Terremoto a Downing Street: si dimette Starmer. Il Regno Unito nella tempesta tra scandali e l’ombra di Washington

Terremoto a Downing Street: si dimette Starmer. Il Regno Unito nella tempesta tra scandali e l’ombra di Washington
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Editoriale e video trasmissione a cura del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

Un crollo verticale e repentino lascia Londra senza guida per l’ennesima volta. Dietro la versione ufficiale dei “motivi familiari” si nasconde una fitta trama di ministri in rivolta, legami scomodi e un’instabilità cronica che mina il mito della fermezza britannica

LONDRA – Un vero e proprio terremoto politico si è scatenato questa mattina al civico 10 di Downing Street. Con una caduta verticale, vertiginosa e rapidissima, l’ormai ex premier Keir Starmer ha rassegnato le proprie dimissioni, lasciando il Regno Unito per l’ennesima volta senza una guida.

Se la narrativa ufficiale parla di un passo indietro per dedicarsi esclusivamente alla famiglia – con l’intenzione dichiarata da Starmer di voler essere d’ora in poi solo un padre e un marito integerrimo –, dietro le quinte la realtà è ben diversa. Fonti nazionali e internazionali tratteggiano uno scenario fatto di verità inquietanti, scandali internazionali, una fronda interna di ministri e persino l’ombra di Washington a premere per il suo addio.

Ma cosa ha scatenato davvero questo tsunami politico?

L’affare Mandelson e l’emorragia dei ministri

La deriva del governo Starmer non nasce oggi, ma viene da lontano, alimentata da tensioni interne mai del tutto sopite. La miccia che ha fatto esplodere la crisi è stata la controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Una scelta che ha sollevato l’indignazione di gran parte della compagine governativa a causa del passato di Mandelson, finito al centro di pesanti scandali per i suoi legami con Jeffrey Epstein, prestiti finanziari opachi e presunte relazioni con i servizi di intelligence.

Nonostante il blocco a 360 gradi richiesto da più parti e le successive scuse pubbliche dello stesso Starmer per aver preso in considerazione una figura così ingombrante, il ruolo era stato comunque assegnato. Da quel momento, il premier ha perso definitivamente la sua credibilità sia a livello nazionale che internazionale. Isolato e contestato, Starmer ha assistito a una vera e propria emorragia di ministri che, dimettendosi uno dopo l’altro, hanno sancito la fine politica del suo esecutivo.

Il paradosso britannico: 7 premier in 10 anni

Il dato che emerge da questa crisi fotografa perfettamente il caos istituzionale in cui è piombata quella che un tempo era considerata la patria della stabilità politica. Con l’addio di Starmer, la Gran Bretagna si appresta ad accogliere il suo settimo primo ministro in appena dieci anni: un avvicendamento frenetico che ha visto sfilare David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e, infine, Keir Starmer (il quale rimarrà in carica solo per il disbrigo degli affari correnti fino alla nomina del successore).

Un simile valzer di poltrone rappresenta un paradosso assoluto per il sistema elettorale maggioritario britannico, storicamente progettato per garantire governi forti e duraturi della durata di cinque anni. Se in Italia l’attuale esecutivo sta mostrando una stabilità insolita per i nostri standard, a Londra si registra una volatilità politica che non si vedeva dagli anni ’70 o dal secondo dopoguerra. Il Paese non sembra più guidato da dinamiche elettorali pure, ma da faide intestine ai partiti. Una “normalizzazione dello scandalo” e della precarietà istituzionale a cui noi italiani siamo quasi assuefatti, ma che oltremanica scardina una lunghissima tradizione politica ed economica.

Lo scenario futuro: l’ora del “Re del Nord”?

In questo pericoloso vuoto di potere si aprono scenari inediti per la successione. Il nome che circola con insistenza nelle ultime ore è quello di Andy Burnham.

A differenza dei leader che lo hanno preceduto, Burnham non proviene dai salotti dorati di Westminster o dall’establishment londinese – che il pubblico britannico dimostra di mal sopportare, in un generale crollo di fiducia verso le “caste” globali. Già popolarissimo sindaco di Greater Manchester, Burnham si è guadagnato sul campo il soprannome di “King of the North” (il Re del Nord), sfidando apertamente i governi centrali durante la pandemia e le successive crisi economiche per difendere i lavoratori e la sanità del suo territorio.

Il suo recente e schiacciante successo alle elezioni suppletive nel seggio di Makerfield segna il suo ritorno trionfale alla Camera dei Comuni. Un rientro che molti leggono come il preludio a uno “strike” politico per prendersi la leadership del Paese. Dal punto di vista ideologico, Burnham si colloca nella cosiddetta soft left del Partito Laburista: una linea moderata ma storicamente più vicina alle istanze socialiste e alla popolazione rispetto alla tecnocrazia di Starmer.

Verso l’ignoto

Sebbene il Regno Unito si trovi ormai fuori dall’Unione Europea, le ripercussioni di questo crollo impetuoso si faranno sentire inevitabilmente sui mercati internazionali e sulla volatilità finanziaria.

Cosa ne pensate di questo scenario? Qual è la vostra percezione di fronte al declino di quella che un tempo era la culla della solidità geopolitica? Fatecelo sapere nello spazio dedicato ai commenti.

Questo articolo è stato pubblicato su Gli Scomunicati, testata giornalistica indipendente online dal 2006, registrata presso il Tribunale (Sezione Stampa) e diretta da vent’anni da Emilia Ursanfuso. L’informazione per chi non ha paura, e per chi ne ha troppa. Se apprezzi il nostro lavoro libero da condizionamenti, puoi sostenerci abbonandoti al canale o effettuando una donazione tramite il link presente sul sito www.gliiscomunicati.it.

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