Di Il Risolutore
Il caso Andrea Pucci non è una polemica di spettacolo. È un fatto politico. Non perché riguardi un partito, ma perché riguarda il clima in cui oggi si esercita la parola pubblica in Italia.
Le pressioni, le campagne social, le richieste di esclusione, le aggressioni verbali e secondo quanto riportato le offese e le minacce che hanno coinvolto anche la sfera privata, raccontano una trasformazione profonda, non siamo più nel campo del dissenso. Siamo entrati in quello della selezione ideologica.
Non si discute più di ciò che viene detto.
Si decide chi ha diritto di dirlo.
Non si contesta un contenuto.
Si colpisce la legittimità di chi lo pronuncia.
È un passaggio tipico delle fasi di irrigidimento culturale. Quando un sistema non si sente più abbastanza forte per vincere il confronto, smette di confrontarsi. Inizia a delimitare il perimetro. A costruire liste informali di ciò che è accettabile e di ciò che non lo è. A trasformare il palco in uno spazio condizionato.
La solidarietà espressa dalla Presidente del Consiglio coglie un punto che va oltre il singolo episodio…nessuno dovrebbe essere costretto a rinunciare al proprio lavoro perché sottoposto a una pressione ideologica permanente. Non è una questione di gusti, né di simpatie. È una questione di libertà reale nello spazio pubblico.
Qui emerge con chiarezza il grande doppiopesismo strutturale.
Quando la satira, anche feroce, anche insultante, colpisce il bersaglio “giusto”, allora viene difesa come sacra, intoccabile, irrinunciabile. Quando invece qualcuno percepito come non allineato ottiene visibilità, allora improvvisamente scattano il decoro, la tutela, la sensibilità, il richiamo alla responsabilità.
Non è coerenza.
È gestione del potere culturale.
Il vero tema non è Pucci. Il vero tema è il modello che si sta consolidando…uno spazio mediatico in cui l’accesso non dipende più solo dal pubblico, ma dalla compatibilità ideologica con un ecosistema che si arroga il diritto di certificare chi è “accettabile”.
In questo schema, la televisione smette di essere pluralismo e diventa filtro. Non più specchio del Paese, ma strumento di normalizzazione. Non più luogo del conflitto, ma meccanismo di selezione.
Questa non è una deriva marginale. È una trasformazione strutturale del modo in cui il potere culturale si esercita: non attraverso leggi liberticide, ma attraverso il clima. Non con divieti formali, ma con la costruzione di un ambiente in cui parlare diventa sempre più costoso per chi non rientra nei codici dominanti.
Quello che sta accadendo non è un incidente. È un metodo. È il passaggio da una società che tollera il conflitto a una società che lo amministra. Da una democrazia del confronto a una democrazia del perimetro.
Chi oggi minimizza questi episodi commette un errore strategico…perché il recinto non si ferma mai. Oggi colpisce un comico. Domani colpirà un opinionista. Dopodomani un intellettuale. Alla fine, chiunque non sia perfettamente integrato nella grammatica del sistema.
Questa non è una battaglia per un palco.
È una battaglia per lo spazio pubblico.
O si accetta che in Italia esistano voci non addomesticabili, oppure si accetta l’idea che la legittimità venga concessa dall’alto.
E quando la legittimità viene concessa, non è più libertà.
È già un’altra forma di potere
***Immagine di copertina fornita dall’autore dal seguente link: https://ilrisolutore.substack.com/p/quando-il-palco-diventa-un-tribunale

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