Diligenza emotiva

Diligenza emotiva

Rubrica a cura del dottor Claudio Rao

A seguito delle riflessioni della scorsa settimana sulla cosiddetta “negligenza emotiva” genitoriale occupiamoci questo lunedì di scoprire come fare per accogliere ed accompagnare al meglio le emozioni dei nostri figli.

Nell’articolo “Genitori negligenti?” avevamo precisato che i bambini emotivamente trascurati crescono con una scarsa consapevolezza di sé e la difficoltà a regolare le proprie emozioni che spesso generano problemi nelle relazioni interpersonali.

Accogliere e accettare la rabbia, il dolore o la gioia dei nostri figli li aiuta a crescere, ci spiega Isabelle Filliozat, figura emblematica della psicoterapia e dell’educazione positiva in Francia.

La psicoterapeuta, specializzata in intelligenza emotiva, ci fornisce alcuni utili suggerimenti assai concreti.

La nostra identità si costruisce sulla consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. Se non permettiamo al bambino di esprimere ciò che prova, se nessuno lo ascolta quando piange, quando si arrabbia, quando ha paura, se nessuno convalida i suoi sentimenti né gli conferma che ciò che prova è naturale, « il rischio è che cancelli la consapevolezza di ciò che prova veramente», spiega l’esperta.

Allora può accadere che nostro figlio non provi più nulla, o che elabori «un’emozione “autorizzata” al posto della sua verità emotiva».

Ciò che dobbiamo fare, spiega la dottoressa Filliozat, è ascoltare, accogliere, convalidare le emozioni di nostro figlio per aiutarlo a costruirsi come persona, ad esistere come individuo.

Un compito non sempre facile, che ci richiede di assumere e gestire le nostre ansie di genitori autonomamente, senza riversarle sul bambino e non permettendo ai nostri stati d’animo e alle nostre paure d’inceppare questo processo di ascolto attivo delle sue emozioni.

Il nostro ruolo è aiutarli a non essere sopraffatti dai loro affetti, ad incanalare la loro energia per imparare ad esprimere i propri bisogni in modo socialmente accettabile.

Più concretamente

Come reagire davanti ad un figlio arrabbiato che urla, pesta i piedi, lancia oggetti o si butta per terra?

Secondo la nostra psicologa, la prima cosa è capire. Tale genere di reazioni infatti, è sovente una crisi dovuta allo stress, che spesso esplode alla fine della giornata. Sotto l’effetto di sollecitazioni eccessive, il cervello “va in tilt”.

Se il nostro intervento di genitori può contribuire a fermare la “tempesta elettrica” nel suo cervello, ciò non significa che la crisi “interna” sia passata. Questo – ci spiega l’esperta – è dovuto al fatto che «se il cervello emotivo rimane attivo, quello frontale è inattivo».

«Ed è proprio quest’ultimo che ci permette di pensare, anticipare e decidere».

Per queste ragioni, piuttosto che cercare di calmarlo, sarà importante insegnare a nostro figlio a calmarsi.

Il primo passo sarà quello di riconoscere le sue emozioni e il suo stress («Hai avuto una brutta giornata, eh?»). Un atteggiamento che nei bambini, come in noi adulti, ha già un effetto calmante.

Poi si tratterà di aiutarlo ad esprimere ciò che prova (a parole, con un disegno, col suono del suo eventuale strumento musicale di riferimento).

La psicoterapeuta spiega infatti che «l’emozione è una reazione fisiologica dell’organismo la cui funzione è quella di trasmettere un messaggio. Il ruolo del genitore è quello di ascoltarlo, di prestargli attenzione affinché il bambino possa comprenderne il significato e, gradualmente, esprimerlo in altro modo».

In questo contesto, l’imposizione di rigidi divieti e di “percorsi obbligati” è negativa, tanto quanto un comportamento lassista o permissivo.

Quest’apertura, tuttavia, non significa permettere tutto. Come genitori dobbiamo porre domande, fornire informazioni ed indicare scelte che consentano a nostro figlio di sentirsi co-protagonista nelle decisioni. Favorendo le sue risorse piuttosto che costringendolo entro dei limiti.

Allora, molto concretamente. Sappiamo che i bambini imparano imitandoci. Al posto di sommergerli con una valanga di spiegazioni, istruzioni e consigli, insegniamo loro ad esprimere a parole ciò che provano, magari facendolo noi per primi («In questo momento sono stanco, triste, arrabbiato…»).

Invitiamoli a fare lo stesso commentando ciò che provano i personaggi del libro o del fumetto che leggiamo loro o del film che stiamo guardando insieme.

Tutto ciò insegnerà loro a capire ed utilizzare “il vocabolario del mondo emotivo”, familiarizzando con le proprie emozioni.

I bambini inoltre, non dimentichiamolo, hanno bisogno di contatto, di “fisicità” altrimenti queste carenze potranno sfociare in disagio con crisi di rabbia, comportamenti eccessivi, etc.

Abbracciamo almeno una volta al giorno nostro figlio, osiamo un «ti voglio bene», un «oggi mi sei mancato», un «sono felice di ritrovarti, di passare un momentino con te» (e non solo… “quando se lo meritano”!).

Questo contribuirà, tra l’altro, a sviluppare nel suo (e nel nostro) organismo l’ossitocina, l’ormone detto «della felicità».

E quando siamo stanchi e di fretta?

Secondo Isabelle Filliozat è proprio perché la maggioranza di noi genitori non ha fruito di un buon sostegno emozionale che le emozioni dei nostri figli rischiano di “attivare in noi circuiti di stress”.

Insomma, la storia si ripeterebbe e noi rischieremmo di ritrovare sensazioni che rischierebbero di sopraffarci.

Per questo alcuni di noi ricorrono alla coercizione per calmare il proprio figlio o lo abbandonano alle prese con le proprie emozioni.

Esistono strumenti che possono aiutarci. La meditazione, che ci insegna a utilizzare la zona frontale del cervello per controllare le nostre reazioni attraverso la comprensione piuttosto che il controllo. Le tecniche di respirazione che ci impediscono lo straripamento emozionale. Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante, poiché è noto che alcuni alimenti come lo zucchero, il pane o il latte, aumentano la nostra reattività allo stress.

Molto pragmaticamente, la nostra esperta, brillante formatrice ed autrice, suggerisce: «Spesso do questo semplice consiglio ai genitori: quando sentite che la rabbia sta montando, andate a bere un bicchier d’acqua. Innanzitutto perché cambiare attività abbassa la pressione; e poi perché bere (con una cannuccia è ancora più efficace) idrata le cellule del cervello e il movimento delle labbra produce un effetto calmante».

Formulette utili

Quando nostro figlio (o nostra figlia, s’intende!) è stanco, nervoso, in reazione, per aiutarlo ad esprimere il suo vissuto non esitiamo ad abbracciarlo, gesto che gli esprimerà empatia.

A seconda di ciò che ci riferisce, accogliamo il suo surplus emozionale ed esprimiamolo.

  • «Non dev’essere stato bello»
  • «Che cosa ti ha ferito di più?»
  • «Che cosa ti rende più triste / arrabbiato?»
  • «Cosa ti spaventa di più?»
  • «Cosa ti dici nella tua testa?»
  • «Cosa senti dentro di te?»

Perché, spiega la psicoterapeuta: «L’obiettivo non è quello di fornirgli spiegazioni rassicuranti […] ma piuttosto di accompagnarlo nel suo percorso di riflessione, di domande e di soluzioni, affinché sviluppi il suo potere personale».

Benefici

Il fatto di essere compreso e accompagnato costruisce e rafforza il  senso di sicurezza interiore di nostro figlio.

Prendere le distanze dalle proprie emozioni per analizzarle lo aiuterà a conoscersi e maturare.

I ricercatori nel campo delle neuroscienze hanno dimostrato che le emozioni accolte e accompagnate nel bambino creano nel suo cervello delle reti neuronali che gli permetteranno di conviverci, senza lasciarsi sopraffare.

Inoltre, quando diventerà a sua volta genitore, sarà in grado di accogliere e accompagnare le emozioni dei propri figli.

Così facendo, nel nostro piccolo avremo contribuito alla creazione di un mondo migliore.

Lascia un commento

Your email address will not be published.