Di Michele Miccoli – Avvocato penalista e docente universitario
In questo bel paese, dove l’aura di bellezza si mescola con le ombre di un passato inquieto, si erge il caso di Garlasco, simbolo di una malagiustizia che, ahimè, non è affatto un unicum. Certo, la dolce vita, l’arte sublime e la cultura che pervadono ogni angolo del nostro stivale potrebbero farci illudere di vivere in un’epoca di giustizia e verità. Ma, a ben vedere, le pieghe oscure del nostro sistema giuridico ci narrano una storia ben diversa
In verità, non è raro imbattersi in episodi di traviamento della giustizia, dove l’iniquità si cela dietro il paravento di un processo che dovrebbe essere equo e imparziale. La consuetudine di condannare senza prove certe, di abbandonare il buon senso a favore di sentenze affrettate, è un’abitudine che affonda le radici in un terreno fertile di pregiudizi e clamorose disattenzioni.
Quod est verum, verum est. È un principio che pare dimenticato, se non addirittura calpestato. Gli avvenimenti di Garlasco, con la loro drammaticità, si configurano come un monito, un ammonimento per le generazioni future. La vicenda di Alberto Stasi, il giovane accusato di un delitto efferato, risuona come un’eco lontana, un richiamo che ci invita a riflettere sull’inefficienza di un apparato giudiziario che non sempre brilla per lucidità.
La folla, ansiosa di verità, si accalca attorno ai processi, alimentando un clima di isterismo collettivo che talvolta travalica la ragione. Populus vult decipi,e spesso, ci si lascia sedurre dalle sirene del sensazionalismo, dimenticando che la verità richiede pazienza e discernimento. In questo contesto, le sentenze possono divenire strumenti di vendetta piuttosto che di giustizia, un’oscura consuetudine che travolge le vite di innocenti.
E non possiamo trascurare l’influenza dei media, che si ergono a giudici e giurati, plasmando l’opinione pubblica con narrazioni che talvolta distorcono la realtà. È un gioco pericoloso, in cui l’oggettività si perde, e dove il dramma umano diventa merce da consumare. Veritas numquam perit,ma la sua esistenza è minacciata ogni giorno da una giustizia che spesso non sa essere tale.
In conclusione, il caso di Garlasco, sebbene emblematico, è solo la punta di un iceberg ben più vasto. La malagiustizia, come un serpente che si morde la coda, continua a perpetuarsi, alimentata dall’ignoranza e dalla fretta. La nostra società ha il dovere di riflettere, di interrogarsi sul valore della verità e sull’essenza della giustizia. Solo così potremo sperare in un futuro dove “ius et aequitas”possano finalmente regnare sovrani.

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