Intervista al generale Pasquale Muggeo, il carabiniere che ha recuperato opere d’arte rubate e scrive romanzi noir

Intervista al generale Pasquale Muggeo, il carabiniere che ha recuperato opere d’arte rubate e scrive romanzi noir
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Intervista realizzata dal direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Questa intervista è stata pubblicata sul periodico nazionale VistoTV al seguente indirizzo: https://www.visto.tv/interviste/generale-pasquale-muggeo-valori-sicurezza-arma-carabinieri/

Il generale Pasquale Muggeo ha una carriera professionale vissuta interamente indossando la divisa dell’Arma dei Carabinieri. Una carriera, la sua, che si snoda tra l’attività di controllo e sicurezza del territorio, le investigazioni, la dirigenza del TPC, Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e l’attuale incarico di ispettore regionale per il Lazio dell’Associazione Nazionale Carabinieri. L’ho incontrato per parlare di molti temi legati all’Arma dei Carabinieri e al nostro paese, tra passato e futuro.

Si è appena conclusa la quattro giorni per il 212° anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Generale Muggeo, qual è l’impatto di un evento simile in un momento storico particolare come questo, dove spesso si parla di crisi di valori e di una società che sembra aver confuso la libertà con il libertinaggio?

È una domanda complessa che non si può liquidare in poche parole. Certamente le società attuali vivono una profonda crisi di valori. È un problema globale, un sistema-mondo in cui l’edonismo, l’individualismo e la mancanza di solidarietà si toccano con mano ogni giorno. Parliamo continuamente di inclusione e di gratuità, ma nella realtà pratica le applicazioni sono davvero molto scarse.

Eppure, durante questi quattro giorni di attività pubbliche dell’Arma con i cittadini, si è vista una forte risposta positiva da parte della popolazione, sia italiana che straniera. Le persone partecipano e cercano nell’Arma un punto di riferimento…

Questo sì, il mio in realtà era un discorso di tipo sociologico. L’Arma dei Carabinieri ha nel suo DNA, sin dal momento della sua costituzione, la vicinanza alla collettività. Lo dimostra la nostra stessa architettura territoriale: le Stazioni dei Carabinieri rappresentano la rete di polizia più capillare d’Europa, se non del mondo. Questo legame influisce direttamente sull’approccio del carabiniere, che vive quotidianamente le stesse problematiche della comunità in cui è inserito, insieme alla sua famiglia. Di conseguenza, non può non farsene carico. Specialmente negli ultimi tempi, siamo diventati un presidio di eccellenza per quanto riguarda l’ascolto, l’accoglienza e la rassicurazione ai cittadini, oltre ai compiti istituzionali di prevenzione e repressione dei crimini. Si deve anche riflettere sul fatto che in molte località, la Stazione dei Carabinieri è l’unico avamposto dello Stato.

Effettivamente, è come se lo Stato scendesse tra la gente, per le strade…La cronaca recente ha riacceso il dibattito sulla tutela delle forze dell’ordine, come nel caso del cittadino straniero, già sottoposto a obbligo di firma, che ha aggredito e schiaffeggiato un carabiniere. Molti cittadini temono, percepiscono che certi reati siano stati praticamente derubricati: come vede questa situazione?

Il garantismo è un concetto democratico assolutamente positivo, che serve a prevenire l’autoritarismo. Attenzione, l’autorità è una cosa, l’autoritarismo è un’altra. E’ molto importante fare questa distinzione. Tuttavia, nel corso del tempo, una serie di reati sono stati derubricati. Pensiamo all’oltraggio a pubblico ufficiale, che oggi è procedibile solo a querela di parte. Un tempo l’oltraggio era uno strumento a tutela dell’autorevolezza della divisa. Ricordo che quando ero un giovane Capitano, se un carabiniere denunciava un oltraggio la scala gerarchica effettuava verifiche rigidissime per accertare i fatti. Erano tempi diversi, meno frenetici, in cui persino una rapina sul territorio veniva vissuta dal comandante di compagnia con l’ansia di una minore attività di prevenzione. Oggi avverto il rischio di una certa assuefazione che ovviamente non fa bene alla popolazione e al paese.

Quindi, col passare del tempo possiamo dire che nel nostro paese la cittadinanza ha un po’ normalizzato il crimine a livello di percezione?

Purtroppo, in qualche modo è così. Le porto un esempio pratico: nel 2000 ero Comandante Provinciale a Milano. Allora i quotidiani come il Corriere della Sera pubblicavano ogni mattina il bilancio dei reati confrontandolo con i dati dell’anno precedente; veniva effettuato un esame costante della situazione, che era poi reso pubblico ai cittadini e ai comitati per l’ordine pubblico e la sicurezza. È il classico tema della differenza tra sicurezza reale e sicurezza percepita: se i reati diminuiscono ma il cittadino continua a tornare a casa con il timore di subire qualche reato, significa che il sistema di sicurezza registra comunque una sofferenza.

Lei ha toccato un punto nodale: il concetto di autorità sembra essersi indebolito, soprattutto tra le nuove generazioni. Per quale motivo, a suo parere?

C’è un vulnus educativo che parte spesso dal contesto familiare. Anni fa, come presidente di commissione per i concorsi interni per marescialli, mi è capitato di vedere giovani presentarsi a giugno in bermuda e infradito. In un’organizzazione fondata sul rispetto della forma e delle tradizioni, presentarsi così denota una mancanza di consapevolezza, che purtroppo si riflette anche in un qualsiasi colloquio nel settore privato. Le ragazze, devo dire, si dimostravano decisamente più attente e impeccabili. Per contrastare questa tendenza, durante il recente 26° Raduno Nazionale a Rimini, abbiamo proposto un format innovativo: il “Villaggio della Legalità”. Abbiamo allestito circa trenta stand per mostrare le varie specialità dell’Arma e dell’Associazione Nazionale Carabinieri (ANC), comprese le attività di protezione civile e volontariato. Abbiamo coinvolto i bambini con attività ludiche, come il battesimo della sella con i Carabinieri Forestali, rilasciando loro un diploma di “Futuro Carabiniere” dopo un piccolo test di cultura istituzionale. È un’opera di fidelizzazione basata su dinamiche sane.

A proposito di specialità dell’Arma di cui si parla troppo poco, lei è stato al vertice del Comando Tutela Patrimonio Culturale (TPC). Un reparto che rappresenta un’eccellenza mondiale, tanto da essere preso a modello all’estero.

È stato un onore e un privilegio comandare quel reparto, che ha sede nella splendida Piazza Sant’Ignazio a Roma. Molti Stati esteri, specialmente in Sud America, ci hanno chiesto supporto e l’invio di nostro personale per istituire reparti analoghi. Il TPC utilizza storicamente la “diplomazia culturale”: raccogliamo le prove scientifiche del traffico illecito di un’opera d’arte e dimostriamo ai musei stranieri la provenienza illegittima del bene. Un’opera d’arte ha un senso profondo solo se ricollocata nel contesto storico e geografico in cui è nata. Personalmente, ho coordinato il recupero di decine di opere dagli Stati Uniti, restituite formalmente all’Italia durante cerimonie solenni. Spesso, una volta sancita la proprietà dello Stato italiano, lasciamo i beni in concessione temporanea a grandi musei come il Metropolitan, perché l’arte deve essere fruibile, ma il principio della legalità e della proprietà intellettuale va sempre riaffermato.

Parlando invece di risorse umane, oggi si discute molto del ricambio generazionale. L’attuale Comandante Generale sta portando avanti un progetto per l’inserimento di 10.000 carabinieri ausiliari. Quanto è cambiata la gestione del personale rispetto al passato?

Gli ausiliari ai tempi della leva obbligatoria hanno rappresentato un canale di collegamento straordinario con la società civile, poiché entravano ragazzi diplomati o laureati che poi, tornati alla vita civile, mantenevano un legame forte con l’istituzione. La fine della leva, in Italia, è stata inevitabile per ragioni economiche e strutturali. Inoltre, l’adeguamento dei turni di servizio e dei diritti dei lavoratori – criterio giustissimo frutto di evoluzione di tipo democratico – ha comunque ridotto la disponibilità oraria sul territorio. Spiego meglio: un tempo i turni di servizio erano di otto ore, attualmente di sei ore. Se prima per coprire i turni continuativi bastavano meno uomini, oggi ne servono cinque per stazione. Questo ha reso necessaria l’introduzione di soluzioni tecnologiche, come le stazioni citofoniche notturne, una soluzione utile per liberare personale da impiegare nelle pattuglie esterne di prevenzione, anche se la popolazione preferisce giustamente il contatto umano diretto. In mancanza di uomini si è dovuto trovare un metodo che non lasciasse scoperto il territorio e che, contemporaneamente, fornisse il servizio ai cittadini anche quando si tratta di una denuncia di smarrimento dei documenti di identità che, ovviamente, ha un grado di gravità diverso da una rapina o un omicidio, ma va comunque preso in carico e a cui va data attenzione.

Un supporto fondamentale sul territorio arriva anche dall’Associazione Nazionale Carabinieri (ANC), che non riunisce solo i militari in congedo, ma è aperta anche a familiari e simpatizzanti…

L’ANC è l’altra faccia della stessa medaglia dell’Arma. Non siamo due entità distinte: il Comandante Generale in carica è il nostro Presidente Onorario e il medagliere dell’Arma è custodito dall’Associazione. Nel tempo l’ANC si è evoluta, superando la vecchia concezione di sodalizio dopolavoristico. Oggi accoglie carabinieri in servizio, familiari e moltissimi simpatizzanti, ovvero cittadini che non hanno vestito la divisa ma ne condividono i valori e desiderano impegnarsi nel volontariato o nella protezione civile. Contiamo circa 1.700 sezioni in Italia e all’estero. Abbiamo anche costituito una sezione specifica di personale in congedo del Tutela Patrimonio Culturale che va nelle scuole a spiegare la legalità e l’arte ai ragazzi attraverso strumenti moderni, come i fumetti dedicati a Salvo D’Acquisto o al recupero del Vaso di Asteas. Sono edizioni cartacee, sottoforma di fumetto, che attraggono i giovani – ma non solo – attraverso una comunicazione visiva che è al passo con i tempi.

Oltre alla sua carriera in divisa, lei si è scoperto anche scrittore, pubblicando due romanzi noir: “Il negozio di bambole” e “Giustizia è fatta, ma non sempre”. Come nasce questa veste autoriale?

Devo dire che galeotto fu il Covid. Stavo vivendo il passaggio al congedo con una certa apprensione, non sapendo come avrei impiegato il tempo. Durante il lockdown, stimolato da un amico magistrato torinese, ho iniziato a scrivere. I due romanzi seguono le vicende di un comandante di compagnia a Torino, Paolo Maggi, e si basano su indagini realmente accadute nella mia carriera, che ho rielaborato in un’unica trama narrativa. Il primo, “Il negozio di bambole”, è un noir più d’atmosfera che muove dal ritrovamento di un corpo mummificato nelle cantine di Piazza Statuto a Torino. Il secondo, “Giustizia è fatta, ma non sempre”, ha una componente d’azione più marcata e affronta le dinamiche storiche delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Nord Italia, in particolare il mercato degli stupefacenti che negli anni ha sostituito la stagione dei sequestri di persona.

Generale, per chiudere questa intensa conversazione: qual è il sogno nel cassetto di Pasquale Muggeo, come uomo e come carabiniere, per il futuro della società?

Guardando mia nipote, che oggi ha 10 anni, mi chiedo spesso che tipo di mondo troverà. Io ho vissuto gli anni del terrorismo a Torino; erano tempi duri, ma erano i miei tempi e li affrontavo come parte del mio dovere. Oggi l’ansia che provo per le nuove generazioni è diversa. Se devo esprimere un sogno nel cassetto, spero in un ricorso storico che ci riporti ai buoni sentimenti e alla riscoperta del senso di comunità. Mi piacerebbe che si superassero certe polarizzazioni ideologiche esasperate e che si tornasse a valorizzare i legami fondamentali della società, a partire dalla famiglia, senza la paura di essere etichettati o fraintesi. E oggi proprio questo valore è spesso posto in discussione dimenticando che invece è il vero fulcro del vivere comune.

 In sintesi, posso dire che il mio sogno nel cassetto è che si torni ai buoni sentimenti…

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