Il governo messicano ha iniziato a consegnare i leader dei narcotrafficanti agli Usa – violando l’ordine giuridico nazionale – a causa della sua debolezza negoziale nei confronti di Washington e dell’assenza di una vera politica per affrontare la criminalita’ e il traffico di droga, tema che andrebbe trattato con regolamentazione e depenalizzazione.
E’ questa la tesi sostenuta da Jorge Javier Romero, politologo e professore universitario dell’Universita’ autonoma metropolitana di Citta’ del Messico (Uam), che ha fornito a “Nova” una panoramica delle politiche di sicurezza del governo di Claudia Sheinbaum, in relazione alle pressioni statunitensi per fermare il traffico di droga e le attivita’ dei narcotrafficanti.
Il tema del fentanyl, assicura Romero, “e’ stato usato dal presidente statunitense Donald Trump come pretesto” per fare “pressione politica” al Messico “che non ha la capacita’ di rispondere”. Quello che il governo messicano vuole, secondo Romero, “e’ evitare la furia di Trump e per questo intraprende una politica di assoluta accettazione delle sue richieste”, con lo scopo di “evitare l’imposizione di dazi che sarebbero catastrofici per l’economia messicana, straordinariamente dipendente dal mercato Usa”.
Allo stesso tempo, il Messico deve agire in modo tale da evitare un piu’ eclatante intervento diretto statunitense: “Se intervenissero gli Usa in maniera diretta nel territorio nazionale, diventerebbe evidente che il Messico non ha un governo proprio: percio’ il governo deve evitare a tutti i costi l’intervento (diretto) di Trump”, che sarebbe “inaccettabile per la popolazione messicana, storicamente invisa all’ingresso di truppe Usa per combattere i narcotrafficanti”.
Per impedire una situazione del genere, spiega Romero, “quello che deve fare il governo di Sheinbaum e’, in maniera arbitraria e senza contrappeso giuridico, accettare le condizioni di Trump e consegnargli i narcotrafficanti richiesti”.
Il Messico, da parte sua, non ha altrettanto potere negoziale per fermare il traffico che in senso inverso porta armi statunitensi nel proprio territorio.
“Il governo di Lopez Obrador ha fatto causa alle aziende produttrici di armi negli Stati Uniti, ma ha perso”, ricorda Romero, secondo cui Trump “non fara’ assolutamente nulla” contro le aziende che producono armi, anche perche’ si tratta di uno dei settori “piu’ finanziati” nel Paese. Su questo tema, il governo messicano “non ha nessuna capacita’ di negoziazione per far cambiare idea al governo Stati Uniti”.
uello che ha fatto la presidente del Messico Claudia Sheinbaum “e’ accettare le condizioni di Trump e consegnargli i leader dei cartelli, violando tutto l’ordine giuridico messicano”.
Infatti, spiega Romero, le autorita’ messicane consegnano i principali leader senza portarli a processo nei tribunali “e creando un meccanismo di eccezionalita’ di espulsione e consegna che non ha fondamento giuridico e viola i diritti umani” e soprattutto che “non garantisce udienze e non permette ai giudici di decidere sull’estradizione”. Sheinbaum “ha modificato tutto l’ordine giuridico semplicemente per ingraziarsi Trump”, continua Romero, “e di fatto sta compiendo un processo di eccezione che e’ illegale”.
La presidente ha “smantellato il potere giudiziario con la riforma del settore”, in un Paese dove anche la procura soffre una “enorme debolezza”.
Il tema dei precursori del fentanyl provenienti dalla Cina, poi, rischia di essere abusato: “Sicuramente questo ha a che fare con la guerra commerciale di Washington a Pechino”, segnala Romero, “ma non dobbiamo perdere di vista che in Messico si produce e si traffica fentanyl, e anche negli Usa si produce fentanyl in laboratori clandestini, con precursori ottenuti nello stesso mercato Usa”. Cio’ che vediamo, quindi, “e’ una strategia politica di pressione degli Stati Uniti per mettere il governo messicano al muro”, creando “un fantasma” e un “clima di paura” per continuare a fare pressione sul Messico, su un tema che “dovrebbe essere affrontato in maniera totalmente diversa”.
Nonostante il “colpo mediatico” di consegna di alcuni leader, la violenza in Messico non sembra diminuire: “mentre si agisce sul cartello di Sinaloa, altri – come il cartello Jalisco Nuova Generazione (Cjng) – continuano ad avere moltissima forza”, sostiene Romero.
“Sara’ impossibile venderli tutti” agli Usa (i narcotrafficanti) continua l’esperto, perche’ il mercato delle droghe e le condizioni per cui il Messico continui a essere un produttore di sostanze illegali negli Usa rimangono “enormi”, con tremila chilometri di frontiera comune e strategie di traffico illegale “in continuo miglioramento”.
Una violenza provocata proprio dalla “guerra alle droghe” lanciata nel 2006 e in risposta alla quale “i cartelli si sono armati” e hanno iniziato a “dedicarsi anche ad altri settori, come l’estorsione”.
Dal punto di vista della sicurezza il Paese verte “in una situazione disastrosa, con una politica di droga fallita e l’incapacita’ dello Stato di rispondere con un proprio ordine”.
La violenza e’ “rimasta piu’ o meno stabile da diversi anni”, con una media di “circa 25 omicidi ogni seimila abitanti, solo nel 2019 la media si e’ alzata a 30 omicidi ogni seimila”. Il dato “si e’ mantenuto stabile dal 2011 – contro la media del 2007 di otto omicidi ogni seimila abitanti – a partire dal dispiegamento dell’esercito per combattere i narcotrafficanti”, racconta Romero. Anche con la politica di “riappacificazione” (“apaciguamiento”) perseguita dall’ex presidente Andres Manuel Lopez Obrador, la violenza si e’ mantenuta stabile, non c’e’ stata una riduzione e continuano ad esserci scontri molto forti”. Secondo l’esperto, ad alzare gli indici della violenza non sono solo gli scontri tra le varie organizzazioni di narcotrafficanti ma anche “la violenza dello Stato”, che interviene nei conflitti per mezzo dell’esercito e della Guardia nazionale.
“Le forze federali e la Guardia nazionale sono pienamente dispiegate in tutto il territorio, in condizioni di eccezionalita’ e violando l’ordine costituzionale”. Sheinbaum, e’ la critica di Romero – “ha promosso una riforma per costituzionalizzare l’intervento arbitrario delle forze armate in funzioni di sicurezza nazionale, misura che era vietata ma veniva violata”. Attualmente, quindi, il Messico “vive un conflitto armato interno da anni” ed e’ “militarizzato” da quando l’ex presidente Felipe Calderon “ha dispiegato l’esercito” nel 2006.
Tutto cio’ “non solo non e’ cambiato con Lopez Obrador, ma si e’ intensificato e prosegue con Sheinbaum”. Il dispiegamento di “forze armate e’ totale”, ma sono le stesse che spesso “negoziano con i narcotrafficanti” in un processo che va avanti dagli anni 40 e vede l’esercito come attore “nella gestione dei mercati clandestini”.
“Certo, la diffusione di droga e di oppioidi e oppiacei e’ un problema”, riconosce l’esperto, evidenziando tuttavia che il proibizionismo si rivela sempre “un insuccesso”.
Secondo Romero, sia Messico che Usa hanno assunto politiche “fallimentari” che privilegiano la “persecuzione” delle sostanze e dei consumatori, senza dare attenzione alla “riduzione del danno”, come invece fatto “con successo” da molti Paesi europei.
La questione delle droghe, sostiene Romero, “e’ prima di tutto un problema di salute” e va affrontata come tale, invece che con strategie di lotta alla criminalita’. Un approccio che il governo di Sheinbaum “e’ troppo conservatore” per adottare, con politiche “fortemente limitate” e una “visione morale” della questione, e che il governo statunitense contrasta attraverso il “taglio di tutti i programmi sanitari” avanzati durante l’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden.
Con Trump “non ci sara’ negli Usa una politica di riduzione del danno”.
Anche il coinvolgimento istituzionale e’ un fattore: “negli Usa molte agenzie – a partire dalla Dea (Agenzia federale antidroga) – vivono di questo affare”, segnala Romero. E anche diversi municipi messicani “hanno bisogno di vendere protezione alle organizzazioni criminali”.
Cercare di combattere il narcotraffico attraverso la giustizia penale e’ controproducente anche perche’, sottolinea Romero, “si puo’ chiudere una rotta ma se ne aprira’ un’altra, chiude un mercato e ne arriva un altro: cosi’ come la persecuzione dell’eroina ha portato alla diffusione di una droga ancora peggiore, il fentanyl”.
Nel caso specifico, tuttavia, “la cocaina non e’ sparita e il suo mercato gode di ottima salute”, con un prezzo “stabile” e passaggi dalla Colombia – dove si produce – al Messico e verso gli Usa.
L’approccio vincente, secondo Romero, sarebbe invece proprio quello della legalizzazione, con “una regolamentazione completa di tutte le sostanze che oggi sono illegali”, ma “differenziata, adeguata e completa” a seconda del tipo di sostanza. “Ogni (sostanza) ha bisogno di una regolazione specifica a seconda della sua pericolosita’ relativa, ma il primo passo che dobbiamo fare per terminare con la violenza derivata dal traffico di droghe e’ smettere con il proibizionismo”.
Per Romero cio’ e’ necessario per “togliere il business alle organizzazioni criminali e creare un mercato regolato dallo Stato, con un approccio puntato alla salute e non alla criminalita’”, senza “stigma per i consumatori”. Si tratta di “un cambiamento molto complicato” a causa di “un percorso gia’ intrapreso” che considera le droghe “un male assoluto” e “modelli mentali” che favoriscono la proibizione. Il governo di Sheinbaum, tuttavia, “e’ conservatore” in questo senso “e non si muovera’ verso una simile politica di droghe” perche’ “non la capisce” e non ha “capacita’ politica ne’ intenzione di farlo”, ancor meno ha possibilita’ di “influire sulla discussione mondiale” a riguardo.

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