Affrontare i cambiamenti: parte terza: il cambiamento “che ci sorprende”

Di Sergio Ragaini

Terzo e ultimo articolo sul tema del Cambiamento, ci occuperemo di una situazione in cui il “voglio”, messo in  precedenza  alla base di qualsiasi cambiamento, non appare.

Può non apparire per una “non volontà” di cambiare, oppure anche per un qualcosa che accade “nostro malgrado”, e quindi ci costringe ad attuare un cambiamento che, magari, non avremmo mai voluto attuare.

In questo ultimo articolo sul tema del Cambiamento esamino vari casi in cui il “voglio” non  appare nel cambiamento. Distinguendo, ovviamente, il caso in cui il precedente “voglio” diventi “non voglio”, e quello in cui il “non voglio” diventa, invece “non vorrei ma devo”, quasi ribaltando le condizioni viste prima. Offrendo, però, delle nuove prospettive sul cambiamento. Che va comunque sempre vissuto come inevitabile: e che, in un Mondo dove tutto cambia in continuazione, è inevitabile che si debba affrontare, prima o poi.

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Negli altri due articoli sul tema del Cambiamento abbiamo visto, credo, una cosa importante: qualsiasi cambiamento di cui abbiamo parlato nasce, quando lo attuiamo noi, da un “voglio”. Nel senso che, dal momento in cui non “vogliamo” attuare un cambiamento, questo non avviene.

Tuttavia, esistono cambiamenti che avvengono… nostro malgrado: e che, sempre nostro malgrado, ci costringono a delle azioni. Anche se non le vorremmo compiere.

Ce ne sono invece altri che “dovrebbero” avvenire, ma non sono “voluti”.
Quindi, dal momento in cui la prima prerogativa, il “volere”, non è verificata, siamo di fronte a un cambiamento che stiamo in  qualche modo “subendo”, non a un cambiamento che stiamo “attuando”. Ovviamente, nelle sue varie forme.

Esistono anche quei cambiamenti. Non aggiungo “purtroppo” perché, anche quei cambiamenti, fanno parte della vita. E vanno, come tali, accettati, proprio perché il flusso degli eventi ce li porta davanti. In maniera più o meno brusca, ma ce li porta davanti.

Questi costringono, per forza di cose, a modificare qualcosa. E, spesso, a farlo in maniera quasi repentina, come se qualcosa si fosse “rotto”. E qualcosa di nuovo apparisse, e ci costringesse a una direzione, anche se non gradevole per noi.

In questo momento, non do alcuna connotazione a questo “qualcosa di nuovo”: è solo qualcosa che avviene, che sta avvenendo, che è avvenuto. E che ci costringe, almeno “sulla carta”, a modificare qualcosa nelle nostre vite.

Si tratta, in questo caso, non di qualcosa che stiamo “volendo”, ma di qualcosa che dobbiamo fare “per forza”. Anche se in quel momento il “voglio” è ben lontano da noi. Tuttavia, questo qualcosa è lì, e ci costringe ad agire in una certa direzione.

Quello che qui è interessante notare, nelle sue forme, è che quello che manca è proprio l’elemento “voglio”, e spesso anche quello “vorrei”.

Che si facciano o no (vedremo che ci sono dei casi in cui questi cambiamenti “non avvengono”, anche se “dovrebbero avvenire”), sono cambiamenti dove la volontà di farli, almeno in parte, è assente. E che, nondimeno, vengono richiesti.

Prima di cominciare a esaminare le opzioni di questa categoria di cambiamenti, possibili o necessari, facciamo alcune osservazioni, che provengono dalla Filosofia Buddhista. E che sono molto importanti. Per farci capire come il cambiamento, spesso, anche se non lo vogliamo, deve essere affrontato. Perché fa parte dell’esistenza stessa.

Tutto è impermanente: il primo dei cosiddetti “Sigilli del Dharma” della Filosofia Buddhista.

L’Impermanenza è uno dei capisaldi della Filosofia Buddhista: è il primo dei cosiddetti “Tre Sigilli del Dharma”. Ed è un’osservazione esistenziale fondamentale. Tutto cambia, in continuazione. E questo va considerato.

Il cambiamento avviene, nostro malgrado. E, non accettare che avvenga, ci porterà problemi, anche non di così piccola entità.

In alcuni casi, potremmo anche, per un po’, decidere di non cambiare, semplicemente non “volendolo” fare. Dopo un po’, però, volenti o nolenti, saremo costretti ad attuare il cambiamento: non potremo farne a meno.

Non a caso, io arricchisco la frase: “Se io cambio, il Mondo Cambia”, con “Ma se non cambio, cil Mondo cambia ugualmente: solo, saremo passivi davanti ai cambiamenti, e non attivi”.

Questo ci dice che le cose cambiano: e che, se non accettiamo la cosa, avremo necessariamente dei problemi, che possono essere anche grandi.

Occorre accettare che le cose cambiano: e vivere di conseguenza.

Come lo stesso Maestro Zen Vietnamita Thich Nhat Hanh, al quale ho dedicato un articolo per questo giornale, appena dopo la sua scomparsa, affermava (anche il link indicato sopra fa riferimento ad uno scritto di Thich Nhat Hanh), la sofferenza deriva proprio dal credere permanente ciò che è impermanente.

Capire che l’impermanenza è la caratteristica principale di tutto ciò che c’è su questo Pianeta è l’elemento che ci permette di vivere tutto al meglio. Proprio diventando consapevoli che nulla è per sempre, e che tutto, cose e situazioni, prima o poi terminano. E che occorre mettere a queste situazioni un freno.

Una delle maggiori cause di sofferenza…è la resistenza al cambiamento:

Questa frase del Dalai Lama è una guida davvero importante riguardo al cambiamento. E riguarda quei cambiamenti che avvengono “che lo vogliamo o no”.

Il Dalai Lama faceva notare che noi non soffriamo perché le cose cambiano: ma perché resistiamo al cambiamento. Quando avvengono dei cambiamenti, sovente, siamo costretti ad andare verso di questi, anche se non lo vogliamo. Il non farlo ci fa soffrire: proprio perché il cambiamento deve avvenire, e il non attuarlo ci crea una situazione di permanenza in qualcosa che non esiste più, senza andare in una nuova Realtà.

Questo “resistere al cambiamento”, cercando di permanere in qualcosa che ormai non esiste più, è quello che fa soffrire: infatti, vediamo la Realtà di prima ormai finita, alla quale vogliamo attaccarci, senza comprendere che ora la Realtà è diversa.

La sofferenza passerà quando si deciderà che la Realtà di prima è finita, e si avrà il coraggio di “saltare” in quella nuova, chiudendo davvero con la precedente. Quando, quindi, si avrà il coraggio di cambiare.

Negli esempi che faremo più avanti, questi elementi emergeranno chiaramente, mostrando come la sofferenza derivi proprio dal fatto di non prendere coscienza che “le cose continuano a cambiare”, e le persone non ne sono, di fatto, consapevoli, vivendo come se tutto fosse “per sempre”.

Ora, di seguito, vedremo una classe di  situazioni più particolare. Infatti, qui il cambiamento è a portata di mano, e tuttavia non viene attuato, anche quando potrebbe esserlo con facilità, almeno relativa.

“Potrei ma non voglio”: quando si rifiuta il cambiamento o quando non si cambia, anche se quel cambiamento potrebbe “cambiarci la vita” in positivo

Nella prima parte di questo lavoro abbiamo visto il caso del “vorrei ma non posso”.

Era il caso del “vorrei ma…”, dove il “ma” è definitivo.

Qui andiamo invece ad esaminare un altro caso, quasi “speculare”: quello del “potrei ma non voglio”. Vale a dire il caso in cui i cambiamenti sono lì, a portata di mano… ma non vengono colti.

È, sotto alcuni aspetti, un’altra prospettiva della “resistenza al cambiamento”, seppur sotto un’ottica un pochino diversa.

Questo caso è molto diverso da quello “vorrei ma non posso”, che qui può essere anche relativo a chi non può cambiare perché non ne ha i mezzi.

Ad esempio: chi ha insegnato in determinati Stati del Sudamerica, ha potuto vedere come spesso i cambiamenti non vengano attuati perché mancano i mezzi economici: tuttavia, lì le persone sono “assetate” di cambiamento: e, appena ci sono i mezzi, questi cambiamenti vengono attuati.

In altri luoghi, invece, e l’Italia è uno di questi, le persone non cambiano pur avendone i mezzi: rifiutano il cambiamento, anche se lo potrebbero attuare.

Siamo proprio nel caso di “Potrei ma non voglio”.

Vediamo ora degli esempi, che faranno capire molto bene tutto questo. Spesso, questi esempi sono tratti dal Mondo tecnologico: che rappresenta, pr alcuni, uno dei maggiori casi di “resistenza al cambiamento”.

Gruppi telematici: Telegram è molto migliore di WnatsApp, eppure…

Questo esempio riguarda la gestione dei Gruppi Online, ormai molto diffusa.

Il servizio a tutt’oggi più utilizzato, almeno in Italia, per gestire Gruppi, è WhatsApp.

Telegram, però, altro servizio di Messaggistica disponibile,  è oggettivamente molto migliore di Whatsapp (in particolare per la gestione dei Gruppi), anche solo per il fatto che non intasa la memoria dello Smartphone, e che non richiede backup e ripristini di Backup: quando lo reinstalliamo, troviamo tutto istantaneamente come l’avevamo lasciato. Si possono poi creare sottogruppi, cosa utilissima, perché è come avere “più gruppi in uno”. Nello stesso tempo, si può mantenere la cronologia “visibile”: questo vuole dire che una persona vede i messaggi dalla creazione del Gruppo, e non dal momento in cui è entrato. Nel caso di gruppi “tematici”, questo è utilissimo. Inoltre, si possono “fissare” più messaggi, e non solo uno per volta. Questo è molto utile, soprattutto per gruppi tematici.

Oltre a questi, ci sono altri vantaggi, che fanno dire che questo servizio è molto meglio dell’altro.

Ovviamente, considerando questi vantaggi, ci sarebbe da cambiare subito!

 Eppure, le persone continuano ad utilizzare Whatsapp: eventuali proposte di usare Telegram quasi sempre “cadono nel vuoto”.

Addirittura, l’amministratrice di un gruppo di Poesia aveva aperto il Gruppo su Telegram, e poi l’aveva “passato” su WhatsApp, perché, a detta sua, “la gente non utilizzava Telegram”.

Ancora, in un altro Gruppo di Poesia c’era stata la proposta di passare su Telegram. La responsabile del Gruppo aveva subito detto “Eh, ma la gente non usa Telegram!”. Quando lei aveva detto questo, si è sentito qualcuno che ha detto: “No, WhatsApp!”. E questo dice come il cambiamento venga rifiutato.
Perché questo accade? Semplice, la gente è abituata a qualcosa! E l’abitudine li lega ad un prodotto oggettivamente molto peggiore. Anche perché, per rendersi conto di quanto Telegram è migliore di WnatsApp, occorre provarlo! E le persone, solitamente, non lo vogliono fare!

L’esempio successivo farà capire ancora di più.

I Gruppi di Yahoo: bellissimi ma quando li proponevi…venivano rifiutati senza nemmeno provare a capire di cosa si trattasse

Siamo ancora a diversi anni fa. Google non aveva ancora fatto l’apparizione sulla scena Telematica, con la forza di oggi. Il portale che allora andava per la maggiore era Yahoo.

Questo offriva servizi per allora “avveniristici”, come “Yahoo Briefcase”, antenata degli attuali Cloud.

E offriva un servizio Gruppi che era davvero bello. Infatti, si trattava di un vero e proprio “Spazio Virtuale” dove, oltre ai messaggi (che potevano anche essere inviati via mail, alla mail del Gruppo, e ricevuti nelle proprie caselle di Posta Elettronica)  si aveva a disposizione uno spazio per file, link, e altro ancora.

Insomma: qualcosa di bellissimo.

Io ho provato a proporre questa possibilità in più occasioni, a Gruppi di vario tipo, di cui facevo parte. Uno di questi era un Gruppo Vocale, dove si sarebbe potuto costituire anche un “archivio” di spartiti senza dovere, ad ogni nuovo membro del Gruppo, inviare tutti gli spartiti ogni volta.

Un altro caso era quello di un Centro Culturale, dove sarebbe stato davvero utile avere uno spazio “virtuale” per tenere materiale e altro: uno spazio sempre a disposizione di tutti i membri del Gruppo.

Ebbene: in tutti i casi in cui ho proposto questo, il tutto è stato “bocciato”, senza nemmeno provare a capire quello che proponevo.

A nulla è valso il fatto di proporre una dimostrazione pubblica della struttura informatica che proponevo, per farne capire le potenzialità: le persone sono state “inamovibili”.

E, devo dire, irritava il loro modo “sentenziante”, che non apriva assolutamente alla possibilità di sperimentare: questa possibilità veniva rifiutata e basta.

Impossibilità di spiegare a parole necessità di mostrare e rifiuto anche solo di approcciare…

In entrambi i casi c’è un elemento che va evidenziato: l’impossibilità, almeno sostanziale, di fare capire “a parole” le potenzialità di qualcosa. Infatti, spiegare “a parole” le potenzialità dei Gruppi di Yahoo, piuttosto che, più recentemente, di Telegram rispetto a WhatsApp, diviene difficile. Queste potenzialità in più si comprendono solo attraverso l’utilizzo di questi prodotti. Quindi, solo dalla “visione pratica” del loro funzionamento si può capire il valore della proposta.

Insomma: per capire come una cosa funziona, e quali sono i suoi vantaggi, occorre “vederla all’opera”.

Il problema è che la gente, spesso, non è nemmeno disposta a “provare” a vedere come una cosa funziona: la rifiuta a priori e basta.

E questo capita in molti casi. Ad esempio, nel caso dell’Intelligenza Artificiale, molte persone la rifiutano a priori senza nemmeno capire come funziona. Questo perché, magari, qualcuno dei loro “guru” di turno ne parla male.

Di questo argomento avevo parlato diverse volte. L’ultima volta che ne ho parlato è stato nell’ultima parte di un mio lavoro in cinque parti sull’Intelligenza Artificiale. Potete trovare l’articolo, datato 30 novembre 2024, a questo indirizzo.

Comunque, tornando al discorso di prima, qui il problema è proprio il fatto del rifiuto “senza nemmeno provare a capire”. L’abitudine e il rifiuto del nuovo sono tali che nemmeno si prova a capirlo: si rimane nel vecchio e basta. E questo atteggiamento di “totale chiusura” è davvero bruttoi, e in parte anche irritante, da percepire.

Una soluzione, forse per me l’unica: talvolta, “imporre” è l’unica possibilità… per realizzare un cambiamento

Nel mio libro “Teoria e Pratica di “rilettura” (e “riscrittura”) della Storia”, del febbraio 2025, c’era anche una sezione sul cosiddetto “tiranno illuminato”. Questo vuol dire che, forse, in determinati momenti occorre qualcuno che le decisioni le “impone”. Distinguendo poi tra ambito “Sociale” e “Politico”.

Nel caso in questione (intendo gli esempi citati in precedenza), l’unico modo per evolvere, e per permettere il cambiamento… è “imporlo”. Vale a dire, decidere che “si fa così” e basta. Ignorando anche eventuali lamentele di chi non vuole cambiare.

Io ho, ad esempio, creato dei Gruppi su Telegram relativi a varie tematiche. Qualcuno mi ha fatto presente che diverse persone non lo utilizzavano. Io su questo sono stato fermo: si tratta di un prodotto gratuito, scaricabile gratuitamente. Chi non voleva usarlo semplicemente … smetteva di fare parte del Gruppo. Occorre ricordare che la Rete è la terra dell’abbondanza: quando qualcuno va, arrivano almeno due o tre persone nuove.

Anche un mio amico aveva proposto, per il suo Gruppo, legato a un Corso, di fare le dirette con Telegram. Aveva anche detto che, chi non avesse voluto utilizzarlo… semplicemente avrebbe smesso di seguire le sue lezioni.

Credo che questi siano atteggiamenti corretti: quando c’è riluttanza verso un cambiamento, verso qualcosa che è oggettivamente migliore, imporre il cambiamento è, secondo me, la scelta corretta, proprio perché è l’unico modo che si ha a disposizione per andare avanti: diversamente, se si attende che tutti vogliano effettuare il cambiamento, almeno in un paese come l’Italia, dove il cambiamento è guardato con riluttanza,  non si cambierà mai.

Esempio negativo, sicuramente, quello citato in precedenza, della mia amica che, da Telegram, è passata a WhatsApp perché le persone non usavano Telegram: non si accetta un regresso per favorire chi non vuole innovare. Lo si supporta, questo è ovvio (infatti, anch’io nei Gruppi di Yahoo avevo proposto una dimostrazione “pubblica”), ma poi, se manca ancora la volontà di andare avanti, lo si lascia indietro. Altri si affiancheranno a noi, più aperti verso il cambiamento. E sarà meglio così.

Ricordo, a questo proposito, il cosiddetto “Switch Offda Analogico a Digitale, avvenuto a Milano e in Lombardia il 26 novembre 2010. Il giorno dopo venivano trasmesse, su alcune televisioni locali, interviste con persone che avevano problemi. Inoltre, alcuni vecchi televisori, non compatibili con qualsiasi tipo di connessione di tipo “Scart” (ora questa connessione è stata sostituita da quella digitale “Hdmi”), hanno dovuto essere eliminati, o comunque non hanno più potuto essere utilizzati per la visione di trasmissioni televisive, ma solo, al limite, per qualche dispositivo che poteva essere utilizzato anche in videofrequenza, vale a dire su frequenze televisive (è stato anche il caso di un nostro televisore).

In quei giorni le “riciclerie” (nome usato per le discariche) erano piene di televisori eliminati: quando ero andato io a “disfarmi” del mio, altri erano lì nelle mie stesse condizioni.

Tuttavia, questo rappresentava un “passaggio evolutivo”: se si fosse aspettato che tutti fossero pronti al passaggio, questo non ci sarebbe mai stato.

Quando il cambiamento è “offerto”…

a chi si lamenta.

E, nonostante questo…

non lo si coglie

Questo caso non è così diverso da quello presentato prima: quando una persona non vuole cambiare, magari si lamenta della situazione in cui si trova: tuttavia, quando anche gli si offre “su un piatto d’argento” il cambiamento, questo non verrà accettato.

Posso fare un esempio, che risale all’ormai “quasi lontano” 2006. Si era proposto un Referendum sulla cosiddetta “devolution” . Si era votato il 25 e 26 giugno del 2006. Era la grande occasione di cambiamento per la Nazione Italica: repubbliche e strutture diverse, con autonomie in termini di istruzione e altro ancora.

Era il primo passo per un cambiamento “radicale” nelle strutture italiane.

Subito è partita, da parte del Sistema e dei suoi Partiti, una “propaganda del terrore”, con slogan del tipo: “L’Italia è una repubblica democratica: se passerà questo referendum non sarà più democratica”, oppure, “Se passa il Sì, domani potrebbe non esserci più il Presidente della Repubblica”.

Eppure, gli esempi di federalismi altamente democratici non mancavano di certo: la Germania e la Svizzera ne sono un esempio! E poi, i Federalismi sono l’esempio più bello di “autonomia associativa” che attualmente esistano! E qui si aveva la grande occasione per realizzarlo!

Purtroppo, per la Nazione Italiota, qualsiasi cambiamenti veniva rifiutato, anche se questo portava beneficio. E poi, per l’Italiano Medio, basta agitare lo “stendardo” della paura per fermarlo subito, fargli chinare il capo e farlo obbedire.

E così… quel referendum non era passato: il “No” aveva ottenuto il 61,3% dei voti. E, con questo, si sono “affossate” definitivamente le possibilità di un cambiamento positivo.

Naturalmente, le stesse persone che hanno votato “No”, sobillate dai partiti Politici Italioti, poi hanno continuato a lamentarsi dell’Italia. Quando avevano avuto l’occasione di costruire qualcosa di diverso. E l’hanno lasciata andare, senza coglierla. Per poi… continuare a lamentarsi.

Ora passiamo ad affrontare il tema forse “centrale”, vale a dire quello in cui il cambiamento è “subito”. In questo caso, come vedremo, sarà proprio il non attuarlo a creare problemi.

Questo accade anche in quei cambiamenti “naturali”: il non accettarli, purtroppo, ci pone davanti situazioni che possono diventare problematiche.

Non vorrei ma …non posso farne a meno: quando il cambiamento “deve” essere effettuato spesso nostro malgrado (Non vorrei… ma devo)

Questo è il caso forse più “critico”: vale a dire, quello in cui l’esistenza ci costringe ad un cambiamento (o a più cambiamenti) che, verosimilmente, non vorremmo effettuare.

Tuttavia, non possiamo farne a meno: dobbiamo effettuarlo.

I casi per cui è necessario effettuare il cambiamento, che forse non vorremmo effettuare, è, di fatto, un qualche evento che ha, in qualche modo, “chiuso” la Realtà precedente, aprendone, di fatto, una nuova, e costringendoci a “passare” in questa nuova realtà.

È come, insomma, se fosse avvenuto un evento che ha “tagliato” qualcosa del passato, e ci ha costretto a “riconsiderare” diverse cose della nostra esistenza.

Qui emergeranno di forza le considerazioni fatte all’inizio: sull’impermanenza e sulla resistenza al cambiamento. Qui saranno essenziali.

I casi che vedremo sono piuttosto diversi tra di loro. Tuttavia, hanno questo elemento che li accomuna.

Il cambiamento come elemento naturale. Le cose cambiano e qualcosa che prima ci entusiasmava non ci interessa più o non possiamo più farla…almeno come prima

Il cambiamento è parte dell’esistenza: questo lo sappiamo. Come dicevo prima: tutto muta, tutto cambia in continuazione.

Noi, però, pensiamo che tutto rimanga quello che era, che le cose non mutino, che le persone stesse non mutino.

Eppure, questo accade. Non a caso, Anthony De Mello diceva che, quando vediamo una persona, la vediamo sempre per la prima volta.

Credo che questo sia importante: in ogni istante, cambiano le cose attorno a noi, e cambiamo noi.

Questo vuole dire che determinate cose che crediamo “per sempre” non lo sono.

Tra queste, ad esempio, gli stessi matrimoni. Un impegno per la Vita, l’ho sempre detto, non ha alcun senso: non tiene conto dell’impermanenza. Infatti, personalmente non sono mai stato per la cosiddetta “Indissolubilità del Matrimonio”: infatti, va a violare l’idea di impermanenza, pensando che le cose possano essere “per sempre”.

Non a caso, viene detta la frase “L’amore è eterno finché dura”:  vuol dire che è infinito… ma non illimitato. E sono due cose diverse.

Questo, naturalmente, si estende anche al fatto che una cosa che, magari, ci piace molto, poi smette di piacerci. E, magari, ce ne piace un’altra. Anche questo fa parte dell’impermanenza e del cambiamento: le cose cambiano, e non è detto che una cosa che ci piace, ovviamente se non è una “passione per la vita”, come può essere una passione musicale o simili (se è vera passione), smetta di essere tale. Se questo accade, occorre accettare che si è cambiati, e che anche i gusti e gli interessi possono cambiare. Anche questo fa parte dell’impermanenza  e del cambiamento.

Credo che sia importante da sottolineare, che sia fondamentale comprendere che, con lo scorrere del tempo, determinate cose divengono inaccessibili per noi.

Ad esempio, una persona di 20 anni può fare una gita in montagna di 10 ore, la sera andare a ballare,m e il giorno dopo farne un’altra: una persona di 30 o 40 anni di più può fare comunque una gita di 10 ore… ma il giorno dopo dovrà recuperare.

Nello sport agonistico, poi, dopo una certa età si va verso il ritiro. E occorre saper chiudere con il sorriso. Il grande ciclista del passato Francesco Moser, quando si era ritirato, aveva dichiarato: “Siamo vecchi per determinate cose, ma ancora molto giovani per altre”. Questo è un comportamento da persona che ha capito che non ha senso, per dirla con le parole del Dalai Lama, “resistere al cambiamento”, ma occorre “andare verso il cambiamento”, accogliendo il nuovo che arriverà (la sua affermazione: “Siamo ancora molto giovani per altre (cose)” dice davvero che era pronto ad aprire un nuovo capitolo esistenziale).

Lo stesso Alberto Tomba aveva detto che “si sarebbe ritirato subito dopo una vittoria”. E così ha fatto.

Anche il calciatore Michel Platini si era ritirato quando era ancora “sulla cresta dell’onda”, appena prima di compiere 32 anni.

Questi sono, secondo me, comportamenti di chi ha capito che esiste un momento per chiudere un capitolo, e iniziarne uno nuovo, considerando quello in cui si era come “terminato”.

Per contro, si vedevano atleti, come il tennista Thomas Muster, che aveva addirittura raggiunto la prima posizione del Ranking Mondiale, giocare ancora a 45 anni. Non poteva più competere nel Circuito Principale, e giocava in quello Challenge. Non riusciva di fatto mai a superare il primo turno dei Tornei. Per un atleta che aveva toccato le sue vette… era deludente.

Nel Calcio, alcuni atleti, che hanno calcato le scene della Nazionale, si sono ritrovati a chiudere la loro carriera in Serie C2. Per qualcuno, forse, poteva essere una sorta di “impulso” ad essere vicino alle nuove generazioni del Calcio: tuttavia, per la maggior parte, era l’impossibilità di chiudere con lo sport agonistico. E, secondo me, era ben deludente trovarsi in quella situazione!

Riuscire a decidere che occorre “voltare pagina”, che il cambiamento avviene, e che occorre seguirlo, piuttosto che opporsi, è fondamentale per poter andare avanti “con leggerezza”. E per comprendere che le cose, cambiando, ci dicono solamente che occorre “chiudere dei capitoli” e aprirne degli altri.

Non riuscire a superare un turno nel Circuito Challenge, per un atleta che era stato numero 1 del Mondo di Tennis in quello Principale, deve essere triste. Questa è resistenza al cambiamento: non accorgersi che una cosa è finita, e che se ne “deve” aprire un’altra.

Anche questa è impermanenza. E, come diceva il maestro Thich Nhat Hanh, “Impermanenza è Vita”.

In generale, capire quando occorre “cambiare capitolo della nostra vita” è fondamentale. Quando è il momento di farlo, per dirla come il Dalai Lama, la sofferenza deriverà nel rimanere in un Capitolo che ormai non ci appartiene più, senza avere il coraggio di cambiare Capitolo.

Lì, potrà iniziare qualcosa di nuovo. Come è stato per chi ha avuto il coraggio di cambiarlo.

Di questo argomento avevo parlato in un mio articolo, dal titolo emblematico “Realtà: un fattore dinamico”, pubblicato su questo giornale il 15 giugno 2021.

Il dolore come segno di cambiamento necessario

Il dolore, spesso, ben lungi dall’essere qualcosa da cercare, un segno di elevazione o simili, è un segnale che ci dice che va attuato un cambiamento.

Faccio un esempio: se mettiamo una mano molto vicino al fuoco, sentiremo molto calore. Se non lo sentissimo, ce la bruceremmo. Il dolore, in quel caso, il senso di bruciore, ci dice che lì c’è qualcosa da cambiare, quindi occorre tirare via la mano.

Faccio un altro esempio, che credo possa essere esplicativo: quando si va dal medico, spesso questo tocca varie parti del nostro corpo, e ci dice: “Dimmi dove ti fa male”. Se non sentissimo male, il medico non capirebbe dove è il problema. Il male che sentiamo in un determinato punto indica che lì qualcosa non funziona, che occorre una qualche azione in quel determinato punto, o in qualcuno a questo collegato.

Quindi, il dolore, la sofferenza, sono segnali: ci dicono che è necessario operare un cambiamento. Se soffriamo in una determinata situazione, non dobbiamo quindi pensare che sia “eroico” sopportarla: è molto più “eroico” avere il coraggio di cambiarla, spostandosi in una più favorevole (vedi anche la Prima e la Seconda parte di questo lavoro).

Ancora un a volta, sia il corpo che la mente ci parlano. Il dolore, la sofferenza, sono messaggeri, che ci portano dei messaggi di invito al cambiamento, all’azione.

Il cambiamento, però, non deve essere l’”analgesico”, che non  ci fa sentire il dolore, ma un vero “prendersi cura” della situazione, operando quelle trasformazioni necessarie alla sua risoluzione.

Anche qui, il dolore permane se si resiste al cambiamento che il dolore stesso ci invita a compiere. Quando l’avremo attuato, il dolore svanirà. Potremo, però, ringraziarlo per il messaggio che ci ha portato.

Sul tema del dolore e della sofferenza avevo parlato in un articolo in due parti, pubblicato su questo giornale il 9 e il 13 giugno 2022. Potete trovare le due parti dell’articolo a questo e a questo indirizzo.

Il Passato che si chiude “di colpo”. Accade anche questo e va affrontato…

Quello di cui parlavo prima era qualcosa che riguardava ancora la “continuità”. Vale a dire, cambiamenti che avvengono con continuità nella nostra vita, e che ci portano, poi, a dover prendere delle decisioni, senza resistere a cambiamenti che sono, però, graduali.

Talvolta, però, nella nostra esistenza, esistono anche cambiamenti che sono, per così dire, “discontinui”. Questo vuol dire che sono cose che creano “discontinuità” anche improvvise nella nostra esistenza.

In termini matematici, una funzione è continua, in parole povere, se la si può disegnare senza mai staccare la mano dal foglio. Se questo non accade, si ha una discontinuità, che in quel caso si chiama “a salto”. Il termine è molto bello anche dal punto di vista esistenziale, perché indica un “passaggio brusco”, come una sorta di “tunnel spazio-temporale” che ci porta a “saltare”verso altri Mondi.

Sono eventi che accadono, magari improvvisi, e che chiudono bruscamente dei cicli.

In questi casi, riferendosi allo schema già indicato nella Prima Parte parte (smettere di investire energia nella vecchia situazione, e investirla nella nuova), la vecchia situazione diventa, magari, impraticabile di colpo. E la nuova… non esiste ancora, perché non era prevedibile.

Questo cambiamenti sono quelli che “spiazzano” maggiormente. Infatti, la tendenza è quella di rimanere “attaccati” alla situazione che è svanita: e che, per contro, non può essere più ripresa.

Tuttavia, è proprio la “resistenza al cambiamento” che crea ancora più sofferenza.

Vediamo delle possibili situazioni in cui questi “cambiamenti repentini” si verificano. In alcuni casi “rompendo” col passato in maniera definitiva.

La struttura con cui stiamo collaborando si trasferisce e si è costretti a trasferirsi

Supponiamo di collaborare con una struttura: potrebbe essere un’azienda o altro ancora.

Un giorno veniamo chiamati e ci viene detto che… l’azienda si trasferisce in un’altra città. Ad esempio, da Milano a Firenze, o a Roma. Ci viene “fatto capire” che, se non accettiamo anche noi di trasferirci, il nostro posto di lavoro potrebbe essere a rischio.

Il “trasferimento forzato” è una possibilità. Vissuta in maniera “tragicomica” in situazioni come quelle del film “Benvenuti al Sud”, dove il protagonista si trova trasferito, dalla Brianza, alla zona del Cilento, in Campania: lì il tutto era  espresso in maniera divertente… ma potrebbe nascondere drammi profondi.

Il problema è che, questa decisione di trasferirsi, potrebbe coinvolgere alti. Se abbiamo una famiglia, ad esempio, questo vorrebbe dire trasferire anche loro. E, come dicevo nella Prima Parte, quando ci sono figli, questi potrebbero vivere il cambiamento come un trauma.

Queste problematiche sono quindi da affrontare. Anche cercando di vedere se ci possono essere alternative al trasferimento, soprattutto se “noi non lo vogliamo”(e qui torna il “volere”).

Rendiamoci, ad esempio, conto che non esiste solo quell’attività, e che l’esistenza ci potrebbe mettere davanti ben altre opzioni.

Spesso, in simili circostanze, pensiamo che non esistano altre possibilità. Queste, invece, ci sono, e spesso basta “togliere lo sforzo”, esattamente come accade, spesso, nell’apprendimento (vedi il mio articolo sull’argomento) perché queste si rivelino.

Prima, quindi, di “fare le valige”, e magari “farle fare anche alla nostra famiglia”, pensiamo: “Questa è proprio l’unica possibilità? O ce ne possono essere delle altre?”.

Magari “lasciamo risuonare” la risposta dentro di noi… e poi decidiamo.

Ricordiamo, in questo caso, che… c’è sempre un’altra possibilità. E spesso questa possibilità è lì, davanti a noi: basta osservare bene per percepirla.

Un’attività si chiude inaspettatamente tutto rimane libero o vuoto e magari, pronto per un nuovo divenire?

Questo caso è non così dissimile dal precedente. Solo, stavolta non c’è scelta possibile: nel senso che qualcosa si chiude bruscamente.

Mentre, quindi, prima il problema era più “morbido”, perché “implicitamente” veniva offerta una scelta, stavolta è più “drastico”: una cosa si chiude e basta: quindi non c’è scelta.

Riferendosi allo schema del chiudere e spostare, della Prima Parte, stavolta necessariamente qualcosa è finito, ma nulla si è aperto altrove.

Per forza di cose, quindi, la sensazione di “trovarsi in un limbo” sarà presente.

Anche qui, però, occorre spostare l’attenzione dal passato, e andare verso il futuro, anche se ancora questo non è presente.

Posso citare l’esempio di un’amica giornalista. Quasi di colpo, delle riviste con cui collaborava hanno chiuso i battenti.

Lei, quindi, si è trovata di fatto improvvisamente senza alcuna collaborazione.

È la stessa sensazione che una persona prova a causa di un licenziamento improvviso, o a qualche situazione simile.

Una tendenza tipica, in questi casi, è continuare a “pensare al Passato”, o a disperarsi.

La mia amica, invece, non l’ha fatto. Ha subito pensato: “Qualcosa di nuovo salterà fuori”. E ha anche pensato: “Se non avrò i soldi per mangiare, vedrò come si può vivere comunque”.

Insomma: non si è disperata, non ha “guardato indietro”… ma ha “guardato avanti”, verso il divenire, non immaginandolo fosco, ma luminoso.

E così… poco tempo dopo (davvero poco tempo dopo!) ecco due nuove collaborazioni. Molto più interessanti di quelle terminate, e pagate decisamente meglio.

Questo dice chiaramente due cose. La prima è che occorre comprendere che, su questo Pianeta, c’è molta più abbondanza di quanto si possa pensare. E che, quindi, quando qualcosa termina, ci sono molte altre cose che possono aprirsi.

La seconda è che, se si guarda solo il problema, si troverà solo il problema. La mia amica non l’ha fatto: ed ecco la soluzione davanti ai suoi occhi. Non ha guardato il passato, ma ha guardato il futuro, anche se questo ancora non c’era. Ed eccolo lì, il futuro, che si è manifestato nella sua forma più bella.

Occorre tenere presente che, quando una cosa si chiude, bisogna non “fare resistenza” (ancora torna il tema della “resistenza al cambiamento”), e guardare avanti: qualcosa di nuovo si aprirà: le possibilità sono molte di più di quante possiamo pensare: basta aprirsi a queste possibilità, e qualcosa cambierà di sicuro: e magari, come nel caso della mia amica, in meglio!

Cambiamenti…“bruschi” e “brutali”: il cambiamento. da affrontare…per forza

Questo caso è, in qualche modo, simile a quello precedente. Solo, qui il cambiamento è ancora più “drastico”.

Questo caso si verifica quando avviene qualche evento che cambia completamente tutto, e in maniera definitiva.

Nel caso precedente, infatti, la chiusura di un posto di lavoro era un caso più “morbido”. Perché, a parte quello, non cambiava poi molto nella vita. E, in fondo, se ne poteva trovare un altro!

I casi più “critici”, più “categorici”, sono quelli in cui il cambiamento va a “sconvolgere” le nostre vite alla radice. Al punto da dire “La nostra vita è cambiata, e quella di prima non è più possibile da recuperare”.

Nel caso precedente, la mia amica è tornata a fare quello che faceva prima, anche se in altri luoghi. E la sua vita è ripresa in maniera molto simile a prima.

In alcuni casi, invece, la vita “non potrà riprendere come prima”. E cambierà, magari, di colpo.

Vediamo qualche esempio.

Un infortunio… che cambia la vita

Era il 5 dicembre 1993. Alessio era in moto. Prende una buca, cade, e….

la sua vita cambia: non potrà più camminare. Ma comincerà una nuova vita.

È la storia di Alessio Tavecchio, infortunatosi in moto, anche in maniera banale. E rimasto paralizzato. La sua vita, però, non è naufragata: è soltanto cambiata, diventando una serie di proposte per gli altri.

Infatti, durante la riabilitazione (la speranza di tornare a camminare non l’ha mai abbandonato) ha iniziato a nuotare, arrivando addirittura a vincere il Titolo Nazionale Paralimpico. Ha partecipato ai Giochi Paralimpici Europei nel 1995 e alle Paralimpiadi di Atlanta nel 1996.

Ha poi creato il “Progetto Vita”, con lo scopo di sensibilizzare molti giovani su tematiche come la sicurezza stradale, la motivazione personale e i valori dello sport. Oggi è impegnato anche in un grande progetto, l’AgriParcoHub, un centro Polifunzionale per l’inclusione, situato a Monza.

Ci sono anche atleti olimpici che, a seguito di incidenti invalidanti, si sono riciclati come atleti “paralimpici”. Tra questi possiamo citare Alex Zanardi, che il 5 settembre 2001, a seguito di un grave incidente con la sua vettura nel campionato CART, subisce l’amputazione di entrambe le gambe. Si “ricicla”, è proprio il caso di dirlo, con l’Handbike, vincendo diversi titoli mondiali e 4 ori paralimpici.

Il 19 giugno 2020 subisce però un secondo grave incidente durante una staffetta di Handbike. Non si è perso d’animo e, a distanza di anni, prosegue la riabilitazione. Infatti, il suo motto è: “Non conta quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi”.

Anche in questi casi, quindi, è possibile capire che qualcosa si è rotto di colpo. E pensare ad un nuovo modello di esistenza. Che, addirittura, come nel caso di atleti, conserva addirittura lo sport, anche se a livelli diversi, e con nuove modalità.

Questi sono esempi di persone che, in qualche modo, hanno saputo continuare la loro esistenza, anche con un evento che ha cambiato loro dei parametri fondamentali. Impedendo loro di riprendere la vita di prima.

Cambiamento… che non si accetta: è giusto, in quel caso terminare l’esistenza?

Vi sono però dei casi in cui un incidente che cambia la vita, non viene accettato, perché la condizione è troppo “invalidante”. Nel parla, ad esempio, il film “Mare Dentro”, del 2004. Qui viene descritta la storia di un uomo, Ramon Sampedro, che, a causa di un incidente, se vogliamo banale (un tuffo in una pozza d’acqua poco profonda, distratto dallo sguardo di una ragazza, almeno da quanto descritto nel film) rimane tetraplegico, quindi paralizzato a tutti e quattro gli arti.

In Spagna, però, dove la vicenda si svolgeva, l’eutanasia non è ammessa (così come non lo è in Italia). Alla fine, lo stratagemma per realizzarla è la somministrazione di un farmaco in dose letale… ma da parte di più persone, che ne inseriscono ognuna una dose non letale.

Questo pone un problema sicuramente importante: è etico decidere di rinunciare alla propria esistenza?

Nel parlavo in questo articolo, di alcuni anni fa, pubblicato su questo giornale il 13 luglio 2021. Il problema, secondo me, è che il fatto che “La Vita sia un dono di Dio” non è un valore assoluto, ma un valore relativo ad una determinata confessione spirituale. Già, ad esempio, per la Filosofa Buddhista, la Vita è un prodotto del Karma, e non di certo un dono di Dio, visto che poi, per la Filosofia Buddhista, non esiste un Dio come entità.

Quindi, in linea di massima, l’eutanasia coinvolge una libertà di scelta: è perciò lecita, almeno secondo me.

L’unico rischio potrebbe essere dato dalle conseguenze di una simile “arma” nelle mani sbagliate, vale a dire di governanti o strutture che potrebbero utilizzarla per “eliminare” determinate persone, e farlo legalmente: falsificare firme e permessi oggi non è così un problema. Questo è, secondo me, un rischio possibile, anche se non so quanto grande. Ma possibile, almeno secondo me.

Tolto questo rischio, è secondo me lecito che una persona scelga di rinunciare alla propria esistenza, quando questa diventa, per lui (o anche oggettivamente) invivibile. Fa parte anche questo della libertà di scelta, anche se estrema.

Di questo avevo comunque parlato nel citato articolo.

Perdite (lutti o simili): cambiano la vita chiudendo cicli

I casi dei lutti, rispetto a quelli delle menomazioni permanenti, non incidono, almeno in maniera sostanziale (poi, lo sconvolgimento relativo può comunque, in alcuni casi, incidere: ma non è scontato, e poi non è solitamente un qualcosa di “permanente”), sul fisico. Però, vanno a chiudere dei cicli, che, nella maggior parte dei casi (se non quasi sempre, di fatto), non potranno più tornare come prima.

Questo è uno dei casi in cui, ancora, si vede molto bene come ciò che fa soffrire è la resistenza al cambiamento (o, in questo caso, il non accettarlo), e il pensare che tutto sia permanente.

Infatti, soprattutto quando non sono contro natura (ad esempio, la perdita di un figlio da parte di un genitore) i lutti sono cose, talvolta, naturali, che ci aspettiamo, o possiamo aspettarci. Ad esempio, per un figlio, il fatto di perdere, prima o poi, un genitore, è una cosa normale. Tuttavia, si vive come se quel momento non dovesse giungere mai. Poi, però, quell’evento giunge… e allora si devono fare i conti con l’Impermanenza. Come dicevo all’inizio di questo articolo, noi pensiamo che tutto sia permanente. Quindi, la perdita di qualcosa ci fa soffrire. Proprio perché, di fatto, la escludiamo dalla nostra mente.

In questo caso, poi, la perdita è definitiva, e non rimpiazzabile.

Se, ad esempio, muore un animale al quale eravamo affezionati, magari piangiamo. Tuttavia, lo rimpiazzeremo facilmente con un altro affetto. Inoltre, la nostra vita non cambierà più di tanto.

Quando i lutti coinvolgono, invece, persone care, sono sovente qualcosa che cambia la vita in maniera irreversibile. Come tutti quegli eventi dove non c’è ritorno.

Posso, qui, citare la mia esperienza, che mostra anche come la resistenza al cambiamento sia quella che, sovente, crea i maggiori problemi. 

Nell’agosto 2019 era venuto a mancare mio padre.

A differenza della scomparsa di mia madre, avvenuta alla fine del 2001, qui il fatto era, più o meno, “annunciato”: mio padre non stava bene da tempo, e la sua fine è stata quasi una “liberazione”, per lui.

Tuttavia, a differenza di quando era venuta a mancare mia madre, cosa che, di fatto, nella mia vita aveva cambiato poco (infatti, di fatto, nulla delle cose attorno a me era stata particolarmente “cambiata”), in questo caso la mia vita è stata decisamente “sconvolta”.

Infatti, è stata venduta la casa dove mio padre viveva, e dove, per la maggior parte del tempo (o comunque per parecchio tempo all’anno), c’ero anch’io.

Così, ho visto la mia vita di prima “spazzata via” in un colpo solo. Proprio nel momento in cui stava cominciando a diventare interessante, proprio in quei luoghi.

Nel novembre 2019 era stata concordata la vendita della nostra casa, e nel dicembre 2019, proprio nel periodo natalizio, quando le case si “riempiono”, la nostra casa si “svuotava”.

Ogni giorno vedevo che mancava qualcosa, che spariva, di fatto, qualche oggetto, perché veniva dato a qualcuno, o veniva portato via, e messo in box (dove tutte le cose rimaste erano state provvisoriamente poste).

Io stavo lì, quasi “aggrappandomi” a quel passato, che ormai stava svanendo.

Poi, invece… ecco il grande salto: il 18 dicembre 2019 sono andato via da quella casa, dimorando temporaneamente qualche giorno all’ostello “Combo” di Milano.

Il giorno in cui ho definitivamente lasciato quella casa è finita la tristezza. È come se avessi “voltato pagina”.

Ho quindi poi cambiato città. Trasferendomi a Magenta, dove vivo ora.

Questo mostra come la sofferenza non sia tanto data dal cambiamento, anche improvviso, ma dal fatto che rimaniamo “attaccati” a quanto ormai non esiste più. Nel mio caso, una casa che ormai non era più. Dal momento in cui ci decidiamo a “saltare” in un altro binario esistenziale, la vita può davvero cambiare, e la tristezza può, almeno in buona parte, svanire.

In generale, mi sento di consigliare, quando avviene un evento che sconvolge la nostra esistenza, di “farsela sconvolgere” del tutto, nel senso di cambiare completamente vita, magari trasferendosi in un luogo diverso. Spesso è l’unico modo per “disconnettere” quei parametri che ci riportano al ricordo e alla percezione di quello che ci fa soffrire.

In tal modo, si può davvero “voltare pagina”.

Insomma: se la vita impone il “girare pagina”, come in casi di questo tipo, l’unica scelta da farsi, secondo me, è “girarla” del tutto, aiutando quindi l’esistenza stessa nel suo compito.

Io ho potuto sperimentare che funziona. Personalmente, doveste trovarvi in condizioni simili, il mio consiglio è di non cedere alla tentazione di rimanere attaccati al passato, ma di andare con decisione verso il divenire. Aprendosi al nuovo che avanza: il vecchio, ormai, è finito, e bisogna accettarlo.

La posizione del Profugo: quando bisogna lasciare tutto e (quasi) improvvisamente

In questo elenco inserisco anche questa opzione, anche perché avevo, anni fa (era il 2016), curato la Prefazione del libro “Le reliquie di Sarajevo” dell’amico Poeta, Scrittore e Regista Teatrale Paolo D’Anna, una raccolta di Poesie proprio sul tema dei Profughi Bosniaci. Ero stato anche con lui in una delle sue presentazioni del libro, tenutasi a Lecco nel febbraio 2016.

Questa posizione è forse una delle più brutali: infatti, è quella di colui che deve fuggire, senza meta, senza sapere dove andrà, o solo con una vaga direzione. Deve fuggire, non sapendo se e quando tornerà.

Spesso, se tornerà, troverà tutto distrutto, e comunque non ci sarà più la vita di prima.

La posizione del Profugo è quella di un taglio netto, di una realtà che si chiude improvvisamente, che non lascia tempo di programmarne un’altra. È la pura fuga, di cui parlavo sia nella Prima che nella Seconda Parte: dove, però, qui, c’è un’urgenza di azione, che non lascia spazio ad alternative: si va e basta, si va via: e, spesso, si va verso il nulla.

È la stessa posizione, più su base “collettiva”, del fuggiasco, del latitante. E, in generale, è la posizione di colui che è costretto a lasciare bruscamente una Realtà, senza sapere quando e se ci tornerà. E, anche, e forse soprattutto, come la troverà, in caso di ritorno, magari anni dopo.

È, sicuramente, forse la posizione in cui il “voglio” entra meno, e dove occorre fare i conti con l’immediatezza, con la repentinità. Che spesso indica l’impossibilità di fare veri preparativi.

È la “fuga” nella sua dimensione più cruda, e spesso brutale: l’andare via e basta, spesso senza direzione.

È, però, simile alla posizione di chi va via senza nessuna progettazione: la differenza è che qui la progettazione è impossibile: si deve solo fuggire. Quello che si troverà non conta: occorre solo andare via. L’incertezza domina, in questi casi. Tuttavia, non esiste altra soluzione possibile.

Ora esaminiamo un caso decisamente più “luminoso”, anche se con diverse incognite: vale a dire quello del cambiamento che giunge per risolvere o “sbloccare” situazioni che, forse, richiederebbero delle azioni, e dove, però, non ci si “decide”, in un certo senso, al cambiamento.

Sono situazioni che possono disorientare, ma che, sovente, portano verso modifiche della propria vita, che possono essere benefiche e, comunque, positive.

Quando il cambiamento arriva per farci cambiare qualcosa che non riuscivamo a cambiare…Magari, però, non come vorremmo!

Gli anglosassoni, spesso, pronunciano una frase, che è, secondo me, emblematica: “Things will work by themselves”, vale a dire “Le cose si risolveranno da sole”.

Questa frase dice molte cose. E, soprattutto, dice che le cose, spesso, vanno come devono andare, anche senza il nostro intervento.

Questo apparirebbe in contraddizione con quello che dicevamo nelle parti precedenti, vale a dire che, per fare accadere determinate cose, occorre progettare.

Sposso, però, come abbiamo visto anche in questo articolo, le cose  avvengono anche senza il “voglio”: avvengono anche contro la nostra volontà, e ci costringono a cambiare…, e, infine, avvengono per farci cambiare, quando non vorremmo farlo, ma “dobbiamo” farlo.

Sposso, si dice che, se mettiamo energia dove vogliamo andare, poi le cose andranno in quella direzione. Gli orientali, in fondo dicono: “Siediti e aspetta: vedrai passare il cadavere del tuo nemico”.

Questo vorrebbe dire che le cose, almeno in parte, vanno dove vanno i nostri pensieri. Qualcuno chiama tutto questo “Legge di Attrazione”. Mi ero occupato dell’argomento per la rivista “Karmanews” in questo articolo, datato 7 settembre 2014, dal titolo: “Il potere dell’immaginazione”. La Legge di Attrazione non vuol dire che tutto va come pensiamo che vada: sarebbe anacronistico, anche perché quello che vogliamo noi lo vogliono anche altri, visto che non siamo soli su questo Pianeta: vuol dire semplicemente che, tra tutti gli eventi possibili in quel momento per noi, possiamo “scegliere”, anche inconsciamente, quelli a noi più favorevoli.

Tutto ciò parrebbe affermare che, quando qualcosa non funziona adeguatamente, forse mettendo energia nella direzione in cui vogliamo andare finiremo per “andarci”.

Ricordo a proposito che un formatore, Vincenzo Fanelli, affermava, in tal senso, che la cattiva notizia era proprio rivolta a chi pensava di non fare nulla per realizzare le cose che desidera, lasciando che si realizzino da sole. Ne parlava nel suo libro “Il potere dell’energia universale”.

Infatti, in qualche modo, potremmo avere, mettendo energia nella direzione dove vogliamo andare, l’indicazione di una strada: una strada che, però, dovremo percorrere.

Facciamo un esempio: se un a persona vuole andare a cantare in un  Gruppo Vocale di grande valore, ad esempio quello della Scala di Milano, deve avere una buona preparazione. Quindi, magari, se lo vuole davvero, troverà sul suo cammino una Scuola o un’insegnante che lo preparerà adeguatamente. Però, dovrà anche seguirne le indicazioni, e lavorare come questo insegnante (o questa Scuola) gli indicherà.

Se una persona, similmente, vuole fare il pilota di rally, dovrà guidare molto bene in determinate situazioni. Quindi, magari, troverà prima una scuola che lo preparerà adeguatamente. Anche qui a patto di seguire quello che questa Scuola gli dirà di fare. 

Quindi, in linea di massima, è possibile che, se mettiamo energia in una direzione, quella sarà la direzione in cui l’esistenza ci porterà: tuttavia, poi, dovremo compiere i passi che l’esistenza stessa ci porrà sul nostro cammino. E questi, almeno talvolta, potrebbero essere decisamente impegnativi.

Ci sono circostanze, però, in cui l’esistenza sembra “muoversi” con forza verso la direzione in cui vogliamo, o dobbiamo andare (anche questo caso del “dobbiamo” va considerato). Però… lo fa a modo suo.

Faccio qui un esempio, relativo a qualcosa che anche a me era accaduto.

Io, prima del 2020, vivevo a Milano, in casa con mio padre, come accennavo in precedenza. La sua casa grande permetteva anche a me di viverci, con uno spazio indipendente.

Tuttavia, vi era un riscaldamento a pannelli, che era davvero “malsano”, almeno per me che amo case abbastanza “fresche”. Lì percepivo l’ambiente come davvero poco salutare per me.

Per diverso tempo, soprattutto nell’ultimo periodo, ho auspicato una soluzione a quella situazione.

Poi, nel 2019… mio padre ha lasciato il corpo, e io ho cambiato casa e città… trovandomi in una casa termoautonoma!

Insomma: la vita era andata verso la direzione che volevo… ovviamente non come avrei voluto. Ma c’è andata. Il citato Vincenzo Fanelli, infatti, nel citato libro, diceva di usare questa modalità con attenzione: infatti, le cose possono avvenire, ma non nella direzione che noi vogliamo. Faceva anche un esempio: se mettiamo energia sull’avere del denaro, ma non specifichiamo come, una persona cara potrebbe morire e lasciarcelo in eredità.

Questo va, ovviamente, preso “con beneficio d’inventario”, e rappresenta, in questo articolo, una sorta di “sconfinamento” di tipo diverso: anche perché lo scopo non è di certo quello di occuparsi di cose, in qualche modo, quasi “magiche”, almeno sotto alcuni aspetti, soprattutto se vissute in un  determinato modo, quasi “assoluto”. Tuttavia, era interessante, a questo punto, introdurre anche questa opzione di cambiamento: quando un cambiamento deve avvenire, e la persona non si decide ad attuarlo… potrebbe pensarci la Natura, nel modo più rapido possibile, anche se doloroso per la persona stessa.

In fondo, però, quello che è doloroso per noi, per la Natura è solo un possibile stato. Il decesso, per la Natura, è solo un fattore biologico, un terremoto è solo un assestamento, ad esempio.

Quindi, la Natura stessa ci porta delle scelte possibili, e, quando attua un cambiamento, lo fa nel modo più rapido e veloce per lei… e per noi.

Posso riprendere, alla fine, il caso della mia amica, che parla di trasferirsi e non lo fa, di cui trattavo nella Seconda Parte: è possibile che, prima o poi, avvenga qualche evento esterno che la porti altrove. In fondo, anch’io dicevo che volevo lasciare Milano… ed ora l’ho lasciato. Magari, questo suo desiderio, anche se in questo momento irrealizzabile, si realizzerà con un cambio di qualcosa: anche brusco, drastico o repentino.

Pensandoci bene, e prendendolo anche come esempio: i sogni hanno aiutato molte persone, nei campi di concentramento, a sopravvivere: poi, però, la liberazione c’è stata, e per loro questo fatto ha significato la salvezza.

Conclusioni

In questi tre articoli abbiamo visto una “panoramica”, spero abbastanza ampia, su tutte le condizioni di cambiamento. Esaminando i cambiamenti “voluti” e quelli che avvengono senza che lo vogliamo, e che, volente o nolente, dobbiamo affrontare.

Quello che, spero, da questi articoli sia emerso, è che il cambiamento fa parte dell’esistenza. Come dicevo, la Filosofia Buddhista afferma, a ragione, che nulla è per sempre, e che solo la nostra percezione “eternalista” ci fa vedere le cose come fossero per sempre, mentre queste cambiano in continuazione.

Occorre quindi sapere che, se non cambiamo, le cose comunque cambiano, e questo ci potrebbe “travolgere”, proprio perché il cambiamento non sarà qualcosa che vivremo in maniera attiva, ma lo subiremo.

Occorre, quindi, nelle cose, operare un’idea di continuo cambiamento: in questo modo, i cambiamenti potranno, verosimilmente, sconvolgerci di meno; anche se, come abbiamo visto, i cambiamenti talvolta sconvolgono comunque. Tuttavia, con quest’ottica, ci sconvolgeranno sicuramente meno.

Questo cambiamento, se non è cambiamento fisico, è comunque qualcosa che avviene, o addirittura deve avvenire in noi. Qualcuno dice che tutto è nuovo, se lo guardiamo con occhi nuovi. Anche questo è cambiamento: vedere le cose del passato in maniera nuova. In quel caso, queste appariranno comunque come nuove.

Questo è l’atteggiamento giusto da tenere: evoluzione continua, cambiamento continuo, andare sempre verso quel nuovo che fa parte, essenzialmente, di noi. Sapendo che nulla sta fermo, anche quando lo percepiamo tale. In fondo, in questo momento, stiamo ruotando a oltre 1000 km/h, anche se ci percepiamo fermi!

Questa idea di “movimento continuo”, di “cambiamento continuo”, questa percezione che “nulla è come era un istante  fa” deve essere il motore della nostra vita, quella idea che ci porta sempre verso la ricerca di qualcosa di nuovo, e che si rinnova e nasce nuova ogni giorno.

Credo che sia questa la modalità giusta di guardare le cose attorno a noi, e di andare verso il divenire.

I cambiamenti, i più belli, sicuramente seguiranno, e la vita stessa ce li indicherà, di volta in volta. E saranno i migliori per noi, e per la nostra esperienza in questa esistenza.

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