Neuroplasticità Cerebrale: il cervello cambia davvero

Neuroplasticità Cerebrale: il cervello cambia davvero

Di Rita Bonanno

Per molto tempo si è pensato che il cervello fosse una struttura quasi immutabile: cresci, impari quello che devi imparare da giovane e poi, lentamente, inizi a perdere colpi. Oggi sappiamo che non è così. Il cervello continua a cambiare per tutta la vita, adattandosi alle esperienze, alle abitudini e persino ai pensieri che ripetiamo ogni giorno. Questa capacità prende il nome di neuroplasticità ed è una delle scoperte più importanti delle neuroscienze moderne. Fino a non molti decenni fa, si credeva che dopo l’infanzia il cervello non fosse più in grado di creare nuove connessioni significative.

Gli studi sui pazienti colpiti da ictus o da gravi lesioni neurologiche hanno però cambiato radicalmente questa idea. In molti casi si osservavano recuperi sorprendenti: funzioni perse che, almeno in parte, tornavano grazie alla capacità del cervello di riorganizzarsi. Alcune aree sane iniziavano a compensare quelle danneggiate, creando nuove connessioni sinaptiche. In determinate regioni, come l’ippocampo, fondamentale per la memoria, sembra persino possibile la formazione di nuovi neuroni. La memoria emotiva, invece, coinvolge soprattutto l’amigdala.

La neuroplasticità agisce soprattutto attraverso le sinapsi, cioè i punti di comunicazione tra neuroni. Più un circuito viene utilizzato, più tende a rafforzarsi. È il principio espresso dalla famosa frase di Hebb: “neurons that fire together wire together”.

In pratica, ciò che ripetiamo spesso modifica fisicamente il cervello. Imparare una lingua, suonare uno strumento, allenarsi in uno sport o perfino dedicare molte ore a un videogioco può cambiare l’organizzazione di alcune aree cerebrali. Non a caso, musicisti, atleti o persone plurilingue mostrano spesso una maggiore connettività in specifiche regioni del cervello. Ma questa capacità di adattamento non è sempre positiva.

Anche stress cronico, dipendenze o esposizione continua a stimoli digitali possono rafforzare circuiti poco salutari. Ansia e comportamenti compulsivi, col tempo, diventano più automatici proprio perché il cervello si abitua a percorrere certe “strade”. La parte interessante è che possiamo influenzare questo processo. L’attività fisica, ad esempio, favorisce la produzione di BDNF, una proteina importante per la crescita e il mantenimento dei neuroni.

Anche il sonno profondo ha un ruolo fondamentale nella riorganizzazione delle connessioni cerebrali. Negli ultimi anni, inoltre, molte ricerche hanno osservato effetti positivi della meditazione mindfulness su aree coinvolte nella regolazione emotiva e nell’attenzione. Queste conoscenze stanno cambiando anche il modo di affrontare diverse malattie neurologiche e psichiatriche. La riabilitazione dopo un ictus, alcuni trattamenti per il Parkinson, l’autismo o determinati disturbi dell’umore si basano proprio sull’idea che il cervello possa ancora modificarsi e adattarsi. In fondo, la neuroplasticità ci ricorda qualcosa di semplice ma potente: il cervello non è un sistema statico.

Ogni esperienza, nel bene e nel male, lascia una traccia. Le abitudini quotidiane, ciò che impariamo, il modo in cui viviamo lo stress o coltiviamo la curiosità contribuiscono lentamente a modellare la nostra mente nel tempo.

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