Di Susanna Schivardi
Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), indiscusso maestro dell’arte moderna. A cura di Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.

Da Palazzo Strozzi il progetto si estende poi alla città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista in due sezioni satellite: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.

Iniziamo dalla fine e chiariamo il rapporto di Rothko con l’arte italiana. Folgorato da Pompei, ammaliato da Michelangelo, esaltato da Beato Angelico, l’arte italiana ha raffinato gli estremismi del pittore russo, ne ha definito i contorni, ne ha addolcito le asperità, ne ha spiegato le contraddizioni. Rothko assurge a un’aurea quasi mistica, riemergendo dalle folgorazioni dell’arte rinascimentale italiana che gli ha aperto le porte a una forma intimistica ancor più avvincente.
Ciò che attirava Rothko delle perfette architetture cinquecentesche legate alla spiritualità, era la dimensione segreta della cella, piccola, angusta, eppure illuminata da una luce bellissima che filtrava dalle piccole aperture. L’unico spiraglio oltre cui guardare e scorgere la verità.

Di intimo Rothko ha molto, la sua vita è parallela alla sua arte e senza le sue vicende esistenziali non ne capiremmo l’ispirazione e la tensione.

Le sezioni della mostra. Sono dieci e seguono un andamento dettato dalla cronologia delle varie tappe artistiche del pittore. La prima fase dal 1936 al 1946, gli anni di New York, dove regnano forti le correnti artistiche dell’epoca, Rothko emerge ancora in parte figurativo, ritornano sulle tele le strutture architettoniche che lo aiutano a ricomporre uno stato d’animo già dismesso. Lo studio degli spazi e delle ombre e delle luci, in un gioco simmetrico sempre attento. Man mano le figura si sfocano, sempre meno raffigurativo, si scompone. Si arriva al Multiforms, le figure diventano macchie, Surrealismo e Dada si fanno sempre più sentire. Fino ad arrivare a un vocabolario visivo a noi molto più vicino e per noi riconoscibile, le opere composte da rettangoli e quadrati di colore. Nel periodo tra gli anni ’50 e i ’60 percorriamo la strada delle tinte accese, dai rossi e gialli magnetici, tele immense, densità cromatiche pazzesche, profondità indicibili.

Viene a contatto in questo periodo con Michelangelo e la Biblioteca Laurenziana, l’imponente scalinata, alternanza tra aperture e muri, spazi schiacciati, limiti strutturali e finestre in un ambiente unconventional. E sulla scorta di questa esperienza lavora ad altri murales, quelli del ristorante Four Seasons a New York, che gli ha commissionato un’opera monumentale in un luogo sofisticato e ultramoderno (frutto del genio di Mies van der Rohe). Un progetto mai portato a termine perché troppo intensa era stata l’esperienza con Michelangelo. Così diverso, così estraneo alla modernità. Rothko si rifiuta di cedere alle mode, agli accademismi, alle richieste.
Tra le opere maestose che di lui vogliamo ricordare è la Rothko Chapel, progettata tra il 1964 e il 1967, con la realizzazione di quattordici enormi pannelli molto cupi, tetri, marrone scuro, attraverso cui lo spettatore passa e trovandosi anche tra nuance viola, grigio, verde scuro. Un’esperienza immersiva in cui l’artista si trova a suo agio.

Procedendo con il percorso della mostra, si passa attraverso la sala dei rossi pompeiani, dei blu e dei verdi intensi con lo sfondo nero scurissimo, fino alla decima sala, che dopo i severi Black and Grey, ci restituisce del colore, un’ampiezza cromatica più vivida, felice quasi. Riaffiorano le tonalità pastello, il rosa, il celeste. Un cenno alla resurrezione.
Mark Rothko, pseudonimo di Markus Rothkowitz, nasce nell’attuale Lettonia a Daugavpils, oggi Dvinsk, nel 1903 e muore suicida a New York nel 1970, all’apice del suo successo. Scappa con la famiglia mosso dalle persecuzioni antisemite, si stabilisce a New York, poi torna in Europa, viene folgorato dall’arte italiana e ritorna a New York dove si toglie la vita. La sua è un’attitudine alla pittura innata, da autodidatta, studia a Yale per un paio di anni poi stanco delle imposizioni accademiche, va via e sarà dopo molti anni che proprio dall’università che lo aveva emarginato riceverà la Laurea ad honorem. Inizia a dipingere per caso, accompagnando un suo amico a una lezione di nudo. Avrebbe esclamato “questo è quello che voglio fare nella vita!”. Magnifico esordio per un’anima sofferente, troppo introspettiva, troppo tesa verso il non detto, l’invisibile, le corde estreme del profondamente umano, oltre il quale l’abisso. Si era separato dalla sua seconda moglie a cui era molto affezionato e di sé pensava che forse sarebbero stati tutti meglio se lui si fosse tolto la vita. Quella sera, prima del suicidio, aveva organizzato un ricevimento, erano presenti molte persone ma lui non parlò con nessuno tranne una sua cara amica a cui rivolse un saluto a fine serata. Dopo di che si tagliò le vene e inghiottì un flacone di barbiturici.
***Foto in parte originali in parte concesse da ufficio stampa

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