Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
Per quest’ultimo appuntamento del 2025, alle soglie del nuovo anno, propongo ai Lettori una delle mie « Storie che aiutano a crescere »,
attualmente in stampa. Un’anteprima, quella di Lina, che si è già segnalata al concorso nazionale Mario Sodati-Lalla Romano indetto
dal Centro culturale e di ricerche Mario Pannunzio di Torino.
La storia di Lina
(la tematica della vita e della morte narrata ai bambini)
Era ormai primavera. Un tiepido sole filtrava tra i rami ancora spogli degli alberi. I passanti sembravano tuttora infreddoliti, rintanati nei
loro vestiti pesanti: come se temessero un colpo di coda del freddo inverno che li aveva accompagnati. Il cielo azzurro era appena accarezzato da bianche nuvole che ne ovattavano l’aria.
Qua e là si udiva il canto degli uccellini e il garrire delle prime rondini, antesignane della grande migrazione primaverile. Da qualche giorno sugli alberi del viale erano spuntate le prime foglie. In particolare sul tiglio vicino alla scuola dove ad ogni ricreazione il vociare dei bimbi sembrava anticipare la bella stagione.
Lì, proprio in cima a quel tiglio, il primo germoglio vide, qualche giorno più tardi, spuntare Lina, una tenera fogliolina birbante e vivace almeno quanto i bambini della prima elementare, ormai avvezzi ai ritmi scolastici, ma sempre pronti a piccole, ingenue disobbedienze al giovane maestro che li seguiva.
Lina era vivace, curiosa, chiacchierina e terribilmente intrigante. Non passava giorno senza che osservasse, domandasse, criticasse qualunque cosa vedesse. Una volta era un passante troppo frettoloso: “Ma dove andrà così di fretta? Non è neanche un giorno feriale!”. Un’altra era un cane che non le andava a genio: “Diamine, ma non ha un altro posto per fare pipì?!”. Un’altra ancora era la volta dei rumori della strada: “Di questo passo non ci sarà neppure più un uccellino disposto a posarsi sui nostri rami!”.
Il tempo passava, Lina cresceva, ma il suo carattere non migliorava affatto. Una sola cosa sembrava interessarla, gli esseri indifesi: i bambini, gli anziani e gli uccellini. Mai una parola scortese e neppure una semplice critica nei loro confronti. Anzi. Sembrava perfino averne adottato qualcuno! Il bambino disabile della 3^C, la vecchietta con le borse della spesa del lunedì, il tranviere “gentile” che si fermava ad aspettare la ragazzina sulla sedia a rotelle all’uscita dal catechismo.
Era ormai il mese di giugno. Lina era una signora foglia: aveva assunto un verde più scuro e incominciava ad osservare con più attenzione i suoi coetanei. I ragazzini di quinta elementare per esempio, che non avrebbe più visto dopo il lungo silenzio delle vacanze perché si sarebbero trasferiti alla media di via Cavour. E perfino i giovani innamorati che approfittando della bella stagione si soffermavano sulle panchine e che Lina soprannominava con tenerezza “I piccioncini senz’ali del viale”.
Era una foglia adulta ormai e affrontò l’estate con sereno distacco. Neppure i violenti temporali d’agosto la spinsero a quegli atteggiamenti che in gioventù le avevano valso il soprannome di “Lina la birichina”. Certo, le critiche non le risparmiava a nessuno, ma erano critiche adulte adesso, più legate alla riflessione che all’emozione.
Ciò che particolarmente l’angustiava era il non aver conosciuto il mondo. «Sempre quassù – diceva – sopra quest’albero, attaccata a questo ramo, cosa posso mai saperne della vita e del vasto mondo?». Eppure Lina era una foglia fortunata! Contrariamente alle sue tante compagne nate e vissute in campagna dove non c’era che verde a perdita d’occhio, sole e vento di giorno e stelle e luna di notte, lei era una foglia cittadina. Conosceva il colore dei semafori, il rumore del traffico diurno e la quiete notturna, il vociare dei bambini e l’abbaiare dei cani, ma anche il clacson delle auto e l’urlo delle sirene. E ancora: tram, autobus, aerei lontani e rombi delle motociclette. Soprattutto poteva, dall’alto, godersi una vista spettacolare sulla città senza perdersi le scene di vita quotidiana che sfilavano ai piedi del suo albero. Dopo la triste partenza delle prime rondini, Lina aveva accolto con entusiasmo l’inizio settembrino delle scuole, intenerendosi tanto per gli ultimi arrivati provenienti dalla scuola dell’infanzia quanto per quelli che non avrebbe più visto perché “troppo grandi” per la scuola primaria “Edmondo De Amicis”.
Col mese di ottobre, però, cominciò a sentirsi più fragile. Aveva sempre più difficoltà a sopportare il freddo, soprattutto di notte. Lina era ormai una vecchia foglia, ricca di esperienza e di ricordi; una nonnina senza figli, né nipoti. Sempre più sola, perché le sue ultime compagne, intirizzite, cadevano ad una ad una al gelido vento novembrino.
Lina sapeva che presto sarebbe toccato anche a lei quel viaggio nell’aria frizzante verso l’ignoto. Invece di essere triste però, questa situazione la spingeva ad apprezzare ancora di più le piccole cose d’ogni giorno: lo scricciolo infreddolito che si posava sul suo ramo, il tamburellare della pioggia sulle auto in sosta, i giochi di luci dei fari al rientro dal lavoro il venerdì sera. Conobbe perfino la festa di Halloween, nonna Lina, con bambini orribilmente travestiti e le loro cristalline risate allo spavento dei passanti e degli amici; le caramelle, il “Dolcetto o scherzetto?” – “Strano modo di esprimersi” pensò con un’ombra di tenerezza.
Una fredda mattina di novembre, un leggero alito di vento la chiamò a sé, facendola planare dolcemente nell’aria frizzante del primo mattino. Era una sensazione dolcissima di libertà, priva di dolore che non avrebbe mai immaginato vedendo cadere una dopo l’altra le sue compagne poi raccolte da un solerte netturbino comunale.
Lina ora volava nell’aria come aveva sempre sognato di fare, alla scoperta di nuovi luoghi e di nuove esperienze. Aveva sfiorato il tetto della scuola e accarezzato il rosso del semaforo. Poi era risalita, miracolosamente, verso il campanile della chiesa per finire la sua folle corsa nelle zolle di un terreno poco lontano. Lì si era adagiata, accartocciandosi dolcemente in un solco di terra. Di lì a poco quel campo sarebbe stato ricoperto dalla prima candida neve che, fresca e luminosa, avrebbe brillato ai raggi del tiepido sole invernale, prima di rifiorire per annunciare l’arrivo della bella stagione.
C’è chi dice di aver conosciuto in quel prato un fiorellino azzurro, birbante e chiacchierino, sempre pronto alle marachelle, ma di una generosità contagiosa, in tutto simile a Lina, cresciuto proprio all’ombra del campanile che ora scandisce le ore di una nuova primavera.

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