VI: non commettere atti impuri

VI: non commettere atti impuri

Di Il Risolutore

La purezza non ha nulla a che vedere con l’ingenuità.
E non ha nemmeno a che fare con il moralismo, con la censura o con l’ossessione del peccato. La purezza è una forma di ordine. È il modo in cui un uomo custodisce ciò che è potente, sapendo che ogni forza non governata diventa distruttiva.

L’eros è una delle forze più radicali che attraversano l’essere umano. Non è un incidente, non è un passatempo, non è un accessorio. È energia creativa, tensione verso l’altro, desiderio di unione, ma anche possibilità di dominio, di consumo, di svuotamento. Per questo richiede misura. Per questo non può essere lasciato all’istinto nudo.

L’atto impuro non è semplicemente un atto sessuale.
È un atto senza responsabilità.
È il corpo separato dalla coscienza.
È il desiderio che non riconosce più un limite.

Quando tutto diventa lecito, nulla resta sacro.
Quando ogni impulso viene giustificato, l’uomo smette di essere sovrano di sé stesso e diventa terreno di passaggio delle proprie pulsioni.

La modernità ha confuso la liberazione con la dissipazione. Ha chiamato “autenticità” ciò che spesso è solo incapacità di contenimento. Ha trasformato l’intimità in spettacolo, il desiderio in merce, il corpo in oggetto di scambio continuo. E poi si è stupita della stanchezza, della noia, del cinismo che ne sono derivati.

Non c’è nulla di liberatorio nell’essere schiavi del proprio appetito.

L’impurità non sta nel corpo, ma nel modo in cui lo si usa.
Sta nel ridurre l’altro a funzione.
Sta nel cercare il piacere senza assumersi il peso della relazione.
Sta nel pretendere l’intensità senza accettarne le conseguenze.

Un uomo integro non rifiuta il desiderio…lo educa.
Non lo reprime, ma lo orienta.
Sa che ciò che è potente deve essere custodito, non disperso.

Il corpo è linguaggio. Ogni gesto dice qualcosa di noi.
Quando il linguaggio diventa confuso, quando i gesti non significano più nulla, anche l’identità si indebolisce. La promiscuità non è solo fisica: è soprattutto simbolica. È la perdita di distinzione tra ciò che conta e ciò che passa.

“Non commettere atti impuri” significa allora:
non usare ciò che è profondo come se fosse superficiale.
Non trattare ciò che è intimo come se fosse pubblico.
Non profanare ciò che chiede rispetto.

In una civiltà che esibisce tutto, la purezza diventa un atto di resistenza.
Non perché neghi il piacere, ma perché lo sottrae alla banalità.
Non perché rifiuti il corpo, ma perché lo restituisce alla sua dignità.

L’atto puro è quello che non lascia macerie interiori.
È quello che non richiede menzogne dopo.
È quello che non ci costringe a guardarci allo specchio con disagio.

La vera impurità è la dissociazione: fare qualcosa con il corpo che la coscienza non può sostenere. È lì che nasce la frattura, è lì che l’uomo perde unità.

Custodire il desiderio non significa spegnerlo.
Significa renderlo degno di essere vissuto.

E forse questo è il senso più profondo di questo comandamento: ricordare che non tutto ciò che è possibile è anche giusto, e che la libertà non consiste nel cedere a ogni impulso, ma nel saper scegliere quali meritano di essere seguiti.

Perché ciò che non viene custodito…finisce sempre per consumarsi.

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