Di Lucaa del Negro
Questo testo, articoletto piuttosto essenziale e apparentemente sbrigativo, ripropone il tema della guerra, la cosiddetta e meglio, ancor detta barbarie oggi spedita ai media come fosse un videogioco, un diversivo efficace per ristabilire dei (presunti) valori (presuntivamente) condivisi senza spargimento di sangue o, almeno, senza che nessuno possa vederlo, senza possibilità insomma di verificare la quantità di corpi straziati e dilaniati. Fissati in quel fermo immagine sottotitolata “no image” che i droni equipaggiati con una bomba esplosiva visualizzano nel monitor che li guidano al momento dell’impatto, esplodendo a morte, ogni puro sentimento muta in impaccio, un incaglio momentaneo nel cambiare canale televisivo per ascoltare la dichiarazione del politicante di turno, guardare video astrusi delle donnette e degli omini finalmente liberi di esporsi e soprattutto contraddirsi senza mai più vergogna.

Oh, guerra!
Guerra come forza nientemeno naturale e meglio congenita nell’Uomo, per la sua sopravvivenza: la necessità che riporta vigore nelle società economicamente depresse che il barile lo hanno graffiato e scavato fino a farvi precipitare nel vuoto del fondo i proletari, i sottoproletari e i diseredati come si diceva un tempo, persi tutti tra le super offerte commerciali senza fine.
La guerra, ormai preventiva e fiaccamente associata a quella parola che non si può più ripetere en passant senza suscitare reazioni concatenate e di ogni verso immaginabile, pro e contro in successioni sconclusionate ma degne delle timeline di tutti i social per 24 e talvolta 48 ore, eppure mescolata da robottini lavapiatti e puttanoni sempre più aggraziati, dove non c’è, è una speciale alterata e distorta festività collettiva che propone minoranze di minoranze, correnti di ispirazione nera all’interno di Movimenti rossi e, correnti di ispirazione rossa in quelli neri.
No, nessun monito e rimando da queste righe, niente collegamenti alle vicende italiane, europee, russe, cinesi e americane e chi più ne ha ne metta, e cioè: sforzateVi di trovarli da soli, è un passatempo tra un suffragio elettorale e l’altro, fino a che non crollano case e palazzi, fino a che non ci sono brandelli umani irraggiati da raggi gamma da sistemare o, fino a che non sarete invitati ai funerali del maranza di origine straniera di turno, la prima linea pronta ad arruolarsi per lo stemma tricolore da esibire a Vostra -sempre presunta- difesa, arruolati grazie a pochi scrolling fronte i gazebo della Difesa allestiti fuori dei discount alimentari senza essere passati alla visita di leva, spazi dove la carne costa “2 euro al Kg.” e si raccolgono bollini per le pentole.

Dei perché e di tutte le domande potenzialmente utili a comprendere, adesso ce ne possiamo fregare altamente: informazione o propaganda, accordi internazionali o non accordi, alleanze politiche o non alleanze, governanti eletti e non eletti, ladri e statisti tutti pronti e intercambiabili nell’identità ormai perduta e camuffata dalla realtà che è sempre più intelligente, più collaboratrice e assistente, nel mentre la ripresentazione dell’ecatombe della Prima Guerra Mondiale con tanto di lager nazisti della Seconda è in atto.
Oddio, inquiete scritture ce ne sono ed è disponibile pure una nuova grammatica di guerra QUI e, in un attimo di stallo dall’entusiasmante momento -sempre virtuale, siamo d’accordo, al momento e fuori dalla finestra tutto appare mite- l’elenco già offertoVi dal sottoscritto è QUI, QUI e QUI. Ma, ora… davvero… chiudiamo con una dose di cinismo, un leggero distacco che comunque la guerra trasporta e consegna rinvigorendo l’istinto ai reduci, mutilati o no, e prendiamo contezza che la ricostruzione dalle macerie è la vita che cresce e si rinnova alla fine del conflitto, ripulite le idee e gli idealismi dalle infiltrazioni che avevano flesso l’attento sguardo dei Padri avanti alla primitiva forza purificatrice.
[Foto: “Fl00W” e “IhrKampf” da www.edizionidelfaro.it/libro/photographx]
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