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Video trasmissione quotidiana ed editoriale a cura del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
Da qualche tempo nel nostro Paese il dibattito pubblico sembra monopolizzato da temi che toccano da vicino l’integrazione, la sicurezza nazionale e la presenza della comunità islamica in Italia. Tra i nodi più caldi c’è, inevitabilmente, quello legato alla “remigrazione” e all’uso del burqa: quel velo integrale che copre interamente il volto di alcune donne, sollevando il perenne interrogativo se si tratti di una libera scelta religiosa o di un’imposizione.
In questo clima già infiammato, capita sempre più spesso di imbattersi in video provocatori. L’ultimo trend vede persino una persona abbastanza nota nel nostro paese, passeggiare per il centro di Milano travisata da un burqa integrale, azione atta a denunciare pubblicamente il fatto che nessuno li fermi. La tesi di queste provocazioni è semplice: “Se indosso un burqa violo le norme sulla sicurezza, quindi le forze dell’ordine dovrebbero bloccarmi. Se non lo fanno, la legge non viene onorata”.
Le cose, però, non stanno esattamente così. Il compito del giornalismo non è cavalcare la pancia del Paese o alimentare complottismi, ma informare partendo dai fatti e dalla realtà giuridica. E la realtà ci dice che in Italia non esiste una norma specifica che vieti il burqa.
Il TULPS e la Legge Reale: il nodo del “giustificato motivo”
Per comprendere la questione senza mistificazioni, occorre analizzare il quadro normativo italiano. Il punto di partenza è l’articolo 85 del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), che vieta di comparire mascherati in luogo pubblico. A questo si aggiunge l’articolo 5 della Legge n. 152 del 22 maggio 1975 (la nota Legge Reale), pilastro della legislazione d’emergenza degli anni di piombo, che vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Tuttavia, la Legge Reale contiene una clausola fondamentale: il divieto si applica “senza giustificato motivo”.
Ed è proprio qui che crolla il castello di carte delle provocazioni social. La legge italiana non è così bidimensionale. La svolta giurisprudenziale è arrivata con la sentenza n. 3076 del 2008 del Consiglio di Stato, in cui i giudici hanno stabilito chiaramente che la fede religiosa o la tradizione culturale costituiscono, a tutti gli effetti, quel “giustificato motivo”.
Di conseguenza, circolare per strada indossando il velo integrale – sia esso il niqab o il burqa – non costituisce reato e non autorizza le forze dell’ordine a un arresto o a un blocco preventivo, poiché la motivazione religiosa legittima la condotta.
L’obbligo di identificazione: dove finisce la libertà e inizia la sicurezza
Questo significa forse che l’Italia tollera zone d’ombra sul fronte della sicurezza? Assolutamente no. Il discrimine tra la libertà di culto e la tutela dell’ordine pubblico emerge chiaramente nel momento del controllo.
Se una donna che indossa il burqa viene fermata dalle forze dell’ordine per un normale controllo a campione o per un posto di blocco, ha l’obbligo assoluto di sollevare il velo e farsi identificare. Per prassi e rispetto, questa richiesta viene solitamente espletata da personale femminile delle forze dell’ordine. Se la persona dovesse rifiutarsi di mostrare il volto davanti all’autorità, allora sì che scatterebbe il reato: quello di resistenza o di rifiuto di fornire le proprie generalità.
Finché c’è la disponibilità a farsi identificare, la circolazione è libera.
Andare in giro coperti per denunciare l’”inerzia” della Polizia non è un atto di controinformazione, ma una mistificazione delle leggi in vigore e finché esse non saranno modificate, è bene sapere che per ora è possibile circolare per strada col burqa.
La Lega, di recente, ha presentato un disegno di legge per inasprire le pene per chi circola col volto travisato e per togliere il “giustificato motivo” in caso di religione… Dovremo attendere gli esiti, per ora la situazione è quella che sto chiarendo.
Una coabitazione complessa: serve una riforma?
Precisare lo stato delle norme attuali non significa ignorare le criticità.
Le differenze culturali tra la tradizione italiana e quella islamica sono enormi, e la coabitazione che stiamo vivendo presenta dinamiche complesse che la politica dovrà affrontare con serietà, prima che determinati equilibri si frammentino ulteriormente.
Ma la soluzione non può passare attraverso la distorsione del diritto. Inventare una illegalità che non esiste, almeno al momento e almeno per quelle persone che circolano per strada col burqa, forse per raccogliere visualizzazioni e consensi, alimenta l’aggressività e il disagio sociale peraltro in un momento storico già profondamente teso.
Oggi, la giurisprudenza italiana protegge la libertà di indossare il velo in pubblico sotto lo scudo del motivo religioso. Alla luce delle nuove sfide globali e di un contesto sociale in rapida evoluzione, la vera domanda da porsi è un’altra: è giunto il momento per il legislatore di rivedere il TULPS e la Legge Reale, ridefinendo i confini di ciò che può essere considerato un “giustificato motivo”?
La parola passa alla politica, purché il dibattito rimanga ancorato al diritto e non alla propaganda.
QUI SOTTO: la video trasmissione a cura del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso

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