Roma 2036 o 2040: l’Italia e il vizio di tifare contro se stessa

Roma 2036 o 2040: l’Italia e il vizio di tifare contro se stessa

Di Marco Pugliese

C’è una categoria tutta nostra, tipicamente nazionale: quelli che sperano nel flop, per principio. L’importante è che vada male, così si potrà dire “ve l’avevo detto”. Durante i Giochi abbiamo letto di tutto: articoli palesemente faziosi, numeri sparati senza contesto, analisi costruite su scenari catastrofici come se fossero certezze matematiche.

Sempre con lo stesso sottofondo: l’Italia non è capace.

È curioso. Siamo tra le prime economie industriali d’Europa, organizziamo eventi complessi, esportiamo ingegneria, design, tecnologia. Ma quando si tratta di casa nostra, improvvisamente diventiamo inaffidabili per definizione. Una forma di masochismo civile che rasenta la patologia.

Si cita Torino 2006 come un ammonimento eterno, come se la storia non ammettesse correzioni. Si ignorano modelli nuovi, vincoli di sostenibilità, uso di impianti esistenti, partenariati pubblico-privati. Si sommano costi ipotetici e si dimenticano benefici reali: turismo, infrastrutture, reputazione internazionale, accelerazione amministrativa..

Dal 1992 in poi abbiamo interiorizzato il “vincolo esterno” come se fossimo minorenni incapaci di decidere. Ci rassicura pensare che qualcun altro debba dirci cosa possiamo o non possiamo fare. Così evitiamo la responsabilità. È più comodo temere che progettare.

Roma 2036 o 2040 non è una cartolina patriottica. È una scelta strategica. Se fatta con testa, controllo dei costi e trasparenza, può essere un volano di modernizzazione. Se fatta male, sarà un errore. Ma questo vale per qualsiasi decisione pubblica.

La differenza sta nel coraggio amministrativo, non nella sfiducia preventiva. Un Paese che ha costruito la propria storia su ambizione e visione non può ridursi a tifare contro sé stesso.

L’autocritica è virtù. L’autodenigrazione è solo rinuncia travestita da intelligenza.Attiva per visualizzare un’immagine più grande,

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