anzi, è il sale della democrazia: il diritto di critica e di dissenso verso la classe politica è sacrosanto. Ma il confine invalicabile tra la democrazia e la barbarie risiede nel rispetto del dolore. Rivoltare la propria rabbia personale, le proprie frustrazioni o il proprio livore ideologico contro una persona che sta soffrendo la perdita del compagno di una vita, senza il minimo briciolo di empatia o di solidarietà umana, è il sintomo macroscopico di una vera e propria patologia comportamentale.

Quando ho espresso pubblicamente e senza esitazione la mia solidarietà al ministro Roccella — attraverso i miei profili social ufficiali, sia su X che su Facebook — diversi utenti hanno commentato criticando questa presa di posizione. Ma io lo ribadisco con forza: non è più possibile tollerare questa deriva sociologica. È diventato urgente e improrogabile intervenire, anche a livello normativo, per ristabilire un necessario equilibrio.

Il collasso della Netiquette e il bluff del “libertinaggio”

Un tempo, nei territori digitali, esisteva una regola non scritta ma ferrea: la netiquette, il codice di buona educazione online. Chi segue il mio lavoro, i miei canali video o la testata Gli Scomunicati, sa perfettamente che ovunque io gestisca uno spazio di confronto la netiquette è legge. Ciascuno è libero di esprimere le proprie riflessioni, di criticare e di manifestare opinioni radicalmente opposte alle mie o a quelle altrui, ma deve farlo sempre con la massima educazione. Chiunque trasgredisca questo principio viene allontanato in modo fermo dai miei canali.

Questo accade forse perché non sono liberale o democratica? Esattamente il contrario. Accade proprio perché sono profondamente democratica. La vera democrazia si fonda sul rispetto reciproco delle persone, su un comportamento equilibrato, lecito e non esageratamente aggressivo, cattivo o rabbioso.

Ciò che si è scatenato in queste ore, e che purtroppo osserviamo da troppo tempo, non ha nulla a vedere con la libertà di espressione. Un conto è manifestare il proprio pensiero in un’agorà virtuale tra esseri umani; un altro è rivendicare una sorta di “libertinaggio comportamentale” che legittima l’offesa, l’ingiuria e la violenza verbale sistematica. I social network non possono e non devono garantire l’immunità a chiunque decida di trasformarsi in una belva pronta ad avventarsi contro esimi sconosciuti o personaggi pubblici colpiti da un lutto.

Dallo schermo alla strada: il peggioramento delle relazioni umane L’errore più grave che la politica e le istituzioni stanno commettendo è pensare che la “social network-patia” sia un fenomeno confinato dentro i confini digitali di uno smartphone. Non è così. I comportamenti virtuali sono lo specchio e l’amplificatore della realtà. Basta uscire dalle nostre case, frequentare i nostri uffici o camminare per le strade per comprendere come il comportamento umano sia evidentemente peggiorato in termini di aggressività e cinismo. Molte persone sono diventate cattive, di una cattiveria che definirei quasi satanica, priva di qualsivoglia forma di pietà o di comune sentire.

Una proposta prioritaria per la salute sociale

Siamo arrivati a un punto di non ritorno. È diventato prioritario adottare contromisure severe, comprese specifiche riforme normative, per evitare che il nostro Paese e la nostra società vadano incontro a un definitivo decadimento relazionale. Ci stiamo quasi abituando all’insicurezza e alla violenza, sia verbale che fisica. Dico “quasi”, perché io a questa deriva non mi abituerò mai, e mi auguro con tutta me stessa che valga lo stesso anche per voi.

I social network devono riprendere in mano una situazione critica che è completamente sfuggita al controllo, applicando filtri e regole di identificazione reali che costringano l’utente a rispondere legalmente di ciò che scrive. Bisogna fermarsi al momento opportuno, e quel momento è già scaduto.

Voi cosa ne pensate? Ritenete sia corretto e doveroso tornare all’applicazione rigida della Netiquette e pretendere un intervento regolatorio strutturato? Vi sembra normale o accettabile scambiare la libertà di espressione con la licenza di aggredire persino il dolore altrui?

Fatemi sapere la vostra opinione nello spazio dei commenti qui sotto o anche sul canale YouTube ufficiale del nostro giornale.

Il dibattito è aperto.

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