Rubrica a cura del dottor Claudio Rao
Alla voce “Colpa”, Il Dizionario di Pedagogia Clinica¹, spiega che: «Può essere definita come la condizione dell’individuo che rinuncia alla realizzazione delle sue potenzialità, che non mette in atto i propri talenti ricevuti alla nascita […]. L’altra forma di colpa, che pure è antologica, riguarda il nostrro rapporto con gli altri, che viene deformato dalla percezione soggettiva che la nostra mente ha delle situazioni e degli affetti».
Secondo Laurent Bègue, docente di Psicologia sociale «Il senso di colpa è un’esperienza emotiva spiacevole, caratterizzata da un sentimento di tensione, ansia e agitazione», che tuttavia resta «un segno di buona salute psicologica». Il suo compito è quello di segnalarci se abbiamo agito male, trasgredito i nostri valori, calpestato i nostri principi morali.
Un esempio? Quando rispondo male alla pubblicità telefonica, me ne voglio e penso che avrei potuto rispondere diversamente a colui o colei che fa questo lavoro per vivere. Non mi piace perdere il controllo né ferire gli altri. Quindi mi pento delle parole che ho detto.
«Il ricordo dei tormenti che accompagnano il senso di colpa ci spinge a essere leali, a trattare bene gli altri, esseri umani o animali», conferma Laurent Bègue². «Ci rende più empatici, più sensibili alla loro sofferenza, più pronti a scusarci». Risulta dunque un utile freno per rimanere in un contesto di rispettabilità, costituendo un’emozione strutturante, garante della nostra coscienza.
Nonostante ciò, tuttavia, nella vita quotidiana, non sempre il nostro senso di colpa ci spinge a seguire questi percorsi virtuosi e empatici. Anzi, è spesso causa di inutili ansie. Da soli infatti abbiamo difficoltà a distinguere l’utile senso di colpa dalla sua controparte più distruttiva.
Allora, che fare? Non si tratta certo di invidiare la totale assenza di senso di colpa di chi qualche problema psicologico ce l’ha davvero! Secondo lo psicanalista Jacques Lacan il senso di colpa, come la rabbia o la gioia, appartiene agli affetti più universali e arcaici, quelli che appaiono in modo perssochè innato. Per la psicoanalista Melanie Klein, una delle principali specialiste della prima infanzia, essa si manifesta fin dai primi mesi di vita e deriva dall’ambivalenza dei sentimenti provati nei confronti della madre: il bambino si rimprovera di odiare questa figura che peraltro adora.
In realtà siamo tutti condannati al senso di colpa, anche per azioni che non commetteremo mai (magari più inconscie), a volte persino attribuendo agli altri sentimenti che magari non provano. Inoltre, una visione troppo idealizzata di noi stessi può spingerci a percepire i nostri fallimenti come colpe morali: «Mi rimprovero perché non sono all’altezza di quello che dovrei essere».
Anche se può farci sorridere, secondo Jacques Lacan alcuni di noi possono addririttura arrivare a commettere piccole infrazioni (come passare con il semaforo rosso o rubacchiare al supermercato) per avere un buon motivo per sentirsi in colpa.
Il senso di colpa è così operante in ciascuno di noi che arriviamo a colpevolizzare parenti ed amici per influenzarli: «Non hai tempo di venire a trovarmi? Pazienza! Verrai quando sarò morta», sospirava una nonnina alla nipote durante le festività natalizie.
Tuttavia, sentirsi colpevoli non significa esserlo davvero. Pensiamo al senso di colpa del sopravvissuto: «Io sono vivo mentre tutti gli altri passeggeri dell’aereo sono morti», «Io sono in perfetta salute mentre mio figlio è malato». La madre che affida il proprio bambino ad una babysitter per andare al cinema, a volte si sente peggio che se avesse commesso una cattiveria!
In realtà nulla è più complicato che tracciare la linea di demarcazione tra comportamenti buoni e cattivi. Secondo il filosofo Emmanuel Kant, mentire è sempre un male. Ma mentire per salvare degli innocenti, come hanno fatto in molti durante la Seconda Guerra Mondiale, non era forse un atto rispettabile? E certamente anche molti di coloro che hanno biecamente collaborato sono poi stati tormentati dal senso di colpa. Del resto, comportarsi in modo conforme alla legge non ci protegge affatto dal disagio interiore.
Il senso di colpa deriva dalla trasgressione, reale o immaginaria, di una regola morale (causare sofferenza, mentire, ingannare, rubare, uccidere). Riguarda il nostro rapporto con la legge. Quando ci sentiamo in colpa, cerchiamo di rimediare. La vergogna è legata alla paura del rifiuto sociale, dell’esclusione. Deriva dal sentirsi indegni, inferiori agli altri. La proviamo se indossiamo abiti banali durante una serata elegante o quando, da disoccupati, siamo circondati da persone che lavorano. L’imbarazzo sorge quando contravveniamo alle convenzioni, alle regole del galateo (flatulenze, vestiti sconvenienti in certi ambienti, gesti inappropriati in pubblico).
Lacan afferma che l’unica cosa di cui possiamo essere colpevoli è non assumerci la responsabilità dei nostri desideri, essere «moralmente codardi». Non parla di capricci o pulsioni sessuali da soddisfare, né tantomeno di tendenze criminali o perverse, ma della forza vitale che guida la nostra esistenza. Per esempio, è il desiderio di dipingere o di scrivere che spinge gli artisti a creare nonostante la fame o la povertà. Più quotidianamente, è il desiderio di essere autonomi, di esercitare un mestiere che ci piace, di disporre del nostro tempo, di amare chi vogliamo, al di là delle critiche di chi ci circonda. Ciò significa che per uscire dal senso di colpa è necessario conoscere se stessi e riconoscere i propri veri desideri e i propri eventuali errori. Attraverso la nostra capacità di affermare: «Voglio», «Mi assumo la responsabilità». Attraverso l’accettazione della nostra responsabilità nei confronti delle nostre aspirazioni e delle nostre azioni. Più cerchiamo di fuggire dagli aspetti oscuri o socialmente scorretti del nostro ego, più sprofondiamo nel senso di colpa.
Fateci sapere se l‘articolo vi ha interessati/e. Così potremo riprendere l‘argomento per fornire qualche suggerimento sul come liberarsi dai sensi di colpa.
¹ Guido Pesci, Marta Mani, Dizionario di Pedagogia Clinica, Armando Editore, Roma, 2022, pag. 82.
² Laurent Bègue, L’agression humaine, Dunod, 2015.

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