Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
In un precedente articolo, abbiamo scoperto come il senso di colpa sia doloroso, ma non necessariamente negativo. Emozione strutturante che favorisce l’empatia e segna un punto di riferimento tra il bene e il male. Riflettiamo su alcune strategie per liberarci dal disagio di cui è foriero.
Più che combattere il senso di colpa, legato alla nostra umanità, Catherine Aimelet-Périssol¹, medico e psicoterapeuta francese, ci invita ad dominarlo, ad “addomesticarlo”.
Il senso di colpa è un po’ come lo stress. Volerlo assolutamente ridurre, controllare, eliminare, equivarrebbe, in medicina, a voler imbavagliare il sintomo: la battaglia è persa in partenza. Nel suo libro « Apprivoiser sa culpabilité »,(letteralmente Addomesticare il senso di colpa, edito da Albin Michel nel 2013), la professionista insiste: per “liberarsene”, è meglio iniziare ad addomesticarlo, imparare a “convivere con esso”. Nei consigli che seguono, ci invita a immergerci nei meandri della nostra “logica emotiva”, alla scoperta dei nostri meccanismi più reconditi. Il modo migliore, secondo lei, di alleviare il dolore ed aprirsi veramente agli altri.
Analizzare la situazione
I nostri sensi di colpa sono la conseguenza di un evento, di uno choc emozionale che ci precipita nell’urgenza. Un vissuto che ci spinge sùbito a giudicarci, a valutarci (“Non siamo stati abbastanza…” o “Siamo stati troppo…”). Così ci sentiamo persi, un po’ come se fossimo sulle sabbie mobili. Eppure c’è sicuramente “qualcosa” che ci ha spinto ad agire in quel modo, un elemento scatenante.
Per questo è necessario prenderci il tempo di osservare ciò che è successo, fermarci un attimo. Rivedere la scena alla moviola. Individuare l’atto “colpevole” ci permette di “guardarlo in faccia” con un certo distacco.
Abbiamo davvero voluto fare o dire ciò che abbiamo fatto o detto? Abbiamo agito in modo automatico? Qual era la nostra vera intenzione? Alla base c’era sicuramente una ragione, prima che la cosa ci sfuggisse di mano.
Affidarsi alle sensazioni corporee
Nodo allo stomaco, serramento alla gola, oppressione al petto? Il senso di colpa è un’emozione secondaria che coinvolge soprattutto il corpo.
Non dobbiamo mai dimenticarci di essere un organismo vivente prima che una mente pensante. Per questo è importante identificare la zona del corpo colpita e prestarle tutta la nostra attenzione per alleviare il dolore psichico.
Ossigenarci i polmoni, concederci una pausa, un po’ di rilassamento, ci permette di temporeggiare e attenua l’eccitazione psichica e la sua scia di rappresentazioni mentali e gli altri comportamenti tossici.
Riconnetterci alla nostra sensorialità con yoga, pilates, meditazione disinnesca il senso di colpa che ci tormenta. È il modo migliore per limitarne l’impatto.
Riconoscere il meccanismo
La fase dell’accettazione è fondamentale. È assumendoci la nostra colpa che potremo comprendere ciò che essa ci dice di noi e della situazione in cui ci troviamo. Riconoscere il meccanismo (ciò che abbiamo fatto, come abbiamo reagito in una situazione di emergenza e la ragione per la quale abbiamo reagito così) è il modo per poter ascoltare l’altro. Finché ci rinchiudiamo nel circolo vizioso del « Sono un fallito » o « Avrei dovuto », restiamo completamente centrati su noi stessi, incapaci di aprirci all’alterità.
Assumerci un senso di colpa significa accettare noi stessi, la nostra storia, la nostra infanzia, la nostra educazione, tutto ciò che fa di noi quello che siamo. E che ci porta a rimproverarci una cosa che lascerebbe indifferente chiunque altro tranne noi.
Perchè ci infliggiamo una simile punizione? Non dobbiamo liberarci sùbito di un’emozione dolorosa, ma cercare di accompagnarla per “ascoltare” ciò che ci dice di noi e renderla più sopportabile.
Accettare i propri limiti
Contrariamente alle apparenze, sentirci sempre in colpa è un modo indiretto per… sopravvalutarci! Volerci perfetti e, quando falliamo, considerarci l’unico grande colpevole, responsabile dell’infelicità degli altri, si basa su un’aspirazione di onnipotenza assai poco realistica. Essere certi che “avremmo potuto” o “avremmo dovuto” agire diversamente significa rifiutare l’idea che, in determinate situazioni, siamo impotenti e che ognuno di noi fa ciò che può, nei limiti delle proprie possibilità.
Le neuroscienze ci hanno dimostrato che anche il nostro cervello ha i suoi limiti. Quando rispondiamo a bisogni primari di autodifesa, per esempio, agiamo in modalità “sopravvivenza”. Riconoscere umilmente che le azioni che ci rimproveriamo sono (spesso) la risposta a imperativi vitali, uscendo dall’illusione che dovremmo o potremmo essere “più questo” o “meno quello” è estremamente salutare.
Nulla ci impedisce di diventare più aperti, più giusti, più attenti o più disponibili, ma è accettando le nostre imperfezioni che possiamo progredire.
Interrogarsi sulla propria colpa
Affrontare il nostro senso di colpa alla luce della cultura ebraico-cristiana (“Avrei dovuto farlo per il suo bene”, “Avrebbe dovuto farlo per me”, etc.), ci conduce in un vicolo cieco che etichetterà la nostra colpa come un “errore”.
È invece necessario porci nella logica del sistema emozionale e guardare al significato etimologico del termine « colpa ». Esso ci indica una mancanza, un fallimento nei confronti di noi stessi. Per questo è indispensabile cambiare prospettiva e non assumere il punto di vista dell’altro (vissuto come “vittima”).
Cambiare punto di vista significa chiedersi in che modo avremmo “fallito”, interrogandoci su noi stessi. Per crescere, andare verso “l’a-venire”.
Ciò che spesso emerge nei nostri studi professionali è come questa fissità dell’attenzione su ciò che “avremmo dovuto fare” per l’altro spesso nasconda il nostro vero disagio: non prestarci l’attenzione necessaria per vedere anche tutto ciò che abbiamo fatto di buono!
Osare essere se stessi
Spesso è l’irruzione dell’ “altro” nella comoda routine della nostra vita quotidiana che attiva il “senso di colpa”: le persone che chiedono l’elemosina nella metro o dietro le chiese, i senzatetto che dormono ai piedi dei nostri palazzi o nelle stazioni ferroviarie, i bambini macilenti e affamati…
Ci sentiamo in colpa. È un modo come un altro per punirci di avere una vita agiata, di essere nati “on the sunny side of the street”, come cantava Louis Armstrong, cioè di essere ciò che siamo. Questo però non fa altro che allontanarci ancora di più: ci “tagliamo fuori”, non solo dall’altro, ma prima di tutto da noi stessi.
«Non è colpa tua, è opera tua » diceva Françoise Dolto ai bambini. Una bella formula che invita ad uscire dalla fantasia e ci riporta alla realtà. Perchè non si è mai colpevoli di essere se stessi. Decidere di assumersi la responsabilità della propria vita richiede coraggio.
Quando l’irruzione dell’altro nella sua diversità ci scuote è perché interpella la nostra. Allora, al posto di flagellarci, sforziamoci di sintonizzarci con noi stessi di « riaccordarci », nel senso musicale del termine, in modo da rimetterci in armonia tra gli altri e con gli altri.
Relativizzare
Non si tratta certo di accusare l’altro, i suoi genitori, la scuola, il sistema, ma di riconoscere che non siamo gli unici responsabili. Il modello socioculturale in cui viviamo infatti, non è estraneo alla nostra spiacevole tendenza ad accusarci di tutti i mali.
La nostra cultura, l’educazione scolastica, larga parte delle notizie veicolate dai media, tutto ci predispone all’autocritica, all’autoflagellazione. Senza contare sulle nuove ingiunzioni di una società che gioca molto sulla colpevolizzazione. Siamo abbastanza ecologici, siamo troppo individualisti, mangiamo male, educhiamo bene i nostri figli?
Individuare il meccanismo e vedere come contribuiamo a integrarlo, mantenerlo e tramandarlo ci aiuterà a liberarcene.
Consultare un professionista
Qualunque sia la natura e la gravità degli eventi che stiamo vivendo, quando il senso di colpa si insinua in modo ossessivo, con il suo corollario di angoscia, rabbia e sofferenza, rivolgiamoci ad un professionista.
La sofferenza è sempre un valido motivo per cercare aiuto.
Si tratta di andare alla ricerca di ciò che accade dentro di noi per mantenere o alimentare un sentimento così deleterio.
Qualunque sia il metodo, gran parte del sollievo si ottiene non appena s’intraprende il percorso e si accetta di riconoscere che questa sofferenza, questo eccesso, è il sintomo di una difficoltà che è importante indagare.
¹ Ai francofoni, consiglio la lettura di Catherine Aimelet-Périssol e Aurore Aimelet, Ma bible des émotions, Éditions Leduc, 2019
***Immagine di copertina creata da Gemini

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