Intervista a cura del direttore responsabile Emilia Urso Anfuso
Dopo anni di diffusione di fake news e la messa in circolazione di debunker o pseudo tali, personaggi che su certi giornali sono stati incaricati di verificare e “garantire” la correttezza delle informazioni, oggi ci troviamo in una situazione di profonda confusione con un’opinione pubblica che, a causa della presenza ormai costante sui social network, ritiene non solo di poter dire la propria – come detta in parte l’art. 21 della Costituzione italiana – ma di saperne più di chi è professionalmente preparato per trasferire informazioni che, altrimenti, non potrebbero entrare nella disponibilità del cittadino comune, mi riferisco a noi giornalisti, ma anche a tutte le figure professionali che operano nei vari settori che sono la fonte primaria delle informazioni: se non parli con un avvocato di un caso di cronaca nera, o con un giornalista che ha scelto di specializzarsi in questo settore, vuoi per caso parlarne tu che ti occupi di commercio tessile o di compravendita di immobili? La risposta, genericamente parlando, è SI. Un SI urlato da una collettività stufa di esser presa in giro – fin qui nulla da eccepire – ma che, di contro, ora pretende di sapere tutto e di capire tutto. Di esser diventati, in quanto parte dell’opinione pubblica, l’unico ente di validazione ammissibile, avendo creato in tal modo circa 55 milioni di enti di validazione, ognuno con la propria opinione personale portata avanti al pari di una tesi di laurea da 110 cum laude ma su temi mai studiati. Ne ho parlato con il collega Boni Castellane, editorialista di La Verità, saggista, pensatore e intellettuale.
In questo periodo storico la maggior parte dei cittadini pretende di autodeterminare la verità su fatti che, però, conoscono molto marginalmente. A tuo parere è qualcosa che è stato programmato o sta capitando per caso ed è comunque un vantaggio per chi gestisce la vita di milioni di persone?
Non è un caso, e non è un vantaggio neutro. È stato programmato, con una precisione quasi ingegneristica. Dopo decenni di egemonia mediatica verticale – giornali, tv, esperti di regime, tutti convergenti nei media novecenteschi – si è passati a una parcellizzazione orizzontale che dia l’illusione di elaborare un pensiero libero. Il sistema ha capito che reprimere l’opinione è controproducente; meglio inondarla, frammentarla, renderla liquida fino all’inconsistenza e “allagare il campo”. I debunkers, i fact-checker, spesso pagati da Ong o direttamente da governi, non sono mai stati neutrali: erano (e sono) i ripetitori della Narrazione. Il risultato sono milioni di ripetitori delle agenzie di validazione che si annullano a vicenda, mentre le decisioni vere – economiche, sanitarie, geopolitiche – restano nelle mani delle élites invisibili. È il trionfo del relativismo nichilista: se tutto è opinione, il potere può fare ciò che vuole senza dover rendere conto a una verità oggettiva.
Il caso della “Famiglia del bosco” sta dividendo la popolazione tra chi ritiene che i tre bimbi non dovevano essere allontanati dalla famiglia e chi, invece, dedica parole che arrivano a essere di odio verso questi genitori. Troppo potere in mano all’opinione pubblica genera rabbia sociale?
Troppo potere all’opinione pubblica genera rabbia sociale? Sì, e la genera perché è un potere finto. In questo caso specifico – genitori che hanno scelto di vivere fuori dal sistema, senza utenze, in un bosco abruzzese, educando i figli in modo naturale e parentale – abbiamo visto esattamente questo meccanismo. La verità è che lo Stato, attraverso tribunali minorili e assistenti sociali spesso ideologizzati, ha esercitato un potere brutale: ha strappato tre bambini a una famiglia che, per quanto estrema nelle sue scelte di vita, non aveva commesso reati. L’ordinanza parla di “rischio alle relazioni sociali” e “incolumità fisica”. Traduzione: non vanno a scuola statale, non consumano, non sono integrati nel gregge. E la mamma Catherine Birmingham è stata poi allontanata perfino dalla casa-famiglia a marzo 2026, tra le urla strazianti dei piccoli. Questa cosa nell’assetto gramsciano si chiama “ingegneria sociale”. Nell’opinione pubblica la vera rabbia nasce dal fatto che la gente sente di non contare davvero, e si sfoga su bersagli sbagliati. È il classico divide et impera: mentre discutiamo di genitori “selvaggi”, nessuno parla del crollo demografico, della povertà educativa reale nelle periferie urbane o delle famiglie distrutte dall’economia da precariato.
Dopo gli anni della pandemia e in un paese come il nostro, in cui ogni genere di restrizione delle libertà personali è stato sperimentato, è possibile che si lasci volutamente a briglia sciolta la popolazione, ma solo a livello virtuale e quindi sui social, con lo scopo di spostare l’attenzione dai temi che dovrebbero essere maggiormente prioritari per tutti, vedi i diritti civili negati, l’economia allo sbando, la qualità della vita in deterioramento costante?
È non solo possibile, ma evidente che si sia lasciato “a briglia sciolta” il popolo, ma solo virtualmente. Durante il Covid ci hanno dimostrato che possono chiudere tutto, sospendere diritti fondamentali, imporre passaporti sanitari. Poi, finita l’emergenza (o meglio, finita la fase acuta), hanno aperto i rubinetti dei social: TikTok, Instagram, X. Perché? Per creare un’enorme valvola di sfogo. La gente, stufa di restrizioni reali, si sfoga online: insulti, teorie, campagne. Intanto i temi veri – diritti civili erosi, economia in ginocchio, qualità della vita che precipita – restano fuori dal radar. È una strategia collaudata: il panem et circenses digitale. I social non sono la piazza di Atene; sono il Colosseo dove i gladiatori si sbranano tra loro mentre l’imperatore decide. Faccio inoltre notare che dalla Commissione Covid sono usciti dati impressionanti, notizie di reato e vere e proprie “confessioni” ma senza costruzione narrativa tutto passa inosservato.
Fabrizio Corona, Rita De Crescenzo, Er Brasiliano…personaggi seguiti sui social da milioni di utenti che li seguono e apprezzano al punto tale da desiderare di sperare di vederli in politica o addirittura sindaci o premier e d’altronde, nel mondo della politica si tocca con mano un crollo delle competenze e capacità. Possiamo parlare di un sistema di dittatura se i livelli, anche culturali, si abbassano e tutto si omologa? Le differenze fanno parte dei sistemi democratici, normalmente…
Possiamo parlare di un sistema di “dittatura delle narrazioni”, di omologazione culturale che serve a chi detiene il potere di conservarlo. Quando la politica tocca con mano il crollo delle élites – classi dirigenti incapaci, tecnocrati senza visione, partiti ridotti a macchine di potere – il vuoto viene riempito da personaggi che incarnano esattamente l’omologazione. Milioni di follower li vedono come “uno di noi” e sognano di mandarli a fare il sindaco o il premier. Non è democrazia: è la fine della democrazia o forse è il modo che il Novecento ci sta indicando di essere finito. Le differenze, come dici tu, sono l’essenza dei sistemi democratici. Qui invece tutto si omologa al basso: cultura, linguaggio, pensiero. È il trionfo della società dello spettacolo descritta da Debord, ma aggiornata al nichilismo digitale. La cultura si abbassa non per caso, ma perché un popolo colto e differenziato è più difficile da controllare. Questo è il vero pericolo: non l’avvento di questi personaggi, ma il fatto che la politica li renda necessari.
Questo Nuovo Ordine Mondiale non sempre apporta mutamenti migliorativi. Ci troviamo nell’occhio del ciclone e prima o poi torneremo a una sorta di normalità, basata sul “prima di”, oppure dobbiamo immaginare scenari inimmaginabili?
Il “prima di” era già malato: globalismo, distruzione delle sovranità, attacco alle radici antropologiche e culturali, cancel culture. Oggi siamo oltre: transumanesimo, controllo digitale totale, famiglie smantellate in nome della “tutela”, identità dissolte. I mutamenti non sono migliorativi perché non sono neutri: sono orientati a un’antropologia diversa, quella dell’uomo-macchina, dell’individuo isolato e desiderante. Non torneremo indietro spontaneamente. Il ritorno a una normalità basata sul “prima di” è illusorio se non ricostruiamo prima le fondamenta – casa, orto, biblioteca, come ho scritto altrove – e la capacità di battersi per ciò che è sacro. Altrimenti, il ciclone non passa: si istituzionalizza. La storia non è finita, ma noi dobbiamo scegliere da che parte stare: con l’umano o con l’antiumano. E costruirci spazi di esistenza che siano i presidi di difesa delle Nazioni.

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