Di Luca Anedda
Stiamo vivendo un’epoca straordinaria. I cambiamenti che sono in corso sul piano politico, militare, economico e di progresso tecnologico sono incredibili. Dopo le due grandi guerre che hanno sconvolto il secolo scorso, gli accadimenti di questi ultimi anni stanno definendo una nuova soglia di pericolo mondiale.
Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa in Ucraina, potrebbe essere ricordata nei libri di storia come la data dell’inizio della fine. E non tanto perché non vi fossero stati eventi bellici significativi nei 70 anni precedenti, ma perché la guerra da questa data in poi è tornata stabilmente in Europa.
Nel marzo del 2025 a margine del disastroso incontro tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca, la ex cancelliera tedesca Merkel, che aveva guidato la Germania per 16 anni e che aveva lasciato nel Dicembre 2021, affermò in una intervista al Berliner Zeitung, che l’Europa aveva fallito nel non riconoscere gli interessi vitali della Russia. Aggiunse anche che ignorare questi interessi avrebbe portato a più conflitti, e che comprendere queste esigenze non significava automaticamente supportarle. Invece quel che è stato fatto è soffocare il necessario e indispensabile dibattito accusando di “putinismo” chiunque cercasse di promuovere un’azione diplomatica. Tutto questo, anche durante il suo mandato, ha impedito di evitare questa pericolosa guerra. La Merkel indicò i Paesi Baltici e la Polonia come i principali oppositori al dialogo, e capaci di condizionare pesantemente l’atteggiamento complessivo nei confronti della Russia.

Ovviamente la spinta dei neocon americani e di Biden all’epoca fu decisiva per creare il terreno per la deflagrazione del conflitto. Il tentativo di Trump, quando ancora si sentiva vincitore in pectore del Premio Nobel per la pace, per far cessare il conflitto, è stato sabotato dall’Europa e da Zelensky stesso: la carneficina del popolo ucraino poteva continuare pur di mantenere il flusso di miliardi verso Kiev.
Fallito il tentativo di pace, Washington di fatto si è disimpegnata dal conflitto ed il peso economico e politico è ricaduto quasi completamente sulle spalle di noi europei. I 90 miliardi appena sbloccati a Zelensky dovranno essere ripartiti tra gli Stati membri e poiché l’Italia contribuisce al bilancio europeo in ragione di un 12%, posizionandosi come terzo contributore netto dopo Germania e Francia, l’esborso di Roma per Kiev sarà di circa 11 miliardi; mezza finanziaria.
Ma il vero problema è che stiamo rischiando da quattro anni che la guerra si trasformi in un conflitto più ampio. I tentativi Ucraini di allargare il conflitto sono sempre stati molto intensi; a volte mitigati dal Pentagono che saggiamente ha evitato più volte “l’escalation”. Ma altre volte, complici i servizi Inglesi, Kiev ha alzato il tiro in maniera improvvida. Come nel caso dell’attacco condotto con i droni posizionati con dei camion all’interno della Russia, che hanno colpito una delle componenti della triade nucleare russa: i bombardieri strategici. Mai durante la guerra fredda si sarebbe potuto ipotizzare un simile attacco poiché la risposta sarebbe stata devastante, con esiti catastrofici per il mondo intero. In questo caso Mosca ha mantenuto un atteggiamento prudente anche se il segnale dato con il lancio del nuovo missile “Oreshnik” è stato molto chiaro.

Da quando però l’amministrazione americana si è disimpegnata dalla guerra si sono registrati significativi aumenti di attacchi di droni verso il territorio russo; nel solo mese di marzo 2026 ne sono stati lanciati ben 7300. Alcuni di questi hanno sorvolato i territori di Lettonia, Estonia, Lituania e sembrerebbe anche Finlandia prima di colpire il suolo Russo. Questo crea un precedente gravissimo perché coinvolge di fatto i suddetti paesi nella guerra. Inoltre, la produzione dei droni avviene in gran parte in Europa e solo la fase finale dell’assemblaggio avviene in territorio ucraino, aumentando il coinvolgimento diretto europeo nel conflitto. La risposta di Mosca a questa situazione non si è fatta attendere ed è stato diramato un elenco di fabbriche di droni sparse in tutta Europa che sarebbero le fornitrici di Kiev per questi armamenti.

È facile intuire come si stia salendo e nemmeno troppo lentamente, la scala che porta ad un allargamento del conflitto. Cosa che nessuno sano di mente dovrebbe auspicare e che invece nessuna delle cancellerie europee cerca di disinnescare. Anzi, gli annunci sono di prepararsi alla guerra. La UE ha redatto un vademecum che dovrebbe essere adottato nelle scuole per sensibilizzare gli alunni al concetto della” guerra necessaria”. Come diceva la Merkel non abbiamo assistito al ben che minimo tentativo di instaurare negoziati per una soluzione di pace e chi ci ha provato è stato sabotato immediatamente.
Nel frattempo, i rapporti all’interno della Nato sono cambiati radicalmente ed il fatidico articolo 5 diventa ogni giorno più evanescente. La Russia in punta di diritto avrebbe tutto il diritto di difendersi da un attacco proveniente ad esempio dalla Lituania o dalla Estonia, Paese che ha dato i natali all’Alto rappresentante della diplomazia europea, Kaja Kallas, che in realtà è in prima fila per assicurarsi che non vi sia alcun dialogo con Mosca. Esattamente il contrario di ciò che il suo ruolo le affiderebbe. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto di difendersi da un attacco armato e un drone diretto verso Mosca proveniente dalla Lettonia rientra certamente entro questa fattispecie.
Il fatto, dunque, che l’Unione Europea abbia acquisito maggiore peso nel conflitto ucraino la sta esponendo a maggiori rischi. Nell’ultima riunione dei Capi di Stato a Cipro oltre al salasso dei 90 miliardi, è stato dato il via ad un nuovo progetto.
Sotto Trump la Nato si sta squagliando come neve al sole e per questo a Cipro si è andati a pescare l’Articolo 42.7 del Trattato dell’Unione. Questo articolo fa riferimento all’aiuto, secondo le proprie capacità e leggi, che uno Stato dell’Unione deve ad un altro se attaccato militarmente.

Questa operazione di Cipro, anche se del tutto embrionale, di fatto certifica il processo di disgregazione Nato già in atto da tempo e che Trump ha solo accelerato. Tutto dovrà essere messo nero su bianco, ma questa via intrapresa da ancora una volta il senso di preparazione alla guerra che si respira nei centri di potere europei. E pensare che per la Russia la questione non è mai stata europea: la disputa è sempre stata tra Washington e Mosca. Noi Europei siamo sempre stati delle comparse o se volete dei servi sciocchi che abbiamo prima cercato di compiacere il padrone e senza fiatare abbiamo accettato anche il sabotaggio dell’arteria energetica, il Nord Stream 2, senza la quale si sono fermati gli ingranaggi industriali del vecchio continente. Poi siamo diventati più realisti del Re e abbiamo peggiorato la situazione lasciando incancrenire la guerra a casa nostra.
Adesso con la guerra in Iran il disastro energetico innescato con il taglio delle forniture russe si va gradualmente ma inesorabilmente acuendo. Le conseguenze del blocco dello stretto di Hormuz non sono ancora pienamente avvertibili ma saranno devastanti per l’Europa se la guerra dovesse protrarsi ancora a lungo. E la Von der Leyen al di là delle vuote raccomandazioni di rito sul risparmio energetico, ha rimandato a ciascun governo il come trarsi d’impaccio da questa crisi molto peggiore di quella degli anni 70, che chi ha una certa età ricorderà come quella delle Domeniche a piedi.
La BCE ha già rivisto al ribasso il PIL europeo dall’1,2% allo 0.9%. Per l’Italia nel 2026 il Governo ha rivisto la crescita ad un “ottimistico” 0.6%. È chiaro che tutto dipenderà dalla durata della guerra: la recessione, o se volete, la tempesta perfetta della stagflazione, si abbatterà impietosamente sulle economie del vecchio continente.
Ma nulla in confronto ad una guerra diretta con la Russia, scenario questo che tutti dovrebbero impegnarsi ad evitare mediante la ricerca di una soluzione di pace. I popoli da tempo premiano alle elezioni i partiti che vogliono riallacciare i rapporti con la Russia attraverso una via diplomatica mai praticata seriamente fino ad ora. In Germania i sondaggi più recenti indicano il partito della destra nazionalista, AFD, oltre il 28%; mentre il partito del cancelliere Merz, la CDU, fermo al 24%. L’AFD ha nel suo programma lo stop alla guerra in Ucraina. Ed è forse per questo che Merz appare negli ultimi tempi sempre più confuso e se da una parte afferma che Kiev dovrà cedere dei territori, dall’altra domanda a gran voce l’isolamento Russo e la continuazione della guerra.

In realtà, almeno nella dialettica politica meno attenta, si invocano spesso due cose che sono profondamente diverse: la fine della guerra e la sconfitta della Russia. Mentre la prima è un obiettivo da perseguire, come detto, in maniera decisa e credibile, il secondo rimane un traguardo privo di fondamento militare, economico e politico. Auspicarlo è un po’ come lanciarsi a tutto gas, con un’automobile senza freni, verso un burrone.
…e peraltro il gas ora comincia anche a scarseggiare…

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