Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
In questo Lunedì 1° settembre, vorrei riproporre ai miei lettori e lettrici l’articolo dello stimato collega Paolo Stefanato, uscito il 15 aprile 1989 su Il Giornale dell’immenso Indro Montanelli. Esso sollecita una riflessione a mio avviso interessante sullo scorrere del tempo. Curiosamente, in Piemonte, ad Alessandria, da diversi lustri, il 31 agosto si celebra ormai il cosiddetto Capodanno alessandrino.

«C’è una data sbagliata nel nostro calendario: è il Capodanno al primo gennaio. Forse, alla mezzanotte del 31 dicembre, nessuno ci pensa: ma in quel momento lì l’anno non cambia affatto. L’inverno continua, con il suo grigiore, il lavoro fa solo una pausa, per riprendere subito con lo stesso ritmo, prosegue la lunga attesa della primavera, del sole, delle vacanze. Quello che fa cambiare l’anno il 31 dicembre è una pura e semplice convenzione, che va avanti da un paio di migliaia d’anni.
C’è, invece, un Capodanno vero, sostanziale, che nessuno festeggia: è il primo settembre, il momento del ritorno, del nuovo inizio delle cose di sempre, dell’estate che finisce, della stagione che cambia, del buio che si avvicina. È con settembre che l’anno riprende il suo corso che durerà, almeno nove, dieci mesi.
Del resto sono molte le attività che adottano questa regola e che si misurano dalla fine di un’estate all’inizio di quella successiva: la scuola, l’università, il campionato di calcio, persino gli esercizi finanziari di qualche azienda.
Il tempo è quello che percepiamo noi, non quello indicato dal calendario: c’è chi conta gli anni da un compleanno all’altro, dando così scadenze proprie, esclusive. Ma su un fatto non si può non essere d’accordo: il vero, autentico stacco, nel corso dell’anno, è l’estate. Il tempo delle vacanze, con tutti gli effetti liberatori che esse producono; della libertà di abbandonare giacca e molte convenzioni; il tempo di giocare alle apparenze, a mostrarsi cioè quello che non si è ma che si vorrebbe essere, in qualche Méditerrané o semplicemente sulla spiaggia di Rimini.
Si obietterà: eppure d’estate c’è anche chi lavora. Certo: ma anche lavorare d’estate è diverso. Per tutte le attività che non chiudono, i ritmi sono diversi e tutto sommato più rilassati. Chi lavora parcheggia facilmente, è padrone della città semivuota, quando esce dall’ufficio trova ancora il sole e subisce, bene o male, la suggestione (e il contagio) dei colleghi che si stanno disintossicando in ferie. Un week-end al mare o in montagna, d’estate, ossigena molto di più della sua durata: perché è il tuffo nella vacanza.
Settembre è già una cosa diversa. Se anche qualche ritardatario se ne va ancora al mare, non fa più testo. L’estate, quella vera, dei comportamenti che fanno moda o notizia (costume intero o monokini?, la musica anni Sessanta, Michael Jackson in discoteca, la barca a vela in barba al fisco…) è già finita.
Riaprono le fabbriche, stanno per ricominciare le scuole, le giornate si accorciano, ci si immerge tutti in una specie di quaresima laica, in attesa dell’ora solare, dell’autunno, del freddo.
Un Capodanno malinconico, il primo settembre, ma autentico, che predispone a una nuova intimità. Lo si potrebbe ravvivare un po’, senza lasciarlo passare nell’indifferenza: un pensiero, un augurio, un gesto di buon auspicio per questo nuovo, lungo anno che inizia. Al cenone di San Silvestro si potrebbe aggiungere il cenone di Sant’Aristide. Che è, appunto, il santo del 31 agosto».

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