Rubrica a cura dell’avvocato e docente universitario Michele Miccoli
Nel contesto attuale, si è instaurato un clima di profonda insicurezza, in cui la percezione del nemico si annida anche nel semplice sguardo del cittadino comune che incrociamo per strada. Questa atmosfera di diffidenza ha indotto le persone a chiudersi in una sorta di isolamento, alimentando una crescente ostilità verso il prossimo. La fiducia nelle istituzioni, un tempo baluardo della giustizia e della sicurezza, sembra essersi erosa fino a dissolversi, schiacciata sotto il peso di burocrazie opprimenti che sovvertono i principi di diritto sostanziale.
È in questo contesto che si avverte la necessità di farsi giustizia da soli. La società, stanca di essere continuamente vittima di rapine, furti e violenze, non può più tollerare sberleffi derivanti da un sistema di impunità che rilascia i loro carnefici in tempi brevissimi. La constatazione di tale stato di fatto non è solo un’amara verità, ma un sintomo evidente di un tessuto sociale lacerato, in cui il diritto penale e il diritto dell’esecuzione paiono vacillare sotto il peso di evidenti inefficienze.
Era tutto prevedibile. Da anni, si osservano segnali inquietanti: esistono aree geografiche dell’Italia in cui regna una totale anomia, un vuoto normativo che lascia i cittadini privi di protezione. Qui, lo Stato sembra latitare, mentre le forze dell’ordine si trovano a fronteggiare una magistratura che, paradossalmente, dovrebbe fungere da garante dei diritti soggettivi dei cittadini, ma che spesso risulta essere percepita come una fonte di ulteriore intimidazione.
Tali fenomeni sociologici non possono essere sottovalutati e devono essere affrontati con decisione, sin dalle loro origini.
***Immagine di copertina generata con Gemini

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