Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
L’alessitìmia, o analfabetismo emotivo, è un disturbo della personalità caratterizzato dalla difficoltà di identificare, comprendere, descrivere ed esprimere le proprie emozioni.
Éric è un libraio francese. Un giorno mi disse: « Mi affascinano gli scrittori di romanzi perché riescono ad analizzare pagina dopo pagina le emozioni dei loro personaggi. Per me è un mondo a parte, visto che spesso non riesco neppure ad esprimere ciò che provo ».
Recentemente ho scoperto che questo disturbo si chiama alessitìmia. Non credo fosse il caso di Éric, ma avendo io stesso sperimentato difficoltà analoghe durante la mia formazione in psicoterapia della Gestalt, ho voluto indagare sulla questione.
L’alessitimìa, definita altresì “analfabetismo emotivo”, non è una patologia aggiuntiva, ma un concetto psicologico apparso nel 1972 sotto la penna di Sifneos¹ che descrive un modo di essere al mondo. Le persone che ne soffrono, tendono a concentrarsi sulle sensazioni fisiche e sugli eventi esterni piuttosto che sui sentimenti interiori, il che può causare problemi nelle relazioni sociali.
Questa chiave di lettura potrebbe permetterci di comprendere più facilmente alcuni profili che ci sembrano freddi, distanti e perfino arroganti, mentre magari sono semplicemente alessitìmici.
Di che si tratta?
Potremmo dire che l’alessitimia è caratterizzata da una grande difficoltà a capire cosa si prova e ad esprimerlo, ma anche da una notevole difficoltà nel leggere e comprendere le emozioni degli altri.
Questo disturbo nella lettura e nell’espressione delle emozioni (a = assenza / lexis = parola / thymos = umore, affettività, sentimento, emozione) non è una patologia, ma piuttosto un modo di elaborare le informazioni che ci arrivano dall’esterno.
Per Maurice Corcos, direttore dell’Unità Psichiatrica dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Institut Montsouris a Parigi, coautore del libro « Qu’est-ce que l’alexithymie ? » (Dunod 2011), si tratta di un male contemporaneo: « Questo disturbo è sintomatico di una società che sacrifica l’espressione delle emozioni agli stereotipi ». Oggi infatti ci accontentiamo d’inviare semplici smiley per descrivere il nostro stato d’animo.
I ricercatori, dopo aver esaminato l’attività cerebrale dei pazienti alessitimici, hanno notato anomalie in due aree, quella che collega le emozioni e quella che le riconosce, le analizza e le formula.
Perché può essere un problema?
L’alessitimico ha abbandonato il mondo delle emozioni, ma ciò non significa che le emozioni non vengano provate o vissute. Diciamo che la persona è privata delle informazioni che esse contengono e quindi dei messaggi importanti che veicolano.
I problemi si riscontrano, ad esempio, nel caso di manifestazioni psicosomatiche. Il loro corpo crea “sintomi”, per esprimere un disagio o un malessere che il loro cervello non ha voluto ascoltare. Ebbene un alessitimico può parlare a lungo dei suoi disturbi, ma resterà freddo e distaccato nell’esprimere le proprie emozioni. Come a dirci: « Non riesco a dire ciò che provo, ma il mio corpo cercherà di raccontarlo ».
Una sfida piuttosto singolare per noi professionisti di aiuto alla persona che richiede specifica esperienza e formazione. Non sarà facile infatti restituire alla persona l’accesso a tutti i suoi canali di comprensione del mondo esterno.
L’accesso alle emozioni
Su Internet troviamo specchietti e tabelle delle emozioni che ci aiutano, ad esempio, a definire con maggiore precisione ciò che proviamo: sono triste o arrabbiato? / deluso o distrutto? / inutile o tradito? / a disagio o ferito? A volte tuttavia è necessario un vero e proprio allenamento per ricreare un legame con le emozioni e l’aiuto di un professionista per ritrovare la strada verso se stessi.
Lavorare su una migliore comprensione delle nostre emozioni permette di evitare che sia il corpo a parlare al nostro posto; se l’emozione viene repressa, infatti, rimane comunque presente ed operante in noi.
Ciò che è importante è evitare di banalizzare l’alessitimia!
L’interesse del concetto
Il concetto di alessitimia può essere utile per convivere meglio con determinati tipi di personalità, ma occorre evitare rischio di trarre conclusioni affrettate.
Se il nostro partner è più un tipo taciturno ed egoista, il nostro capo una persona fredda e distante, il nostro amico ha un cuore di pietra e nostro figlio è indifferente a consigli e richiami, non possiamo etichettarli tutti, generosamente, come alessitimici!
Ciò che è interessante è capire che i nostri filtri di visione e comprensione del mondo non sono quelli degli altri. Non tutti abbiamo lo stesso accesso all’alterità, alle emozioni, alle informazioni e alle sfumature della vita. Alcuni daranno la priorità agli eventi percepiti, altri alle sensazioni, altri ancora privilegeranno i legami e il significato nella loro comprensione degli eventi.
Le persone ipersensibili captano troppe informazioni, quelle alessitimiche ne filtrano troppe.
Che fare?
L’emozione è prima di tutto inscritta nel corpo, poi dà luogo a una rappresentazione mentale, infine sarà “verbalizzabile”.
Allora apriamo semplicemente un dizionario: ne esistono che descrivono i nostri stati d’animo. Cerchiamo quelli che ci ispirano, senza ragionare sulla nostra scelta.
Liberiamo il nostro corpo, magari servendoci del rilassamento, uno stato che distende il corpo e favorisce sensazioni piacevoli o ricorriamo all’autoipnosi.
Giochiamo d’anticipo sulla somatizzazione. « In assenza di rappresentazioni mentali e verbali, il corpo è sovraccarico – afferma Maurice Corcos – parla da solo, si agita, reagisce. E a lungo termine possono comparire dei sintomi ». Per lo psichiatra infantile e psicoanalista, è importante consultare un professionista « se si inizia a provare desolazione ». E questo prima che il corpo non ne possa più e inizi a… urlare!
¹ Peter E. Sifneos fu uno psichiatra noto per il suo lavoro pionieristico in terapia breve e medicina psicosomatica.

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