Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
Nell’adulto, la carenza di affetto può avere effetti devastanti. Psicologici, quali bassa autostima e difficoltà emotive tipo ansia e depressione, ma anche fisici come stanchezza o problemi gastrointestinali. A lungo termine, può portare a difficoltà nelle relazioni interpersonali ed a una predisposizione a disturbi caratteriali o comportamenti antisociali.
Che l’amore non si possa vedere né comprare è cosa nota. Ma ci sono persone che ne sono private. E che ne soffrono terribilmente. Ci vivono e lavorano accanto e sovente le conosciamo bene. A loro, il consiglio di uscire dal ripiegamento introversivo in cui si sono trincerati ed aprirsi a nuove attività e nuove conoscenze o, più semplicemente, a rispolverare le relazioni amicali che hanno trascurato. Il ricorso ad un professionista di aiuto alla persona può contribuire a sbloccare la situazione.
L’ascolto come terapia
È vedovo, ha 50 anni suonati e approda nel mio studio quasi per caso, a seguito di un pomeriggio porte aperte per presentare le attività del centro « Mieux-être Essentielles » in cui affitto una sala.
Ha un nome che potrebbe sembrare un cognome, un sorriso malinconico e frizzante che coinvolge ed intriga.
Al nostro primo incontro, precisa un po’ caustico: « Lei non è il primo professionista che incontro. Una psicologa, uno psicoterapeuta e un “coach di vita”, come si faceva chiamare, hanno tutti dato forfait. Volevo provare l’approccio pedagogico-clinico… si dice così?! ».
Il suo problema è una solitudine affettivo-sentimentale che lo priva di momenti d’intimità. Intimità intesa come ascolto, calore umano, profumo e carezze fisiche ma soprattutto comunicative.
«Ci sono persone che pagano per un’ora di sesso, io non so che darei per un’ora d’affetto », mi disse assumendo un tono scherzoso per celare il suo imbarazzo.
«Il profumo di una testa sulla mia spalla, parole da dire e da ascoltare sottovoce, sul divano di casa, una chioma da accarezzare e le mani di una donna sul mio viso rugoso. Mano nella mano davanti alle vetrine natalizie. Risate complici per futili motivi » ammise molto più tardi in una seduta improntata alle tecniche di rilassamento.
Raul era stato spostato per una ventina d’anni con una donna brillante, ma completamente estranea a qualsiasi approccio sessuale, mi disse. Moglie dalla quale ebbe comunque due figli. Ragione per cui immagino che un minimo di complicità sentimentale tra i due debba essersi creata, ancorché maldestramente e limitata nel tempo.
Con i figli i rapporti erano di complicità improntata ad una certa autorevolezza. Scevri, mi parve di capire, da coccole prolungate o manifestazioni affettive di un certo rilievo. Per cui il dubbio mi venne che ne fosse incapace.
Avrebbe sentito la mancanza di qualcosa che lui stesso era incapace a creare e le cui basi risiedono nell’infanzia? Con l’aiuto della collega psicologa indagammo.
Apparentemente ebbe un padre severo e anaffettivo perché incapace di manifestare i propri sentimenti, compensato da una madre molto affettuosa ed empatica. I mesi passavano e Raul continuava a frequentare il nostro studio con vivace assiduità. Parlando di sé, raccontando i suoi sogni notturni e le sue poche e limitate attività extra domestiche.
Personalmente, lo confesso, non sapevo che fare e più di una volta fui sul punto di congedarlo definitivamente. Ma la psicologa me ne dissuase. « Parlare di sé, raccontarsi, ascoltarsi e sentirsi ascoltati ha un valore terapeutico – mi riprese bonariamente – dovresti saperlo ». Così arrivammo all’anno di sedute settimanali.
Raul aveva ricominciato ad uscire, s’iscrisse a un corso di spagnolo e iniziò a frequentare la piscina comunale (“per contrastare l’invecchiamento”, mi disse). Così le cose di cui parlare durante le sedute aumentarono. Alla morte di sua madre, ricoverata in RSA, prese a frequentare un paio di persone : un suo coetaneo conosciuto a spagnolo e una donna divorziata di un lustro più giovane, conosciuta in piscina.
Le sue lamentele relative alla mancanza di affetto e d’intimità, già in caduta libera da diverse settimane, scomparvero completamente, nonostante non avesse intrecciato alcuna relazione affettivo-sentimentale.
Un giorno, a mia grande sorpresa mi annunciò: «Questa è l’ultima seduta dottore. La ringrazio di avermi ascoltato per tutti questi mesi. Ora ho una vita e posso scambiare idee ed opinioni con alcuni amici e conoscenti. Ridere, scherzare, espormi senza giudicare o sentirmi giudicato. Come da lei. È tempo per me di spiccare il volo».
Da quel giorno non ebbi più sue notizie, ma confesso che quel signore mi restò nel cuore.
Capii solo in un secondo momento che il suo era il grido sordo di una solitudine a 360° che neppure i pochi momenti coi figli potevano risanare. Fu la ripresa di una vita sociale attiva e interattiva a sbloccare la situazione, restituendogli la capacità di relazionarsi col mondo.

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