Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
Da bambini condividono giochi, risate, lacrime e perfino la stessa stanza. Da adulti si amano, si detestano o si ignorano.
Un viaggio nel mondo della gelosia fraterna
Recentemente, su Focus, ho letto un interessante articolo a firma di Gabriele Ferrari sul tema della gelosia. Il titolo era «Gelosia tra fratelli: non è solo un “vizio” umano, lo fanno anche i babbuini (e usano astuti stratagemmi)». Riferendo di un studio compiuto in Namibia, il collega precisava che quando un piccolo di babbuino è geloso del fratello urla, morde e utilizza stratagemmi molto simili ai nostri.
Viene citato il caso di una madre che mentre stava facendo grooming al piccolo (ovvero curandolo, pulendolo, rimuovendo dal suo pelo sporco e parassiti) subiva l’insofferenza del fratello che manifestava la propria gelosia.
«Alcuni babbuini facevano i capricci, altri cercavano di infilarsi tra la madre e il fratello, i più violenti mordevano e tiravano il pelo (a volte anche della madre)… e una in particolare ha addirittura fatto una furbata: ha attirato la sorella che stava venendo coccolata con la promessa del gioco, ha giocato con lei per una decina di secondi e poi l’ha mollata per prendere il suo posto tra le braccia della madre».
Tutto questo mi ha ispirato a riflettere e a scrivere sulla tematica della gelosia, fraterna questa volta¹.
Un legame fatto di amore e odio
A 90 anni suonati, due sorelle hanno deciso di vendere la casa di famiglia che hanno ereditato in comproprietà. Nessuno dei loro figli è in grado di mantenerla ed hanno trovato un acquirente disposto a pagare un buon prezzo. Questo però senza contare sulla rivalità che le anima ancora. Il giorno della firma del compromesso di vendita, una delle due cambia idea, senza avvertirne l’altra, e manda all’aria l’affare. L’interesse dei propri figli non ha compensato l’irrefrenabile desiderio di nuocere alla sorella.
Gli studi dei notai sono pieni di queste lacerazioni familiari. Case, gioielli, mobili per sostituire le bambole che ci si strappava a vicenda nella casa dei genitori.
Perché le rivalità fraterne rimangono così vive e presenti a molti anni di distanza dall’infanzia e dall’adolescenza? I nostri rapporti con fratelli e sorelle sono raramente sereni; poi, diventati adulti, abbiamo la sensazione di aver superato i nostri rancori infantili. Tuttavia, quando cerchiamo di risolvere un problema con il dialogo e la concertazione, le parole ci allontanano ancora di più da coloro che hanno condiviso i nostri anni giovanili e l’amore dei nostri genitori.
Il processo che porta alla nascita delle rivalità tra fratelli è noto: fratelli e sorelle si contendono l’attenzione e l’esclusività dell’amore genitoriale e inevitabilmente si sentono privati o “derubati” dall’altro.
Una dinamica relazionale che molto spesso si protrae nell’età adulta e che può manifestarsi anche in modo violento. Semplicemente perché, spiega Freud, «l’inconscio non conosce il tempo»: in noi rimane quel bambino piccolo che rivendica il proprio posto e la propria parte dell’amore dei genitori.
«I bambini che non hanno ricevuto un riconoscimento sufficiente dai propri genitori possono rimanere bloccati in un rapporto di richiesta nei confronti del mondo per tutta la vita», spiega la psichiatra infantile Sarah Stern²
Quel riconoscimento che abbiamo tanto desiderato vedere negli occhi di nostro padre o di nostra madre, lo cerchiamo in ogni sorta di “sostituti”: amici, capi, amanti.
Christophe, artista di successo, ha chiesto a sua sorella maggiore, “ben sposata e madre di famiglia”, di prestargli la sua auto per il fine settimana. Lei lo ha aggredito: «Sei un fallito, hai 50 anni e non hai nemmeno una macchina! » Questa violenza lo ha lasciato basito. Cosa si nascondeva lì della loro infanzia? «Nostra madre ha affidato a sua figlia una missione: essere, come lei, una perfetta madre di famiglia borghese», racconta. Le è stato insegnato il dovere di avere, mentre a me è stato concesso il lusso di essere. Ed è questo che lei mi invidia, ancora oggi.»
Sarah Stern usa una bella immagine per spiegare questa «eredità»: «È come se i genitori regalassero dei vestiti ai propri figli. A uno verrà dato un vestito dorato, all’altro uno grigio e sarà molto difficile cambiarli. Chi riceve il vestito dorato indossa il narcisismo della madre o del padre, mentre l’altro si sentirà rifiutato. I bambini indossano qualcosa che non appartiene loro. Eppure, dovranno lottare nella vita con i colori che i genitori hanno dato loro».
I figli unici sono privilegiati?
Come cresciamo quando non abbiamo né fratelli né sorelle? Secondo il pediatra e psicoanalista britannico Donald W. Winnicott, per i figli unici tutto inizia bene. Il rapporto con la madre ha inizio con uno scambio semplice che «può infondere un senso di equilibrio prezioso per tutta la vita». Ma, continua, «una cosa gli manca particolarmente ed è l’esperienza di scoprire l’odio, il proprio odio quando il nuovo bambino minaccia quella che sembrava una relazione consolidata con i genitori». Con il tempo, questo odio del primogenito verso il fratellino si trasformerà in amore per colui con cui potrà giocare.
Il figlio unico non sperimenta l’aggressività, né la necessaria trasformazione di essa per entrare in relazione con gli altri. Poco abituato all’ambivalenza dei sentimenti, una volta diventato adulto, tende al manicheismo nei suoi affetti: ama o non ama. Di conseguenza, per tutta la vita cercherà relazioni stabili e pacifiche fin dall’inizio.
Una gelosia fraterna strutturante
Nella Bibbia, il primo omicidio è un fratricidio. Caino uccide suo fratello Abele, di cui è geloso. La psicoanalisi utilizzerà il suo nome, il complesso di Caino, per definire quella volontà inconscia che ogni primogenito nutre di uccidere il proprio fratello minore. È superando e trasformando questo desiderio di morte che diventiamo soggetti completi, liberi dei nostri sentimenti. Ciò che la psicanalista infantile Françoise Dolto definì «una gelosia fraterna strutturante».
I genitori, ancorchè animati dalle migliori intenzioni, possono ostacolare questo processo. Spinti dal desiderio che i propri figli si amino, vivono le loro rivalità come fallimenti personali. Tendono quindi ad attenuare i conflitti e ad incoraggiare i bambini a reprimere i propri risentimenti: «Sii più gentile con tua sorella!», «Tu vuoi bene al tuo fratellino, vero?!».
Un errore, secondo Donald W. Winnicott, pediatra, neuropsichiatra e psicoanalista.
Bisogna accettare i litigi, non angosciarci se nostro figlio manifesta (senza passare all’atto) idee aggressive e distruttive.
Lasciando che il bambino esprima liberamente i propri sentimenti infatti, il genitore permette che si sviluppi in lui un senso di colpa innato. Ed è proprio questo senso di colpa non appreso che costituisce il fondamento della nostra salute mentale.
A volte possono addirittua essere gli stessi genitori che, ancorchè non intenzionalmente, alimentano le rivalità tra i propri figli e li usano per continuare a rivivere quelle che non sono riusciti a superare con i propri fratelli!
Una questione di gerarchia
Le rivalità tra fratelli e le gelosie edipiche si intensificano quando si manifestano tra figli dello stesso sesso. Il figlio minore non ha più solo il padre come rivale, ma anche il fratello maggiore; lo stesso vale per la figlia minore, che inconsciamente identifica la sorella maggiore ad una seconda madre.
I primogeniti tendono a soddisfare le aspettative dei genitori in termini di istruzione, relazioni e vita materiale, per dimostrare loro che solo loro sono degni del loro amore, come se fossero figli unici. I secondogeniti cercheranno inizialmente di imitare il primogenito, prima di tentare di differenziarsi da lui.
Saper deporre le armi
Non è facile trovare la giusta distanza tra fratelli e sorelle. Accettare la propria gelosia, riconoscerla e farne una questione personale, senza chiedere all’altro di percorrere lo stesso cammino è un primo passo. I rapporti fraterni sono ambivalenti per natura, sono alimentati dall’amore e dall’odio. Riconoscere e accettare la dualità dei sentimenti è un segno di maturità. Possiamo così mantenere la giusta distanza, soffrire meno per i conflitti e trovare una pace interiore tutta personale, se non riusciamo a trovarla in famiglia.
¹ In precedenti articoli avevo già affrontato il tema della gelosia, ma nella coppia e in amicizia.
² Sarah Stern è una psichiatra e psicoanalista francese, nota per il suo lavoro nel campo della psichiatria infantile.

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