Affrontare il cambiamento: Parte Prima: il cambiamento voluto (ma non sempre attuato)

Affrontare il cambiamento: Parte Prima: il cambiamento voluto (ma non sempre attuato)

Di Sergio Ragaini

“Io non sopporto più la situazione in cui mi trovo”, “Io me ne voglio andare”, e altro ancora. Quante volte si sentono discorsi simili, da parte delle persone? Qualcuno si lamenta del luogo, della situazione in cui si trova. Tuttavia… non lo cambia, e rimane come “bloccato” lì.

In questo articolo, parte di un più ampio lavoro in più parti (di cui questo articolo rappresenta la Prima Parte), cercheremo di esaminare i meccanismi mentali più frequenti (o almeno tra i più frequenti) che potrebbero bloccare le persone in una determinata situazione… anche se non vorrebbero starci. E accenneremo anche quelli in cui il cambiamento è solo una “scusa mentale” per sopportare una determinata situazione (di questo fatto, un esempio sarà dato nella Seconda Parte).

Comunque, spero che, alla fine, possa risultare chiaro che un cambiamento non è un’idea, e nemmeno solo una dichiarazione, anche se questi possono essere elementi importanti: è un progetto, e come tale va vissuto, con consapevolezza. Perché il cambiamento non diventi qualcosa di “traumatico”, ma qualcosa di “lieve” da affrontare con un sorriso.

Poi, un altro discorso è quello in cui un cambiamento viene “rifiutato”, o avviene “nostro malgrado”, e “nostro malgrado” dobbiamo attuarlo: in sostanza, è il problema del cambiamento che avviene “contro la nostra volontà”. Questo, però, è un altro discorso, che faremo nella Terza Parte.

In questa Prima Parte ci occuperemo dei cambiamenti in cui la parola “voglio”, nelle sue varie forme, domina la scena. Quei cambiamenti, insomma, che devono essere “voluti”, per poi essere attuati.

Tanta gente si lamenta: del luogo dove si trova, della situazione in cui vive, del lavoro che svolge, della Nazione in cui abita… E altro ancora.

Però… Rimane in quella situazione. E non cambia nulla della sua vita. Rimanendo, quindi, in una situazione di “dissonanza cognitiva”.

Eh sì, perché non basta dire “voglio cambiare” perché questo avvenga. Occorrono tante altre cose. E ora andremo a vederle.

In altre parti di questo lavoro (esattamente nella Terza Parte) ci occuperemo invece dei cambiamenti in cui il “voglio” non è presente, quindi che vengono “subiti”, e nei quali occorre però diventare “parte attiva”: nel senso di viverli comunque in maniera “propositiva” e non “passiva”. Di questo, però, ci occuperemo più avanti.

Per il momento rimaniamo sui cambiamenti che implicano un “voglio”, una volontà, almeno dichiarata, di cambiare. E vediamo cosa occorre perché questo “voglio” divenga “faccio”.

“Volere è potere”: ma chi l’ha detto? E poi, le cose le persone le “vogliono” davvero? In ogni caso… al “volere” deve seguire un “progettare”

“Volere è potere”. Questo è un motto che riecheggia spesso tra le persone.

Tuttavia, è più che altro uno slogan. Certo, se non si vuole le cose potrebbero solo accadere in maniera accidentale, e sarà l’argomento della Terza Parte.

In questo caso, però, in quei cambiamenti che vanno “voluti”, se non si “vuole”, in qualche modo, fare una cosa, difficilmente la si farà.A meno che, appunto, non avvenga senza che lo vogliamo, come dicevo. Questo, però, è un altro discorso, che non è il tema di questo articolo.

Qui partiamo con un esempio, che potrebbe dare già un’idea, anche se, come vedremo, “parziale”. Tuttavia, è un esempio che, in qualche modo, qui “calza” molto bene.

Supponiamo di volere salire a piedi sulla Grigna Settentrionale, nota e bellissima montagna delle Prealpi Orobiche, nella zona del Lecchese, a cui è stata dedicata anche una canzone: difficilmente potrò farlo finché non lo voglio. Per poterci salire devo innanzitutto volerlo fare.

La dichiarazione di “volerlo fare”, però, da sola non basta: occorrono anche altre cose per poter effettuare la salita. Occorre anche avere un adeguato equipaggiamento, decidere l’itinerario di salita (ce ne sono diversi, e di diversa difficoltà), stabilire il giorno e l’ora e, infine, se le condizioni meteorologiche lo permetteranno (anche questa è una variabile importante), effettuare la salita.

Come vedrete, dalla semplice dichiarazione “Voglio salire sulla Grigna Settentrionale” al salirci veramente ci sono una sequenza di passaggi da compiere. Che fanno la differenza tra il semplice “volere” fare una cosa e il “farla materialmente”.

Ovviamente, questo fa anche la differenza tra il “volere davvero” una cosa e il semplice “dichiarare che si vuole”. Proprio perché tra il volere e il fare poi materialmente una cosa c’è una certa differenza. Ed è quella differenza che cambia tutto.

E ora lo vedremo più in dettaglio.

Tuttavia, credo sia necessario porre subito l’attenzione su una cosa, proponendo il tutto in una sorte di “specchietto riassuntivo” (ce ne saranno altri, come vedremo, nel corso di tutto l’articolo, per “fissare”, in qualche modo, gli elementi fondamentali che verranno trattati): per potere materialmente salire sulla Grigna Settentrionale, e in generale compiere qualsiasi escursione (quello che diremo per la Grigna Settentrionale sarà facilmente “generalizzabile”) occorre:

  • La volontà di farlo: Se non la si ha, non si inizierà nemmeno la salita, ovviamente! Anche se effettueremo l’escursione perché ci inviterà qualcuno, e diremo, ad esempio, “io non volevo venire”, in ultima analisi, se siamo lì, ad effettuare la salita, è perché, in fondo, lo “volevamo”. Diversamente, non ci saremmo.

  • Un adeguato equipaggiamento: Per effettuare un percorso che porterà oltre i 2400 metri di altitudine occorrerà essere attrezzati con un buon equipaggiamento. Almeno scarponi da montagna, acqua, eventualmente integratori e simili. Oltre ad uno zaino adeguato e, soprattutto per alcuni, una buon a crema protettiva e un cappello da sole.

Occorre, quindi, partire con un equipaggiamento adeguato.

  • Una preparazione fisica adeguata: Si tratta, occorre farlo presente, di una salita di alcune ore. Occorre avere un po’ di preparazione per salire. Se poi, si sceglieranno itinerari più “alpinistici”, come il Sasso dei Carbonari, occorrerà, oltre a un adeguato equipaggiamento, anche una preparazione tale da poterli affrontare.  L’itinerario appena citato non è particolarmente difficile: tuttavia, non è consigliabile ai “neofiti” da soli, mentre può esserlo, anche per loro, se questi sono accompagnati da persone che, in caso di problemi, sappiano intervenire per aiutarli. La montagna, come diremo più avanti, non va mai sottovalutata!
  • Informazioni aggiornate sull’itinerario: Questo è vero per la Grigna, e ancora di più per itinerari impegnativi su ghiaccio: occorre avere informazioni aggiornate sull’itinerario che si andrà ad intraprendere. Soprattutto se l’itinerario è impegnativo.
    Oggi, con la Rete, è piuttosto facile controllare le condizioni. Un tempo, si chiedevano informazioni “di primo pelo” ai gestori dei rifugi nelle zone vicine alle salite. Che, di solito, le avevano sempre, e le più aggiornate.
    Comunque, quando si affronta una salita impegnativa, conviene sempre avere informazioni aggiornate. Questo è necessario.
  • Condizioni meteo favorevoli: Se anche avremo tutto quanto serve, compresa una buona preparazione fisica, per poter effettuare la salita occorrono condizioni meteo che ce lo permettano. Se, la mattina della salita, queste saranno pessime, dovremo, anche se nostro malgrado, rimandare la salita.
  • Valutare i rischi, e non prendersi troppi rischi: Se è vero che un minimo di rischio in montagna c’è sempre (così come in tutte le cose), occorre valutarlo. Occorre sapere affrontare rischi possibili in maniera adeguata, senza esagerare. Ed essendo sempre pronti ad affrontarli. Eventualmente, avendo con noi le persone giuste per affrontarli con leggerezza.
  • Fissare il giorno e l’ora dell’escursione: Questa condizione avrebbe potuto essere la prima, e implicita. Tuttavia, si può porre in qualsiasi momento. Se si vuole effettuare un’escursione in montagna, impegnativa o non, occorre decidere “come e quando”. Fissare una data e un orario è fondamentale, altrimenti non si andrà mai da nessuna parte.
  • Ovviamente, tutto il resto, compreso il procurarsi un adeguato equipaggiamento, potrà essere successivo. A patto di avere tempo per farlo!
    Ad esempio: se fisseremo la partenza per il mattino successivo, non ci sarà un tempo adeguato per procurarsi l’occorrente per l’escursione. Occorre fissare il momento dell’escursione in modo da permetterci di organizzarci al meglio.
  • Ovviamente, se l’escursione sarà un qualcosa di non così impegnativo, ad esempio il Sentiero delle Cinque Terre, in Liguria, si potrà già disporre di un adeguato equipaggiamento (non occorre un equipaggiamento particolare: bastano un buon paio di scarpe da ginnastica o scarponcini leggeri per questo itinerario), e, se occorrerà qualcosa, lo si potrà acquistare con calma nel luogo di partenza, o dove si arriverà: un normale supermercato ci potrà aiutare a procurarci l’occorrente per la gita.
    Fissare un momento adeguato è fondamentale. E, come abbiamo visto, fissare anche l’escursione in questione, in un tempo che ci permetta di attrezzarci al meglio.
    Se, ovviamente, partecipiamo ad un’escursione organizzata, ad esempio dal Club Alpino Italiano (CAI), è fondamentale sapere che dovremo, in quel tempo che intercorre tra la nostra decisione di partecipare e la data dell’escursione, “metterci nelle condizione” di essere preparati. E decidere, in caso ad esempio la preparazione fisica non ci sia, di cambiare itinerario: in montagna può essere molto pericoloso sottovalutare un percorso, e non affrontarlo con una preparazione adeguata. La montagna, sappiamo bene, non perdona simili “leggerezze”, e il conto da pagare può essere davvero molto “salato”.

Tutto quanto visto ora, per i percorsi in montagna (che sono stupendi, naturalmente se si è in grado di affrontarli in sicurezza), si “traslerà” facilmente a decisioni esistenziali.

Comunque, già parlando della salita sulla Grigna Settentrionale, abbiamo posto l’accento sul fatto che è importante anche “dove” si farà l’escursione: questo cambia tutta la preparazione della stessa.
Parlando ancora di itinerari e di escursioni, se invece che sulla Grigna Settentrionale si volesse salire, ad esempio, alla Capanna Regina Margherita sul Monte Rosa, ad oltre 4500 m di altitudine, occorrerà un’equipaggiamento ancora più adeguato, oltre che una preparazione specifica per affrontare quelle quote: chi, come me, a quelle quote c’è stato (sono stato in Tibet, superando i 5000 metri di altitudine), sa molto bene che camminare a quelle quote non è di certo come farlo in pianura. È quindi fondamentale essere fisicamente preparati.

Ovviamente se l’itinerario sarà, ad esempio, il Sentiero delle Cinque Terre, o il Sentiero Alto della Riviera di Ponente, sarà richiesto un equipaggiamento molto più “lieve”, e una preparazione meno “mirata”: in quel caso, prepariamoci a godere di bellissimi scenari Liguri, senza pretendere troppo dal nostro fisico. Tuttavia, anche lì ricordiamo che ci sarà comunque da camminare! Mettiamolo in preventivo! Soprattutto se si decide di percorrere, ad esempio, l’intero Sentiero Alto della Riviera di Ponente, da Albenga a Capo Mele, sarà un itinerario non impegnativo, ma abbastanza lungo! Quindi, almeno un po’ di “disposizione alla camminata” occorre!

Come abbiamo visto, la volontà è solo la prima, e fondamentale, delle cose da fare per effettuare un’escursione. Tuttavia, come abbiamo visto, occorre preparazione fisica (ovviamente dipendente dall’itinerario scelto), un adeguato equipaggiamento, valutazione dei rischi, senza prendersene troppi, e condizioni meteo favorevoli. E, naturalmente… fissare il momento, e farlo per tempo.

Dalle “escursioni in montagna”…alle “escursioni nell’esistenza”: cosa fare quando si vuole affrontare un cambiamento

Tutto quanto visto sulla Montagna si “trasla” abbastanza facilmente nelle “escursioni” nell’Esistenza.
Solo, in questo caso la differenza sarà che da una gita in montagna si torna, alla fine, mentre alcuni cambiamenti possono essere più o meno “definitivi”, nel senso che ci si prepara a qualcosa che, di fatto, non è detto che preveda il “percorso di ritorno”.
Comunque, alcuni stilemi si ritroveranno, e ora prepariamoci ad esaminarli.

Se, quindi, vogliamo cambiare, occorrono:

  • Avere una direzione: è sicuramente importante sapere dove dobbiamo andare. Anche per sapere come comportarci. Se, invece che andare sulla Grigna, decidiamo di andare alle Cinque Terre, come dicevo, cambierà tutto, equipaggiamento compreso.
  • Il volerlo fare: Altrimenti è un cambiamento forzato, e non spontaneo. Nella nostra esistenza ne accadono, e talvolta vanno affrontati (sarà l’argomento della Terza Parte). Tuttavia, qui, almeno per il momento, ci occupiamo di cambiamenti “scelti” e non “obbligati”. Di quelli più o meno “obbligati” ci occuperemo, come dicevo, in seguito.

  • Avere informazioni chiare sul luogo o sulla situazione in cui vogliamo andare: Questo è importante, proprio perché almeno “sappiamo” dove andare. Occorre sapore quello che si sta facendo, e farlo con consapevolezza. Per questo è importante avere buone informazioni su quello che si sta facendo. E, ovviamente, aggiornate.
  • Avere tutto quanto serve per cambiare: Questo può volere dire di tutto, compresi visti, permessi o simili. Ad esempio, se andiamo in un Paese fuori Unione Europea, e prevediamo di starci a lungo, occorre ricordare che sarà necessario richiedere un Permesso di Soggiorno, ed occorrerà quindi informarsi sui prerequisiti per averlo.
    Se, invece, ci muoveremo in Unione Europea, le condizioni saranno diverse.
    Occorre anche sapere questo.
  • L’essere preparati a farlo: Questo vuol dire sapere cosa si sta facendo, e sapere se possiamo affrontarlo, anche da un punto di vista economico. Questo sarà fondamentale.
    Avere una chiara stima del “budget” necessario al cambiamento, ad esempio, ed entrare nell’ottica di affrontare spese e simili, è condizione necessaria per cambiare in sicurezza, senza eventuali “sorprese”, almeno non “calcolate”.
  • Avere condizioni non ostili: Se, nel luogo o nella situazione in cui vogliamo andare, ci sono situazioni sfavorevoli, o politicamente pericolose (ad esempio, una guerra o una guerriglia, lì o alle porte), magari è il caso di scegliere un altro posto.
    Occorre anche informarsi per capire se saremo ben accetti o ostracizzati. Anche questo è importante per cambiare “con il sorriso”, sapendo che, dove andremo, almeno in buona parte, troveremo “sorrisi” e non “facce scure” nei nostri confronti.
  • Fissare il momento del cambiamento: Ovviamente, sarà importante, per decidere che il cambiamento avverrà, stabilire “quando” avverrà. Prima, magari, in maniera più orientativa, poi in maniera sempre più dettagliata, fino a stabilire “giorno e ora” della partenza, del cambiamento di situazione o di luogo. Anche questo fa parte del cambiamento: senza definizioni sempre più chiare sarà impossibile che questo avvenga.

Quindi, come visto, la volontà non basta: è, è vero, il prerequisito per qualsiasi percorso: tuttavia, da sola, non garantisce alcun cambiamento: occorre altro, compresa una direzione da prendere.

La volontà, come visto, almeno quando i cambiamenti sono “stabiliti” e non “giunti sulla nostra testa”, è la prima cosa che ci permette di cambiare. Poi, però, occorrono una serie di passi e condizioni che devono verificarsi, perché si possa  cambiare “davvero”.

La volontà è la base di tutto, in questo caso almeno, in cui il cambiamento sia “deciso” e non “subito” (come già precisato, quello non è l’argomento di questo articolo).

Se non si vuole cambiare, quindi, non si cambierà.

Quindi, la scaletta che, sicuramente, sintetizza tutto, quando si deve cambiare, sarà più o meno sempre:

  • Volere il cambiamento: Se non si vuole “davvero” il cambiamento, questo non avverrà. Salvo quanto abbiamo detto prima sui “cambiamenti non voluti”, che però non è argomento di questo articolo.
  • Pianificare: E qui rientra tutto quanto visto, compreso prendere informazioni sul luogo e/o la situazione.
  • Partire, o comunque cambiare: Stabilire un momento per partire, o per effettuare il cambiamento, sempre più preciso, e partire, o cambiare situazione.

Ora, di seguito, vedremo dei casi in cui il cambiamento non avviene, e i motivi per cui non avviene.

Compreso il fatto che non c’è “davvero” la volontà di cambiamento, ma è solo un’”idea lontana”, un “sogno lontano”.

Vorrei ma non posso

Vorrei ma non ora…

O semplicemente “non voglio”?

Se c’è il “voglio” cambia tutto…

e si comincia a pianificare.

Questa questione è molto importante, da un certo punto di vista. Tra il “vorrei” e il “voglio” c’è una differenza enorme.

Il “vorrei” esprime un desiderio, che spesso non si realizzerà, e sarà destinato a restare tale. E questo porta, o può portare, rabbia.

Ad esempio, mi trovo a Milano in una calda estate. So che, se fossi, ad esempio, a Tallinn (tanto per fare un esempio), avrei un clima completamente diverso. Allora dico “Vorrei essere a Tallinn”. Questo, però, non significa che sarò davvero a Tallin. Significa solo che vorrei esserci. E, infatti, suona un po’ come “Come vorrei essere a Tallinn!”.

Qui, forse, questo “vorrei” fa nascere un senso di rabbia: che deriva dal contrasto tra dove si è e dove si vorrebbe essere.

Il paradigma appena descritto si applica a molte circostanze della vita. Ad esempio, una persona si trova in una situazione lavorativa che non ama, e ne sogna una diversa. A quel punto, però, questo non porta al cambiamento, perché “vorrei” è più un sogno che altro, una sorta di miraggio irrealizzabile. Allo stesso modo, ad esempio, se si trova un Capo con cui non va d’accordo, e pensa “Come vorrei un Capo più accondiscendente!”. Questo, però, non accade, perché il Capo… è quello che è.

Nel caso dell’andare, o del cambiare, anche qui, però, occorre distinguere tra un “andare per un po’” e “andare in maniera più o meno definitiva”. Vale a dire, “andare per qualche tempo”, o “prevedere un non ritorno”. Comunque, per il momento, seguiamo le due cose in parallelo. La differenza, però, esiste. E la vedremo più avanti.

Tornando al discorso principale, spesso, al “vorrei” segue qualche “ma”, vale a dire quello che impedisce alla persona il cambiamento. Ad esempio, può risultare: “Vorrei essere a Tallinn, ma non mi posso spostare perché ho la mia famiglia qui”, oppure, “Vorrei, ma non ho i soldi per farlo”, o altro ancora.

Spesso, al “vorrei” segue un “ma” che non è temporaneo, ma categorico e definitivo. Vale a dire che è un qualcosa del tipo: “Come vorrei essere altrove!”, che può essere una situazione o un luogo (ad esempio, un altro luogo di lavoro)… “Ma, però…” e segue, quasi sempre, un qualcosa di categorico, che non si può risolvere, almeno nell’immediato.

Se invece una persona sostituisce, riprendendo l’esempio di prima, il “Vorrei essere a Tallin” con il “Voglio essere a Tallin”, questo potrà fargli iniziare un progetto per andarci. Non è un andarci materialmente, ma è già una “dichiarazione di intenti” molto precisa, che porta in quella direzione. La persona lo “vuole”, non solo lo “vorrebbe”.

E qui si vede subito una cosa: il “Vorrei” è spesso seguito da un “ma” definitivo e categorico, mentre il “voglio” è seguito, o può esserlo, sia da un “ma” non definitivo e che, soprattutto, ha una scadenza ben precisa (questo, vedremo, è fondamentale!) che non sarà solo un “ma”, bensì un “ma prima devo…” a cui segue una scadenza, almeno di massima. Oppure, quando i “ma” sono esauriti o completati (come abbiamo visto, in questo caso hanno una “scadenza di completamento”) può seguire un “Voglio, e quindi…” da qui inizia la pianificazione del cambiamento, sino ad arrivare alla decisione del “quando”. Che, come visto, avverrà dopo avere pianificato il “come”.

Nel caso del “Voglio andare a Tallin”,  magari la persona in questione comincerà a guardare i voli, gli alloggi, le previsioni meteo anche a grandi linee del periodo, a pensare ai vestiti da portare e così via.

Poi, se deciderà di prenotare qualcosa, passerà, quando sarà il momento, a fare i bagagli e a partire.

Dal momento in cui avviene la prenotazione, del volo e dell’alloggio (questo, spesso, conviene, almeno per la prima tappa, farlo con la prenotazione del volo, o almeno prima di partire, onde evitare “sorprese”, trovandosi magari “all’aria aperta”: che, anche se è quella che volevamo, potrebbe non essere così piacevole da vivere “in modo forzato”!) abbiamo già realizzato il “fissare data e ora”, di cui parlavamo. A questo punto, il procurarsi quanto serve può avvenire anche dopo. Ovviamente, se occorrono visti o simili per il luogo dove si vuole andare, si cercherà di informarsi se questi visti e permessi servono “prima” o “dopo” che si è prenotato. Talvolta, infatti, servono “prima”, e alla richiesta di visto occorre allegare già il biglietto aereo. In altri casi, il biglietto aereo si acquista successivamente al visto. Ovviamente, occorrerà informarsi. 

Quindi, il “voglio” è ben diverso: quando si “vuole” una cosa, e non solo la si “vorrebbe”, poi si passa alla progettazione.

Riepiloghiamo anche queste nuove opzioni, vedendo, in uno schema riassuntivo, come il “vorrei” e il “voglio” sono diversi:

Vorrei:

  • Vorrei, ma…: Questo “Ma” è, solitamente, definitivo. Vale a dire, è qualcosa che, almeno in quel momento, e sotto quelle circostanze, non potrà cambiare. Quindi, è una sorta di “sogno proibito”, che non si può raggiungere.

Voglio:

  • Voglio, ma…: Anche il “voglio” può contenere un  “ma”. Solitamente, però, questo “ma” non è definitivo. Vale a dire, contiene qualcosa che ha un termine, spesso anche definibile, almeno a grandi linee. Ad esempio: “Voglio andare via, ma prima devo finire un lavoro”, oppure, “Voglio cambiare attività o posto di lavoro, ma prima devo concludere gli impegni già presi”. In questo caso, questo “ma” ha un termine, e non è di certo definitivo. Concludere delle cose o degli impegni può richiedere tempo, ma non è indefinito. È qualcosa che può richiedere sì, come detto, del tempo, ma, in linea di massima, è già possibile “quantificare” questo tempo, almeno a grandi linee.
    Quindi, qui c’è un “ma”: tuttavia, questo “ma” indica anche dei “confini temporali”, al di là dei quali il cambiamento sarà lì, perfettamente possibile.
    Quello che abbiamo definito è fondamentale: questo “ma” non è indefinito: in linea di massima, contiene un “limite temporale superiore”, che può essere anche relativamente lungo. Tuttavia esiste, e sarà davvero importante che ci sia: soprattutto per capire se questo voglio è un “vero” voglio, o un “vorrei” mascherato da “voglio”.

  • Voglio, e quindi…: Quando non c’è più alcun “ma” che ostacola la realizzazione del “voglio”, il passo successivo è quello che ho definito “e quindi…”. Vale a dire, da lì parte la pianificazione. Nel caso di un viaggio, come visto, si pianificano i voli e gli alloggi. Nel caso di un cambiamento di luogo o di situqazione, ci si organizza.
    Comunque, quando non c’è più alcuna situazione che ostacola il cambiamento, il passo fondamentale è la pianificazione del cambiamento.
    Se manca questo, come vedremo, sorgeranno diversi problemi.

Nota: quando il cambiamento…è provvisorio…oppure definitivo…“cambia” tutto!

Poco fa parlavo della differenza tra un cambiamento provvisorio o più o meno definitivo.

La differenza può essere davvero molto, molto grande: infatti, nel caso, ad esempio, di una gita in montagna, poi si torna al punto di partenza. Nel caso di uno spostamento, questo può essere definitivo oppure no. E la cosa cambia davvero.

Tra uno spostamento temporaneo, che poi può concludersi con un ritorno al punto di partenza, che si troverà, fatti salvi alcuni cambiamenti, come lo si è lasciato, e uno definitivo, almeno con buona approssimazione, che quindi non prevede il ritorno, almeno nella stessa situazione che si è lasciata, le cose cambiano davvero tanto.
Nel caso citato del viaggio a Tallinn, questo avrà un inizio e una fine. Già si prenoterà, magari, il viaggio di ritorno.

Quando ero stato, nel 2023, per 15 giorni tra Scandinavia e Repubbliche Baltiche, con termine a Varsavia, si era già stabilito un “confine temporale” per il viaggio: partenza per Copenaghen il 18 agosto, ritorno da Varsavia il 2 settembre. Già avere un biglietto “chiuso” ci dice che c’è un confine temporale, che lo spostamento è “per qualche tempo”.

Nel caso di “viaggio aperto”, in cui il ritorno non è fissato, già si lascia aperta la porta. Tuttavia, se ci sono impegni che ci attendono nel luogo da dove siamo partiti (ad esempio,, la ripresa dell’attività lavorativa), ci sarà comunque una necessità di tornare. Nel 2022, ero stato da degli amici a Tenerife. Lì ero partito senza prenotare il ritorno: infatti, su Facebook scrivevo: “L’avventura inizia: finirà? Non lo so”. In effetti, il viaggio aveva anche lo scopo di valutare un possibile trasferimento. Poi, questo non ha preso forma. Però l’idea c’era stata.
In questo caso, il tutto era completamente “aperto”.

Nell’ultimo caso citato, tuttavia, emerge anche il problema del “chiudere” con la Realtà da cui si parte. In ogni caso, se avessi deciso per un cambiamento di luogo, avrei dovuto tornare per “chiudere” con la Realtà di Magenta, dove vivo.

Questi esempi ci dicono come può cambiare la situazione, a seconda del fatto di affrontare un cambiamento “temporaneo”, più o meno lungo (come un viaggio, o uno spostamento “a termine”) o uno dal sapore del “definitivo”. Nel quale si porrà anche il problema del “chiudere”, almeno temporaneamente, la Realtà che si sta vivendo. E questo elemento, come vedremo, sarà molto importante, perché, al contempo, occorre “aprirne” una nuova. Altrimenti sorgeranno dei problemi.

Facciamo un esempio: una persona ha casa a Milano, e decide di spostarsi, per un anno, a Barcellona, tanto per citare un luogo (potrebbe essere Berlino o Vienna: il luogo è un luogo qualsiasi). In quel periodo, potrebbe decidere di affittare la casa di Milano, se è di sua proprietà… oppure di non farlo nemmeno. Dopo un anno tornerà, e troverà più o meno tutto come l’ha lasciato.

Il problema sarà già diverso se la casa di Milano sarà in affitto: in quel caso, si porrà subito il problema se “lasciarla” oppure no. Pagando però, in quel caso, due affitti: uno a Milano e l’altro a Barcellona, per un anno. Nel caso, però, si lasci, ci sarà subito il problema del trasloco da affrontare, e la certezza che, dopo questo anno, si tornerà comunque in una situazione “diversa”, nel senso che occorrerà una nuova casa. Questo problema, quindi, è più delicato: forse, in questo caso, se si prevede di non superare l’anno, è ancora meglio tenere la casa in affitto. Anche se questo varia da situazione aq situazione, visto che tenere la casa in affitto comporta il pagamento di cifre non indifferenti (soprattutto in una città com Milano, ma in generale ovunque!)… per non utilizzarla.

La situazione, in questo caso, va comunque vagliata.

Se, però, si deciderà di lasciare il tutto in modo più o meno “definitivo”, le cose cambieranno: affitterà o addirittura venderà la casa, per prenderne una dove andrà. In caso decida poi di tornare, troverà dei cambiamenti notevoli, anche perché ha fatto un passo di fatto quasi “definitivo”, anche se non c’è nulla di “davvero” definitivo. 

Quindi, in entrambi i casi c’era un “voglio” e un “vado”: tuttavia, le cose sono piuttosto diverse.

Anche perché, se la persona non è sola, ed ha legami o simili, la differenza tra un cambiamento “temporaneo” e uno più o meno “definitivo” può essere molto forte.

Faccio ora due esempi: il primo è relativo al marito di una mia amica. Questo era temporaneamente “di sede lavorativa” in Lituania, a Kaunas, la seconda città del Paese. Si trovava molto bene.

In quel caso, il cambiamento c’era stato…ma era limitato nel tempo, era per qualche anno. E spesso questa persona tornava in Lombardia: e, nella stagione estiva, la moglie andava da lui per qualche tempo. Era stato inviato lì dalla sua ditta.

Un cambiamento limitato erra stato accettato dalla famiglia di lui, vale a dire dalla moglie: la figlia che aveva era molto piccola, e quindi non aveva “preso parte” alla decisione.

Poi, qualche tempo dopo, è stato messo davanti alla scelta “definitiva”: trasferirsi lì, oppure tornare definitivamente nelle zone dove abitava anche la famiglia.

Lui si sarebbe trasferito, a quanto so: tuttavia, la moglie non voleva trasferirsi.

Quindi lui, di fatto, si è trovato “costretto” a tornare da dove veniva: anche se, fosse stato solo, avrebbe preso la via della Lituania. Ma non era solo, e questo ha cambiato tutto!

Un altro caso è relativo ad un persona che, per un anno, si era trovata a lavorare in una città a ovest di Stoccolma, in Svezia.

Questa persona si era trovata molto bene. La cosa era limitata nel tempo (credo un anno): di conseguenza, la sua compagna, ora sua moglie, aveva accettato la cosa, in quanto temporanea.

Poi, la cosa avrebbe potuto diventare definitiva: nel senso che aveva ricevuto la proposta di restare lì, facendo di quei luoghi la sua dimora stabile.

In quel caso, la compagna non ha voluto trasferirsi. Quindi, anche per lui, non è stato possibile spostarsi.

Questo fatto, quindi, ci fa capire come siano diverse le cose tra un cambiamento “temporaneo” e uno di fatto “definitivo” o quasi. E come ilo fatto di essere soli o di “coinvolgere” anche altri , a cui siamo legati (fidanzate, mogli o addirittura la famiglia), cambi davvero tutto!

Quando ero a Tenerife, ero andato a trovare dei miei amici che si erano trasferiti lì. Con loro, la figlia di 18 anni, che appariva intrattabile. A detta anche degli stessi genitori, non aveva proprio “digerito” il trasferimento, sentendosi come “strappata di forza” dalla sua realtà e dal suo insieme di relazioni.

Successivamente, la madre aveva davvero “pregato” la sorella (la zia delle figlie), con la quale le figlie erano in ottimi rapporti, di “tenere”, almeno temporaneamente, le figlie.
Successivamente si era liberata una casa, della madre li questa mia amica, dove le ragazze si sono entrambe trasferite. Risolvendo quindi la situazione. Mentre i miei amici si sono trasferiti, da Tenerife, alla Spagna Continentale.

Nel caso in cui, invece che di un luogo, si tratti di una situazione, ad esempio un cambio di lavoro, spesso lì il “ritorno indietro” non appare possibile. Salvo rarissimi casi, quando si cambia luogo di lavoro il passato non torna più indietro: in quel caso, il cambiamento è definitivo. Non è, quindi, la ditta che sposta una persona per qualche tempo, e anche in quel caso il “voglio” può essere relativo, perché, anche se noi no “vogliamo” c’è un impulso ben preciso, che vedremo nella Terza Parte, ma è un cambio che non prevede il ritorno alla condizione precedente. Questo occorre saperlo, ed essere consapevoli di questo: magari si andrà in qualcosa di migliore, soprattutto se dove si è non ci si trova bene: tuttavia, in quel caso il ritorno indietro non sarà, in linea di massima, salvo rari casi, possibile.

Nel caso di cambiamento di luogo, invece, ovviamente il cambiamento provvisorio e definitivo cambierà anche le questioni di tipo “formale”. Infatti, in caso di spostamento provvisorio la persona sarà comunque residente nel luogo da cui proviene, dipenderà da quel luogo, avrà una trasferta e simili. Nel caso in cui, invece, la cosa divenga definitiva, la persona avrà una residenza nel luogo dove andrà, e dipenderà da là a tutti gli effetti:non sarà ovviamente più in “trasferta”, perché sarà là “in pianta stabile”, e così via. Di fatto, anche l’aspetto “formale” cambia completamente.

E anche questo fatto va tenuto presente: nel caso le persone citate avessero scelto di spostarsi nei luoghi dove erano in maniera definitiva, sarebbero cambiate anche le loro condizioni formali, comprese quelle contrattuali. In meglio o in peggio? Non so: comunque, anche questi aspetti, ovviamente, sarebbero stati da valutare.

Ora proseguiamo il discorso. Quello che abbiamo appena detto ci servirà, perché abbiamo citato due casi dove la decisione di andare, quindi il “voglio”, è stata di fatto “una decisione di altri”.

Quindi, il “voglio” c’è stato, ma è stata, di fatto, una “proposta”, non una “decisione cercata”. In qualche modo, le persone citate se la sono “trovata davanti”, come proposta della struttura con la quale già collaboravano.

Nel proseguo, affronteremo anche questo caso. Anche se lo lasceremo inizialmente “nell’Ombra”, perché ci occuperemo delle scelte più “cercate” e non di fatto “proposte”.

Comunque, riprenderemo anche questa opzione alla luce di quello che vedremo subito sotto.

Per il momento possiamo aggiungere anche l’opzione, in caso di cambiamento “definitivo”:

  • “Chiudere” con la Realtà da cui si va via (nel caso di cambiamenti più o meno “definitivi”): Ne parleremo anche nella Seconda Parte: quando si decide per un cambiamento più o meno “definitivo”, è importante decidere di “chiudere” con la Realtà da cui si parte, sia essa un luogo o una situazione. Questo vuole dire chiudere anche tutto quanto era in sospeso, e occuparsi di dettagli formali, quali case o altro ancora.

Pianificare è anche…spostare l’energia e la progettualità dove si vuole andare…e, soprattutto… smettere di mantenerla…dove non si vuole restare (caso “possibile”: voglio… ma non cambio)

Come abbiamo visto, gli elementi base per il cambiamento sono tre: volere, pianificare, cambiare.

Il secondo di questi elementi è fondamentale: se non c’è questo elemento, le cose non si verificheranno.

Anche nel caso di una proposta fatta da altri, infatti, occorre sicuramente “volere” cambiare. Altrimenti, la cosa non sarà possibile da effettuare. Anche se, nella terza parte, vedremo che questa scelta, talvolta, diventa di fatto “obbligata”, e la “proposta” assomiglia, talvolta, quasi a un’”imposizione”. Questo, però, lo vedremo, come dicevo, nel seguito di questo lavoro.

Perché il cambiamento avvenga, però, occorre anche un’altra condizione: non solo occorre spostare energia e progettualità, dove vogliamo andare (sia questo un luogo o una situazione), ma dobbiamo anche smettere di investirla nel luogo o nella situazione dove non vogliamo rimanere.

Questo perché, dove va la nostra energia, andiamo anche noi. O, più direttamente, dove va la nostra progettualità, lì andiamo anche noi.

Ho parlato prima del problema del “chiudere” con il luogo o con la situazione che si sta lasciando: ebbene, anche questo smettere di investire energia fa parte del “chiudere”.

Se, quindi, vogliamo lasciare un luogo, o una situazione, e continuiamo a progettare e a investire energia nel luogo che vogliamo lasciare, sarà inevitabile che ci rimarremo. Come si suol dire, come possiamo lasciare un luogo o una situazione, se lì continuiamo a progettare e costruire?

Riprendendo anche quanto si diceva sul chiudere, lasceremo invece tutto “aperto” in quel luogo.

Posso fare un esempio: una persona vuole lasciare un luogo, trasferirsi in un altro. Tuttavia, sta, ad esempio, pianificando, in quel luogo, un Convegno per il marzo 2026. Questo vuol dire che, per il marzo 2026, non solo sta “immaginandosi” lì, ma sta “progettando” la sua vita ancora lì.

Ancora, consideriamo l’esempio di una persona che è in un determinato luogo, che vuole lasciare. Supponiamo che questa persona abbia una carica in un’Associazione che frequenta e con cui collabora. Supponiamo anche che quella carica non possa “portarsela” anche altrove. Se, quindi, quella persona continuerà a vedere quella carica come parte di un suo futuro a medio o lungo termine, sta già pianificando il suo futuro in quel luogo.

Questo meccanismo dice una cosa importante: quando si vuole cambiare qualcosa, non occorre “lottare” contro ciò che si vuole lasciare: basta farselo “scivolare via”. Con questo, però, si intende anche smettere di progettare e costruire dove non si vuole restare. Se lo si farà, sarà inevitabile rimanerci.

Possiamo anche qui riepilogare in punti quanto detto sinora. Vedendo anche qualche possibile esempio.

Per spostarsi da un luogo, o da una situazione, occorre quindi:

  • Smettere di investire energia e progettualità nel luogo o nella situazione che si vuole lasciare: Se si continuerà a progettare e a costruire nel luogo o nella situazione che si vuole lasciare, sarà inevitabile rimanerci. Anche perché, non solo, staremo immaginando il nostro futuro in quel luogo o in quella situazione: lo staremo progettando!
    Anche questo fa parte, in un certo senso, del “chiudere” di cui si parlava in precedenza.
  • Spostare l’energia e la progettualità nel luogo o nella situazione dove si vorrà andare: Questo fa parte della “Pianificazione” di cui parlavo poco fa. Pianificare, infatti, vuol dire anche progettare dove si vuole andare. Altrimenti, forse, ci si sentirà del tutto persi. Più lo faremo, più fenomeni come la tristezza e la nostalgia svaniranno. Proprio perché la nuova Realtà comincerà a prendere forma.
    Riprendendo la nomenclatura precedente, se si “chiude” da qualche parte, occorre “aprire” da un’altra: altrimenti si rimane “sospesi”, di fatto, nel nulla.

Questo vuol dire, innanzitutto, che non si va, in linea di massima, “alla cieca”. Si cambia, sì, ma con intelligenza, sapendo quello a cui si va incontro.

La frase “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova” non è, in linea di massima, un invito al “non cambiamento”, ma è un invito a “sapere” cosa ci aspetta nel cambiamento. Trasformando quindi la frase in “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia… e sa quel che trova”, nel senso che si cambierà già sapendo, almeno a grandi linee (poi, l’incognita c’è sempre, e questo va messo in preventivo!), cosa lo aspetterà dopo il cambiamento.

È quindi importante un’adeguata progettualità dove si vuole andare.

Facciamo un esempio: supponiamo che una persona voglia trasferirsi in un altro luogo. Come prima cosa, sarà importante stabilire “dove”. Un semplice “me ne voglio andare” non basterà: se non c’è una meta non si va da nessuna parte.

Poi, dovrà smettere di progettare dove si trova: altrimenti, ovviamente, non si sposterà da dove è in quel momento, perché starà progettando la sua esistenza lì. Piuttosto, dovrà “chiudere” le sue attività nel posto (o nella situazione) da cui vuole andare via.

Nello stesso tempo, però, per evitare l’alienazione che potrebbe derivare dal “vuoto” dello smettere di investire energia in un determinato luogo, l’energia e la progettualità devono spostarsi dove la persona vuole spostarsi, sia questo un luogo o una situazione.

Nel caso, ad esempio, voglia spostarsi di luogo, ad esempio voglia andare in Germania, in Polonia, in Svezia o altro ancora, deve avere ben chiaro dove vuole andare nello specifico.

Poi, dovrà prendere adeguati contatti, in modo da non andare “alla cieca”.

Ad esempio, se ha individuato il luogo dove vuole andare, dovrà, anche facendosi aiutare dall’Intelligenza Artificiale, a progettare qualcosa. Ad esempio, se vuole dedicarsi a cose culturali, dovrà prendere contatti con le Associazioni Culturali del luogo dove vuole andare (in questo l’Intelligenza Artificiale aiuta moltissimo), e vedere se si hanno delle risposte. Questo già dirà se il “terreno” è favorevole: nel caso di risposte non pervenute, forse questo potrebbe dirci che il terreno non è favorevole. Nel caso le risposte arrivino, si può approfondire, anche utilizzando la Rete e strumenti come Zoom, Google Meet o altro ancora, e prendere contatti “diretti”, nel senso di “dialogare” con i vari referenti.

Lo stesso qualsiasi cosa si voglia fare: oggi la Rete, in quel senso, aiuta moltissimo. E permette di non andare “alla cieca”.

Nel caso si voglia cambiare, ad esempio, lavoro o altro, si cercherà di capire “cosa ci aspetta” dove andremo. Per non fare un “salto nel buio” ma un “salto illuminato dalla conoscenza”.

Questo, come vedremo, sarà fondamentale.

Qui, però, si può riprendere anche il discorso fatto in precedenza, quello della scelta che di fatto è una proposta. In cui, quindi, la “progettualità” è già stata fatta da altri, e ci viene proposta.

Se, ad esempio, abbiamo una proposta di spostamento, anche temporaneo, da una ditta con la quale collaboriamo, in quel caso la “progettualità” sarà già stata effettuata da quella ditta. Infatti, giungendo lì, troveremo di fatto tutto pronto per cominciare la nostra nuova attività, o, meglio, l’attività nella nostra nuova sede.

Tuttavia, ci potrebbe comunque essere progettualità se, oltre a quell’attività, facciamo altre cose, che non chiamo “Hobby”, perché non mi piace, ma “attività collaterali” o “parallele”. Ad esempio, queste potrebbero essere Teatro, Danza, Poesia, Musica e così via. In quel caso, la progettualità potrebbe portarci a prendere contatti per vedere se, almeno qualcuna di quelle attività, sia fattibile dove andremo. Questo può essere interessante. Tuttavia, se la proposta arriva da qualcuno (questo potrebbe essere anche un invito diretto nel luogo dove stiamo andando) troveremo già un ambiente che saprà di noi, e in qualche modo ci accoglierà. A quel punto, anche organizzare attività parallele sarà più facile.

E poi, spesso, in questo caso, vale a dire quello di offerta da altri, questa è a tempo determinato (anche se non è detto, soprattutto se la proposta proviene dal luogo “di destinazione” e non da quello “di origine”): quindi non c’è, almeno sulla carta, una chiusura definitiva.

Ben diverso, come dicevo, è se la proposta viene dal luogo dove stiamo andando: in quel caso, il tutto potrebbe avere un  “sapore” già più definitivo. Anche se non è detto: però, è già più facile.

Anche in questo caso, comunque, il “voglio” è fondamentale: questa cosa dobbiamo innanzitutto “volerla”.

E lo è anche lo “spostare altrove” la progettualità: dal momento in cui abbiamo detto “sì” alla proposta, venga questa dal luogo da cui partiamo, o da quello in cui siamo diretti, occorre “chiudere” con la progettualità da dove si sta partendo, salvo per quelle cose, ovviamente, che riguardano lo spostamento (come affitto della casa, eventuale trasloco, in caso di spostamento più o meno “definitivo”, o simili) e spostarla dove si sta andando.

Altrimenti, si finisce per vivere di malinconia e rimpianti.

E occorre anche ricordare che, finché saremo dove stiamo andando, quello sarà il luogo della nostra vita: occorre, quindi, pensare di costruire qualcosa di bello (anche) là. Essendo, al contempo, aperti a quel nuovo ambiente.

Ovviamente, più è lungo il periodo di spostamento, più sarà importante la costruzione dove andremo. Se saranno pochi mesi, sarà solo una “parentesi”, ma se saranno anni, sarà importante progettare anche dove saremo. Anche in eventuali attività “parallele”, sperimentando quindi nuovi possibili orizzonti.

Mettere in preventivo…di parlare la lingua…del luogo dove si andrà (Questo sarà tanto più importante quanto lo spostamento sarà “lungo”)

Questa è una cosa da considerare: dovunque si voglia andare, occorre mettere in preventivo una cosa: siamo esseri umani, e di conseguenza, dobbiamo comunicare.

Questo vuol dire che lo facciamo mediante un linguaggio.

Comunicare mediante un linguaggio vuole dire che occorre conoscerlo.

Questo significa solo una cosa: se volete andare in un luogo (soprattutto per un tempo lungo, che tende al “definitivo”), dovete mettere in preventivo di parlarne la lingua.

Una cosa simile, per l’Italiano Medio, può fare “storcere il naso”. A questo argomento ho dedicato ben quattro articoli che troverete nella mia Pagina Autore di questo Giornale (sono gli ultimi quattro in ordine di tempo). Inoltre, ho pubblicato anche un libro, “Apprendimento Naturale: “ritornare come bambini”… per “rinascere nuovi””.

Non ci sono, come ho detto, fattori genetici, ma fattori culturali: l’Italiano viene “bloccato” dalla Scuola, che gli “sabota” letteralmente le sue capacità naturali di assorbire una lingua, parte di lui, anche con l’ossessione dello sbagliare (non a caso avevo scritto, negli articoli e nel libro: “L’errore? Pensate che non ci sia!”). Per cui è ossessionato dalla Grammatica, e simili.

Per lui, una nuova Lingua significa un insieme di regole da padroneggiare. Di conseguenza, la prima cosa che si chiede, o addirittura che chiede esplicitamente, è “Com’è la Grammatica?”.

Infatti, ho conosciuto persone che si erano spostate in altri Stati parlare proprio della Grammatica della lingua del luogo dove si trovavano: questo vuole dire che per loro era il “punto di partenza”. Mentre, come è stato mostrato, questa può essere, al limite, un “punto d’arrivo”, da prendere in considerazione quando già una lingua è fluente.

Come ho detto in quegli articoli e, ancora di più, nel mio Libro… almeno per ora dimenticate la parola “Grammatica”: si tratta solo di uno strumento di analisi del linguaggio, e non di certo di uno strumento per parlare. Quindi, scordatevi che esista, almeno in una prima fase.

Poi, avevo consigliato di sostituire l’espressione: “Imparare una Lingua” con “Assimilare una Lingua”: come mostrato negli scritti citati, una Lingua non è un insieme di regole da padroneggiare, ma un flusso naturale da assimilare. Se la vedrete così, siete già a un punto avanzato.

I miei articoli e il mio libro vi potranno dare già diversi elementi: se volete poi un metodo per “assimilare” la lingua del luogo dove volete andare, e non lo trovate da soli (sarebbe bello se poteste tropvare il “vostro” metodo, una volta stabilito l’obiettivo della fluidità linguistica) potete rivolgervi a metodi esistenti, quali l’Assimil. Quest’ultimo vi metterà in condizione, in breve tempo, se lo seguirete, di destreggiarvi nella lingua del luogo dove andrete.

Ricordate, comunque, che l’immersione è il metodo migliore per assimilare una lingua: se questo vi darà problemi, è solo perché la Scuola vi ha sabotato questa capacità naturale. Nel mio libro e nei miei citati articoli ne ho parlato in dettaglio.

Comunque, ricordate che quella capacità è ancora lì: ve l’hanno sabotata ma non cancellata. Potete decidere di riprenderla in mano.

Non fate come fanno molti italiani, però, che vivono in un luogo e non ne parlano la lingua: di fatto, vivono lì come se vivessero in Italia. E questo ha poco significato.

In generale, la “lingua da assimilare” fa parte della pianificazione: mettetela in preventivo, e procedete. Senza, come vi ho detto, i vari: “Com’è la Grammatica?”. Quello è il modo perfetto per non assimilare nulla!

Anche in questo caso, consideriamo l’opzione in cui lo spostamento sia temporaneo, e magari indirizzato da qualche struttura con cui già collaboriamo.

In quel caso, probabilmente nell’ambiente in  cui la persona si trova si parlerà una lingua “internazionale”, verosimilmente l’Inglese. Quindi, si sarà immersi in un ambiente in Lingua Inglese.

Se, ad esempio, si è in una Repubblica Baltica, quale la citata Lituania, lì tutti parlano correntemente Inglese. Lo stesso nei Paesi Scandinavi. Nei Paesi citati la fluidità linguistica non è considerata “privilegio di pochi” ma “diritto di tutti” (vedi la seconda parte del mio lavoro sull’Apprendimento Naturale , o anche la playlist sul mio Canale Youtube  dedicata all’Apprendimento Naturale. In particolare il primo video di questa): quindi la Lingua Inglese, insegnata a Scuola, la parlano tutti fluentemente. Quindi, la persona potrà comunicare in Inglese, se starà lì per poco tempo.

Però, personalmente, io amo sempre comunicare, dove possibile, nella Lingua Locale: mi sembra un modo per “abbattere le barriere” con il luogo stesso.

Se, quindi, il soggiorno si prolunga per più tempo, considerate di assimilare la Lingua Locale.

Se avete “sbloccato” al meglio le vostre capacità naturali di assorbire una lingua (vedi i miei citati lavori), non avrete problemi a farlo in modo naturale.

Quando il cambiamento… diventa una fuga: partire… senza progettare nulla… è cosa da non fare…a meno che non ci sia disperazione… però… se ne rischia un’altra, dove si andrà

Come visto, quando si cambia luogo o situazione, i passaggi fondamentali da compiere sono tre: volerlo fare, pianificare e agire. Nella pianificazione, come visto, è compresa anche la “Chiusura” con la Realtà che si vuole lasciare, sia questa un luogo o una situazione.

In alcuni casi, purtroppo, manca però il passaggio fondamentale: quello della pianificazione. Nel senso che si va, è vero, ma senza pianificare nulla dove si vuole andare.

Spesso, questo è il caso della fuga dal luogo dove ci si trova, o dalla situazione in cui si è, senza però pianificare nulla dove sia andrà, luogo o situazione che sia.

In quel caso, l’unico obiettivo è quello di “lasciare qualcosa” e non di “andare verso qualcosa”. Spesso, in questo caso, non si programma nulla: interessa solo “andare via” e non “andare verso”.

Questo può, al limite, funzionare se si “fugge da” una situazione temporanea. Ad esempio, se si fugge da un clima troppo caldo, si può anche decidere di passare l’Arco Alpino, che per sua caratteristica blocca i venti da Nord e trattiene calore e umidità, e di fermarsi in qualsiasi luogo ci piaccia, prenotando qualcosa per alloggiare dove saremo, magari di economico (ci sono Bed and Breakfast, soprattutto in alcune località, quali la Polonia, che costano poco più di un affitto, e nemmeno alto!). Viaggiare così può anche essere divertente. Anche perché, comunque, dopo un po’ il “cerchio si chiude” con il ritorno al punto di partenza.

Tuttavia, anche in questo caso, dovremo decidere “dove” andare, già dall’inizio: a Nord, a Sud, a Est, a Ovest. Ad esempio, da dove mi trovo, se decido di prendere l’auto, dovrò decidere se procedere verso Torino, verso la Svizzera, verso il Veneto e il, Trentino, e poi ancora più a Est, oppure verso gli Appennini, o comunque verso Sud. Una direzione, insomma, dovremo averla. Anche andando “alla ventura”.
Se, poi, decido per un volo aereo, dovrò prenotare qualche destinazione: quindi, dovrò sapere “dove andare”. Però, come visto, in questi casi si prevede il ritorno.

Se, però, l’obiettivo è progettare uno spostamento, la fuga in sé può dare dei problemi. Infatti, c’è solo il “voglio”, e null’altro. Magari c’è la chiusura con la Realtà che si lascia, ma non c’è alcuna progettualità in quella che si vuole raggiungere.

È, se così si può dire, quasi la posizione del “Profugo”, che di fatto “fugge”, spinto da un’esigenza (anche se, però, nel caso del Profugo, manca quasi sempre il “voglio”: la partenza è obbligata).

In particolare, sui passi indicati in precedenza, come visto c’è la fine, o in questo caso la “brusca rottura”, di qualsiasi progettualità nel luogo dove si è: però, nello stesso tempo, non c’è alcuna progettualità dove si va.  Se lo scopo è solo quello di “farci un giro” va bene: è già un modo per “orientarsi”. Tuttavia, se fuggiamo così, alla ventura, potremmo poi trovare diversi problemi.

Anche se la “fuga” è comunque lecita: un’amica, stufa delle restrizioni italiche imposte durante il “Periodo Epidemico”, in particolare il Green Pass, una bella mattina di novembre 2021 era partita da Firenze, con madre e cane al seguito, alla volta dell’Andalusia. Però, aveva comunque preso contatti con una Comunità Italiana là residente.

In fondo, Seneca  diceva a Lucilio, nella Lettera XXVIII delle “Epistole a Lucilio”, “Animum debe mutare, non caelum” (Devi cambiare animo, non cielo). E questo dice davvero molto: se si fugge da qualcosa che abbiamo dentro di noi, la ritroveremo dove andremo.

Il cambiamento, infatti, non è fuga, ma è un “andare verso”. Altrimenti, è sempre un “guardare indietro”.

Vedremo molto bene, nella prossima parte, dove saranno fatti degli esempi, come chi si sia spostato solo “guardando indietro” abbia, effettivamente, riprodotto le stesse problematiche dove si è trovato.

Questo ci dice che, comunque, quando si cambia qualcosa, occorre progettare laddove si vuole andare. Altrimenti è una pura fuga, non un vero cambiamento. È un “andare verso il nulla”.

Nel caso di una situazione occorre anche, se si lascia una situazione, ad esempio lavorativa, avere un’alternativa. A meno che, come dicevo, si sia costretti a cambiare per, di fatto, disperazione o impossibilità di reggere una situazione. In quel caso va bene qualsiasi cosa: anche perché, comunque, siamo in una situazione in cui il “nulla” è comunque preferibile a quello che si sta vivendo, almeno come percezione.

A meno che, il cambiamento avvenga… non voluto da noi. Questo però è un altro discorso, e sarà l’argomento della Terza Parte di questo lavoro.

Abbiamo così concluso la Prima Parte di questo lavoro: nella quale, auspico, sia stata data una panoramica esauriente sul tema del cambiamento, e  dei passi che vanno affrontati quando si vuole cambiare, anche in rapporto alla durata del cambiamento, e al fatto se questo sia più o meno “definitivo” o sia solo un temporaneo “cambio di orizzonte”.

Nella prossima parte considereremo dei casi specifici relativi a spostamenti effettuati o mancati, dove mancavano una o più condizioni di quelle elencate in questo articolo. Evidenziando, al contempo, altre cose che avvengono quando si decide di cambiare, compresa la “rinuncia” a qualcosa, necessaria quando si sceglie.

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