La tigre di carta

La tigre di carta

Di Luca Anedda***

Contiamo 28 giorni dall’inizio della Guerra che Israele e Usa hanno arbitrariamente scatenato contro l’Iran.
Era da 40 anni che Israele cercava in ogni modo di aprire questo fronte. Con Donald Trump, Netanyahu è riuscito nel suo intento; il 29 dicembre, in una delle numerose visite alla Casa Bianca, fu deciso di attaccare. Non ha avuto importanza se Joe Kent, fino a qualche giorno fa a Capo dell’antiterrorismo americano, aveva certificato che l’Iran non rappresentava una minaccia per gli USA. Kent dimessosi proprio perché in contrasto con la decisione di attaccare l’Iran ha affermato, in una recente intervista a Tucker Carlson, che il Presidente ha preferito ascoltare il Mossad piuttosto che i Servizi intelligence americani.
La Guerra, nonostante i pesanti attacchi aerei da parte della coalizione israelo-americana, non procede secondo quanto Washington e Tel Aviv si aspettavano: nessun cambio di regime, nessun cedimento interno, e nessuna ribellione delle minoranze Kurde o Azere. Al contrario è l’Iran che sta dettando i tempi della guerra; ha devastato militarmente e economicamente i Paesi del Golfo; controlla chi può o non può passare attraverso lo Stretto di Hormuz, e rifiuta i tentativi più o meno sottobanco di Trump per un accordo.

I mercati premono e lo spettro di un aumento stratosferico del Petrolio e Gas a livello mondiale, sta cucinando a fuoco lento Donald Trump; il suo consenso interno è in picchiata; le basi americane, pagate così a caro prezzo dagli Emirati Arabi, Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, non sono bastate a proteggere questi stati del golfo dagli attacchi devastanti dei missili e droni iraniani, con conseguenze devastanti per la credibilità militare degli Stati Uniti. L’indiscussa, fino ad ora, potenza militare americana vacilla sotto i colpi di un unico Paese, che sarebbe dovuto capitolare invece come una foglia ad autunno.

Uno smacco geopolitico di proporzioni che ancora non si apprezzano appieno, ma che avrà ripercussioni di lungo termine in tutto il pianeta.

Ma mentre è incomprensibile come Trump si sia potuto lasciare trascinare in una guerra senza senso e soprattutto contraria agli interessi vitali degli USA, e molto più semplice comprendere il motivo per cui Israele vuole distruggere l’Iran: quest’ultimo è l’unico Paese che si è opposto alle sue mire espansionistiche nell’area ed al progetto della Grande Israele.

Israele vuole la disintegrazione dell’Iran: come è successo in Gaza, in Siria e sta succedendo in Cisgiordania. È sotto gli occhi di tutti ciò che sta accadendo in Libano: si stanno ridisegnando i confini di quello Stato sotto gli occhi silenti di tutti (ancora una volta); Israele sta avanzando e vuole estendere il suo confine nord fino al fiume Litani.

Israele aveva già occupato il Libano dal 1982 fino al 2000. È questo il motivo della nascita di Hezbollah, in contrapposizione all’occupazione di Tel Aviv, e come forza di resistenza. L’attuale Governo libanese sembra non essere in grado di opporsi a questa nuova invasione e cerca solo di limitare i danni inchinandosi ai carri armati di Netanyahu.

Gideon Levy giornalista del quotidiano israeliano Haaretz riporta in una recente intervista a Chris Hedges (premio Pulitzer e inviato di guerra in Medio Oriente), che ad oggi si contano un milione di profughi libanesi che si vanno a sommare ai 2 milioni palestinesi ed ai quasi tre milioni di iraniani che hanno dovuto lasciare le città iraniane sotto le bombe.

Il 93% degli israeliani supporta questa guerra; non possiamo dunque più dire che la guerra permanente di Israele sia dovuta alla sua leadership. Israele oggi conosce solo una via ed è quella delle armi. Non vi è più spazio per una via diplomatica o accordi di alcun genere.

La via militare è ormai entrata nel DNA della popolazione.

L’indottrinamento che viene condotto sin dalle prime classi scolastiche e poi applicato dalle lobby fuori da Israele, ha dato i suoi amari frutti. La convinzione di essere sempre le vittime, di essere Davide contro Golia, di essere il “popolo prescelto”, e soprattutto di non accettare nessuna critica che viene immediatamente catalogata come “anti-semita”, ha radicato in questo popolo l’idea che l’annientamento delle popolazioni limitrofe è l’unica via. Gli infiniti omicidi condotti all’estero hanno lasciato una scia di sangue che non ha fatto altro che alimentare altra instabilità, insicurezza e maggiore resistenza.

Infatti, oggi Israele non è più sicura di ieri. Anzi.
Già durante la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, la vulnerabilità di Israele, sotto gli attacchi missilistici iraniani, è apparsa molto chiara. Il mito dell’Iron Dome, David’s Sling e Arrow system si è infranto sotto i colpi dei missili supersonici e ipersonici di Theran.

Ma anche in questa guerra si può osservare come Israele sia una Tigre di Carta: senza l’aiuto americano da cui dipende in ogni suo settore, non sarebbe in grado di condurre questa sua politica di guerra e distruzione ad oltranza. Tutto il comparto militare, che brucia miliardi in armamenti (un singolo missile Patriot costa 4 milioni di dollari), non potrebbe essere sostenuto dall’economia di Tel Aviv, che a sua volta necessita di robuste iniezioni di dollari dello Zio Sam per evitare di bloccare le attività dell’intera nazione.

Ma ancora più pesante è il pedaggio che tutto il popolo e la sua nazione con esso sta pagando agli occhi del mondo: per una gran numero di paesi del mondo Israele è uno stato “paria” per i massacri che conduce, per le politiche di apartheid e segregazione verso il popolo palestinese. La dicotomia che assistiamo tra la condotta di alcuni governi e ciò che i cittadini pensano è spesso sconcertante. La domanda che Levy si pone è: fino a quando il supporto incondizionato ad Israele continuerà?

Chi oggi ha soppresso il dissenso nelle Università americane, ma anche in Europa, non si accorge che tra costoro, in un domani non troppo lontano ci saranno i futuri Ministri della Guerra o Segretari di Stato o Senatori? Già l’America post Trumpiana non potrà essere così supportiva verso questa politica di “guerra a tutti” voluta da Israele. Non dopo i danni a cui l’economia mondiale sta per andare incontro se questo conflitto dovesse continuare. Qualcuno dovrà spiegare ai cittadini americani quale sia l’interesse vitale americano nella regione e perché vi dovrebbero morire soldati americani. Mentre scriviamo i Marines dell’ottantaduesima Airborne Division stanno per arrivare nel Golfo insieme ad altri due contingenti di assalto, più alcuni gruppi di Forze Speciali.

Non sono chiari gli scopi di una tale forza, visto l’esiguo numero di soldati coinvolti. Si parla della presa dell’isola di Kharg situata a Nord del Golfo Persico e terminale fondamentale per il petrolio iraniano. Ma a quale scopo? E con quali rischi di perdite umane per gli americani? Incerto il primo e, con grande probabilità, elevati i secondi. Come verrà spiegata questa ennesima mossa, non solo al movimento MAGA, ma a tutti gli altri americani?

La Tigre di carta israeliana potrebbe pagare un caro prezzo se, nonostante le Lobby, l’AIPAC, e le censure sui Media più o meno direttamente o indirettamente imposte dovessero venire meno oppure anche solo attenuarsi. Su Tik Toc America, di recente acquisito da un gruppo di investitori molto vicini a Israele, non si vedono più le immagini che prima si vedevano su Gaza e che così tanto avevano influenzato l’opinione pubblica americana; oggi la censura su ciò che accade in Israele sotto attacco è molto forte.

Le poche “isole” di popolazione contrarie a questa politica di guerra sono al momento isolate ed emarginate in Israele. Che futuro si disegnerà per lo sato ebraico?

Questo è tutto da vedere e ad oggi i presagi non sono luminosi, se non per le scie dei missili che piovono dal cielo.

***L’autore dell’articolo ha autorizzato la diffusione su Gli Scomunicati – l’Informazione per chi non ha paura e per chi ne ha troppa – l’articolo originale si trova al seguente link: https://www.giano.news/2026/03/28/la-tigre-di-carta/

Tutte le immagini, compresa quella di copertina, sono state pubblicate sull’articolo originale

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