Di Michele Miccoli – Avvocato, saggista e docente universitario
Nel solco della nostra storia, un interrogativo si pone maestoso e inquietante: siamo mai stati un paese libero?
HIn un’epoca segnata da ombre e oppressioni, i Padri Costituenti, dopo i lugubri anni del fascismo, si cimentarono nell’arduo compito di forgiare un nuovo destino per la nostra nazione. Il 1° gennaio 1948, il frutto delle loro fatiche, la nostra Costituzione, entrò in vigore, un capolavoro giuridico e morale, una nuova aurora di speranza.
Con i suoi 139 articoli, la Costituzione si erge quale monumento ai valori fondamentali dei diritti dell’uomo, da proteggere con fervore e dignità. Ispirata ai principi della separazione dei poteri, secondo la lezione di Montesquieu, essa stabilisce un delicato equilibrio tra le tre grandi sfere della governance: legislativa, esecutiva e giudiziaria. La visione dei Padri Costituenti era chiara: nessuno di questi poteri doveva compenetrare nell’altro, garantendo così la libertà e la giustizia per ogni cittadino.
Tuttavia, ci si potrebbe chiedere: siamo stati realmente un paese libero? Già nel 1946, mentre i costituenti si accingevano a redigere il nuovo patto sociale, risuonava una profezia inquietante: “governerà questo paese chi avrà in mano la magistratura“. Un’affermazione inquietante, che si è rivelata sinistramente veritiera nel corso degli anni. Il potere giudiziario, in più di un’occasione, ha tentato e, talvolta, è riuscito a prevalere sul potere legislativo, generando una distorsione inaccettabile rispetto al dettato normativo costituzionale.
L’articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza, dovrebbe essere il caposaldo della nostra giustizia. Eppure, la cruda realtà ci mostra che tale principio non è stato sempre rispettato. La storia è punteggiata da episodi di giustizia distorta, strumentalizzata per fini politici o, peggio ancora, per ambizioni personali. È un triste paradosso: la vera libertà, che dovrebbe fondarsi sull’articolo 3, si scontra con un principio di uguaglianza spesso disatteso e calpestato.
Il dolore di un giurista, mosso da ideali di giustizia sostanziale, è palpabile nell’osservare un paese che si sgretola sotto il peso della propria impotenza. La frustrazione di non riuscire a modificare nulla, di dover subire passivamente abusi che rimangono impuniti nel tempo, è un afflato che pervade il cuore di chi anela a un cambiamento. Eppure, la paura delle conseguenze di chi, in questo gioco di potere, non paga mai, paralizza le azioni di chi vorrebbe reagire.
Queste parole, intrise di tristezza e rassegnazione, sono il riflesso di un’anima che continua a credere, sebbene illusoriamente, che il sistema possa cambiare. La libertà, quel sublime ideale, sembra sfuggente, come un miraggio nel deserto della disillusion. Eppure, nonostante tutto, rimane accesa la scintilla della speranza, perché l’uomo, in fondo, è sempre in cerca di libertà, un’illusione che lo spinge a lottare per un avvenire migliore.
In questo contesto, la riflessione è d’obbligo: quale futuro ci attende? Siamo pronti a rivendicare i diritti che ci spettano? La strada per la libertà è impervia, ma è solo attraverso la consapevolezza e l’impegno collettivo che potremo aspirare a un paese finalmente libero, in cui la giustizia sia un reale baluardo di uguaglianza per tutti.

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