Thich Nhat Hanh: la profondità della soavità

Thich Nhat  Hanh: la profondità della soavità

Di Sergio Ragaini

In ricordo di un Grande Maestro

Una figura mite, lieve, ben lontana da quell’”imponenza” che possiamo trovare in altri Maestri Spirituali. Eppure, l’imponenza di questo Maestro Zen è proprio nella leggerezza con cui ha saputo portare il Dharma Buddhista in Occidente, rendendolo lieve e accessibile, e, nello stesso tempo, permettendo di coglierne l’essenza più profonda. Il suo “andare al Cuore” dell’insegnamento del Buddha l’ha sempre caratterizzato, e ne ha fatto, sicuramente, uno dei più grandi maestri di tutti i tempi. Averlo conosciuto è stata, sicuramente, una grandissima fortuna, e quell’incontro è stato un momento indimenticabile. Che vola oltre lo Spazio e il Tempo.

Era l’ormai lontano 2005, a Ostia Lido, nel circondario di Roma. Ero lì per lui: per il Maestro Thich Nhat Hanh. L’occasione di conoscerlo da vivo, di incontrare questa figura che tanto mi aveva affascinato, mi aveva colpito, nel non lontano passato, era troppo importante per lasciarsela sfuggire. E così, raggiungere Roma è stata l’occasione per incontrare questo maestro, ascoltando i suoi insegnamenti direttamente da lui, e dal suo Sangha. Si dice così, nel Mondo Buddhista, la Comunità che vive secondo gli insegnamenti del Buddha.

I tre gioielli del Buddhismo: Il Buddha, come figura storica, il Dharma, il corpo dei suoi insegnamenti, il Sangha, la Comunità dei Praticanti, sono il fondamento di questa meravigliosa Filosofia Spirituale. Una Filosofia che, in quei giorni, è stata quantomai viva, vitale. Grazie agli insegnamenti di Thich Nhat Hanh, e del suo Sangha, vale a dire di coloro che, quotidianamente, lo seguivano, nel suo Centro di Plum Village, in Francia, situato a Meyrac, in Bordogna.

Ricordare quei giorni, a distanza di così tanti anni, pare davvero un affondare la mente in una strana nebbia del passato. Una nebbia, tuttavia, dove prendono forma immagini, suoni, e luoghi. Che, incredibilmente, sono ancora qui, nella mia mente, a distanza di tempo. In fondo, lo stesso Thich Nhat Hanh diceva che, nella Dimensione Assoluta, non esistono né Spazio né Tempo, non si nasce e non si muore, e il Buddha è qui, con noi, e ci tiene la mano durante la Meditazione Camminata.

La Meditazione Camminata: una pratica del Buddhismo Antico, quello Theravada (che vuol dire appunto “Buddhismo degli antichi”), che Thich Nhat Hanh ha riportato alla luce in maniera mirabile, fondendola con il Buddhismo Mahayana, l’altro grande filone Buddhista, dove la Comunità è fortemente presente, e dove sono presenti anche due Sutra (diconsi così i discorsi, gli insegnamenti del Buddha) che sono stati rivelati successivamente alla morte del Buddha: quello del Cuore e quello del Diamante.

D’altra parte, non poteva essere che così: questo Maestro, infatti, ha fatto della Comunità, il Sangha, uno dei suoi punti di forza: quella Comunità che ha come base un solo elemento: la Consapevolezza di ogni proprio gesto, di ogni istante della propria esistenza.

È questa la pratica base di questa Tradizione, e in generale di tutto l’Universo Buddhista, che presenta pratiche molto diverse tra di loro: tutto deve essere compiuto in totale consapevolezza, ritenendo che ogni singolo gesto, anche quello che riteniamo il più banale, sia in realtà un gesto importante, perché aiuta a costruire la nostra esistenza, quello che siamo.

Thich Nhat Hanh ha portato tutto questo davvero alla sua massima espressione. Ponendosi con il sorriso nel filone di quel Buddhismo Zen, che esprime immediatezza e semplicità, e nello stesso tempo rivoluzionandolo, trasformandolo, rendendolo diverso.

Questo Maestro, sicuramente occidentale, ha vissuto, come il Dalai Lama, l’esilio, stabilendosi in Francia, dove ha fondato il citato Centro di Plum Village.

Come per il Dalai Lama, l’esilio ha permesso al Maestro di incontrare altri Mondi. Portando la sua Tradizione in Occidente. Non solo: questo Maestro ha saputo “parlare” all’Occidente, portando all’Occidente un Buddhismo adatto per l’Occidentale, senza per questo snaturarlo, ed andando piuttosto al suo cuore, alla sua essenza: quell’essenza che, troppo spesso, viene persa di vista tra rivoli e orpelli che, seppur suggestivi, tendono ad adombrarla.

Quello che ha sempre colpito di questo Maestro è stato proprio il rendere semplici cose molto complesse, andando al “Cuore” dell’Insegnamento del Buddha, in maniera diretta. Un suo libro si intitola proprio così: “Il cuore dell’insegnamento del Buddha”. In questo testo, Thich Nhat Hanh pone tutti i fondamenti del Buddhismo. E lo fa con il sorriso, con leggerezza, con soavità. Senza, però, tralasciare nulla, e permettendo a chi legge questo libro di capire subito cos’è il Buddhismo, quali sono i suoi fondamenti, quale il suo scopo e il suo fine ultimo.

Un altro suo testo fa capire come questo Maestro sapesse semplificare cose che avrebbero richiesto trattati e trattati: si tratta de “La Via della Trasformazione”. In una serie di “flash” (51, per l’esattezza), immediati quanto chiari, Thich Nhat Hanh ha presentato un vero “trattato” di Filosofia Buddhista. Evidenziando tutti i suoi elementi fondamentali: la Coscienza Deposito, la Coscienza Mentale, il Manas. Era qui davvero strabiliante notare come la Filosofia Buddhista avesse anticipato, con il concetto di Coscienza Deposito, la Psicologia Occidentale: infatti questo concetto appare di fatto assimilabile a quello di Inconscio, seppur leggermente diverso nella descrizione. Tuttavia, è davvero il luogo dove tutto si ritrova, e dove, per dirla con le sue parole, tutti i “semi” delle nostre emozioni e delle nostre sensazioni trovano posto, in attesa di essere fatti emergere.

Scoprire che tutto questo era stato detto in parole semplici e immediate è davvero notevole. E fa capire che la grandezza è proprio quella di andare all’essenza delle cose.

Il libro che, però, mi aveva portato su questo percorso, era stato un altro: “Spegni il fuoco della rabbia”. Era l’inizio del 2004: allora abitavo a Lecco. L’avevo trovato quasi per caso, alla Libreria “Giunti Demetra” di quella città. Non so cosa mi abbia colpito di questo testo: la copertina? Il sorriso di questo Monaco, che su di essa vi era raffigurato? O altro ancora?

Oppure è stata solo l’intuizione che mi aveva fatto scegliere questo libro, tra i tanti presenti in quella libreria?

Non so: l’unica cosa certa è che l’avevo acquistato, e l’avevo iniziato a leggere. Mi aveva subito colpito il modo con cui questo Maestro si esprimeva, e la semplicità della sua proposta. Lo ammetto: la meditazione sul respiro non ha mai funzionato molto bene per me, e forse questo è stato uno dei motivi per cui abbandonerò poi questa Pratica, e il Sangha di Thich Nhat Hanh (pur portando in me i suoi insegnamenti): tuttavia, qui la proposta andava davvero oltre, nellaq sua bellezza.

Alla fine del libro, c’erano degli indirizzi e dei contatti, per chi volesse approfondire. Ho deciso di chiamare il numero indicato, e sono stato richiamato poco dopo.

Il mio percorso in questa Tradizione è iniziato così, verso gli inizi del 2004, nella zona di Lecco, dove c’era un Centro di Pratica, in un Centro Yoga a Barzanò. Quel luogo mi ha poi visto diverse altre volte, e non solo per questa Pratica. Tuttavia, i momenti di questa Pratica sono stati sicuramente tra i più belli.

I momenti abituali erano le cosiddette “Serate di Sangha”, vale a dire quelle serate in cui il Gruppo si ritrovava, per un incontro il cui schema era sempre quello: un canto iniziale, un momento di meditazione seduta, poi di meditazione camminata, una lettura legata alla Tradizione di Thich Nhat Hanh (in linea di massima avrebbe potuto essere qualsiasi lettura spirituale: tuttavia, si è poi deciso di “restringere il campo” alla Scuola di Thich Nhat Hanh) , la condivisione, e poi la fine della Pratica.

Talvolta, si aggiungeva qualche Pratica di altro tipo.

La serata era quindi semplice, con uno schema fisso. Tuttavia, dentro questo Schema trovava posto davvero la più profonda bellezza. La Meditazione Seduta era accompagnata da quelle che si chiamavano le “Gatha”, vale a dire delle frasi che chi conduceva la meditazione declamava, cadenzandole col respiro. Ad esempio: “Inspirando mi sento come un fiore, espirando mi sento fresco”. Mentalmente, si ripeteva “Fiore” inspirando, e “Fresco” espirando.

Queste Gatha arrivavano anche a toccare i più profondi concetti dell’esistenza. Ad esempio: “Inspirando vedo la morte del mio corpo, espirando sorrido alla morte del mio corpo”.

Il tutto era scandito dal suono della campanella, che era, per questo Maestro, un modo per riportare le persone alla Consapevolezza. Il suono della campana aveva proprio lo scopo di riportare al momento presente: quel momento che, come diceva il Maestro, era il vero “Momento Meraviglioso”.

Diverse sono le Pratiche che il Maestro aveva proposto: una delle più belle è il “toccare la terra”. Si tocca materialmente la terra, al comando di una voce guida, riconnettendosi con quello che siamo, e lasciando andare l’idea della nostra limitatezza.

Anche questa è essenza del Buddhismo: la “Non nascita” e “non morte”. E questo segna una demarcazione importante, ad esempio, con il Cattolicesimo, dove siamo nati e non moriremo. Qui si va ancora oltre: noi non siamo mai nati, e non siamo mai morti. Tutto quello che esiste sono solo delle manifestazioni. Come lo stesso maestro ricordava, non c’è nascita e non c’è morte: c’è solo trasformazione. La morte è solo la fine di una manifestazione, per poi andare verso una nuova manifestazione.

Ricordo qui una frase bellissima presente all’”Intersein Zentrum”, uno dei Centri più importanti in questa Tradizione, situato in Germania, in Foresta Bavarese. Qui, in tedesco, appariva la frase: “Tu non sei una creazione, tu sei una manifestazione”. Noi siamo solo manifestazione di altro, e la nostra essenza passa da una manifestazione all’altra. In fondo, nulla si crea e nulla si distrugge, ed esiste solo trasformazione. Non si nasce e non si muore, ma si passano soltanto cicli di trasformazione.

Una delle poesie più belle di questo Maestro recitava infatti: “Questo corpo non è me, io non sono prigioniero di questo corpo, io sono vita senza confini, non sono mai nato e non sono mai morto”.

Questa idea di essere “vita senza confini” rimane impressa: una vita che muta, che cambia, che si trasforma, ma che non finisce: solo, cambia aspetto.

Anche questa è uno degli insegnamenti essenziali della Filosofia Buddhista: un insegnamento che, qui, viene posto in maniera mirabilmente diretta, semplice, immediata.

Thich Nhat Hanh è stato anche creatore di un Ordine Buddhista: quello dell’Interessere. Interessere,  che vuol dire “Interdipendenza”, è anche il nome del citato Centro in Germania (“Intersein Zentrum” vuol dire, appunto, “Centro dell’Interessere”). L’interdipendenza è un altro dei capisaldi del Buddhismo. I cosiddetti “Tre sigilli del Dharma” sono infatti impermanenza, Non Sé e Nirvana.

L’impermanenza significa che nulla è per sempre, e che tutto cambia davvero in continuazione.

Lo stesso Dalai Lama aveva affermato che la sofferenza non deriva dal cambiamento, ma dalla resistenza al cambiamento. Quando si accetta che le cose cambiano, e si lascia andare il passato, la sofferenza ci abbandona. Come sempre, il “lasciar fluire” è la base della Pratica Spirituale: in fondo, l’ancorarsi al passato è l’altra faccia del “trattenere”.

Il “Non sé” è la considerazione che ogni cosa è composta da tutto: lo stesso Thich Nhat Hanh faceva notare che, se osserviamo una rosa, questa è fatta da tutto il resto: la rosa contiene il giardiniere che l’ha coltivata, il vento, la pioggia, il sole e così via.

Questo veniva sintetizzato nell’affermare che ogni cosa è “vuota di un sé separato”, ma piena di tutto il resto. È il concetto di “Vacuità”, uno dei concetti base del Buddhismo di tutte le Tradizioni. Il suo collegamento con l’aspetto Scientifico Matematico è evidente agli addetti ai lavori: per il momento non ne parlo, riservandomi di farlo in un prossimo articolo.

Al termine, all’apice di tutto, c’è il Nirvana, che in termini Buddhisti vuol dire “Estinzione delle Idee”, vale a dire la fusione del singolo nel tutto, la liberazione, il superamento del dualismo e degli opposti, la pienezza.

Tornando all’Ordine fondato da Thich Nhat Hanh, questo aveva, su tutti, una particolarità, che ne denota unicità: al suo interno, infatti, trovano posto non solo monaci, ma anche laici, le cosiddette “Giacche Marroni”. Si tratta di quelle persone che, durante i ritiri, vestono la giacca marrone dei monaci, pur essendo laici ed avendo una vita assolutamente normale.

L’entrata nell’Ordine si ottiene, previa richiesta, durante particolari cerimonie, mediante la trasmissione di quelli che vengono definiti: “I 14 Addestramenti alla Consapevolezza”.

Nella Tradizione di questo Maestro esiste un’altra “trasmissione”: quella dei 5 addestramenti alla Consapevolezza. Anche questi vengono “trasmessi” durante una Cerimonia. Riceverli significa, usando le parole di questo Gruppo, “entrare nella corrente”. Insomma: è un “suggello” che dice che si sta praticando.

Io li avevo ricevuti proprio a Ostia, in quel 2005. è stata una bellissima emozione, anche se ora appare, lo ammetto, piuttosto lontana. Tuttavia, come dicevo, nella Dimensione Assoluta il Tempo non esiste. E quella cerimonia è ancora dentro di me, e tra le pieghe del tempo-non tempo mi giunge, ancora. In fondo, basta un istante per entrare nel non tempo, o nel tempo dei ricordi, e portarli qui, come se fossero ancora vivi, in noi.

Proprio partendo da questo è bello ricordare altri momenti davvero importanti in questa Tradizione: i ritiri. In questi momenti si aveva la possibilità di vivere tutto quanto si era vissuto durante gli incontri di Sangha, ma in maniera amplificata. Davvero, in quei momenti, si “staccava” dalla quotidianità per immergersi nel Dharma Buddhista più autentico, e toccarne l’essenza.

I ritiri, nella zona d’Italia in cui vivevo, e tutt’ora vivo (in fondo mi sono spostato di non così tanto, rimanendo sempre in Lombardia), si tenevano nel Centro “Pian dei Ciliegi”. Il luogo è situato sui Colli Piacentini: si tratta di località dove il tempo pare essersi fermato, e dove le atmosfere appaiono davvero sospese, in questi luoghi a tratti quasi disabitati, dove il sapore del passato si fonde con il divenire. L’ubicazione perfetto per un Centro di Pratica Spirituale. Che, in quel caso, era prevalentemente di Meditazione Vipassana, legata alla citata Tradizione Theravada, quella più antica, e in particolare agli insegnamenti del Maestro Malese Bhante Sujiva.

In questo luogo, davvero fuori dalle percezioni ordinarie, i ritiri assumevano un sapore quasi magico, che portava dentro di noi, e, simultaneamente, in contatto con gli altri. Duravano poco più di una giornata: dal sabato pomeriggio alla domenica pomeriggio. Tuttavia, quelle ore erano sufficienti per gustare appieno la pratica, dove ogni momento diveniva meditazione.

Eh sì, perché un altro cardine di questa pratica è proprio questo: far diventare meditazione ogni istante della giornata, anche quelli più frenetici. Per questo motivo, dorante il citato ritiro di Roma, era stata praticata anche la Meditazione Camminata veloce: durante la quotidianità, spesso, non possiamo permetterci di rallentare, e riuscire a rimanere consapevoli di ogni istante anche quando il ritmo sale, senza essere travolti dal vortice degli eventi, è spesso fondamentale.

Nei ritiri di Pian  dei Ciliegi si imparava a meditare su ogni cosa: compreso il cibo, dove la cena, e il pranzo, letti gli “addestramenti alla consapevolezza” (gli stessi citati poco fa), diventava un momento di contatto con noi stessi, e dove il cibo diventava un prolungamento di quello che siamo, legato a noi, come ogni cosa, dall’interdipendenza. In quei momenti, magari per un istante, si percepiva che nulla era separato, che tutti eravamo uno con ogni cosa attorno a noi. E che ogni singola parte è elemento di un tutto armonico, a cui quella parte è essenziale.

Parlando di ritiri, però, non posso non menzionare un momento davvero unico da me vissuto in quella Tradizione: vale a dire il mese di permanenza presso il citato “Intersein Zentrum”, nella Foresta Bavarese.

Era parecchio tempo che volevo fare quell’esperienza. La molla che ha fatto scattare la mia partenza sono stati degli eventi che mi hanno fatto percepire una sorta di “rottura” con la realtà in cui vivevo.

Come il regista tedesco Wim Wenders mostrava, il viaggio comincia proprio da una rottura interiore. In questo caso, il viaggio è però stato il modo di gustare appieno un luogo stupendo, per un’esperienza indimenticabile, dove, in quei giorni (dal 20 settembre al 18 ottobre 2006), ho potuto gustare appieno la vita di un Sangha residente, partecipando ai suoi momenti, vivendo quasi in un “Monastero Laico”.

Forse avrei potuto prolungare la mia permanenza oltre quel termine; forse, addirittura, avrei potuto non tornare: in fondo, in quella parte d’Europa mi trovavo davvero molto bene, anche come affinità culturale.

Il mio ritorno, devo ammetterlo a lungo rimandato, ha portato però qualcosa di inaspettato: invece che immergermi ancora di più in questa Pratica, me ne sono quasi allontanato, e forse in maniera nemmeno così graduale.

I motivi, dopo oltre 15 anni, ancora non mi sono del tutto chiari: forse percepivo, malgrado tutto, una non affinità, come detto all’inizio, con la meditazione sul respiro, che, lo ammetto, non mi donava tranquillità, ma una vaga ansia.

Leggere nella mente è comunque difficile: noi stessi non ci conosciamo al meglio. Forse, semplicemente, dopo avere toccato l’”apice” di qualcosa, e in quei giorni l’avevo toccato, può iniziare una sorta di “fase discendente”. Insomma: toccato l’apice di un’esperienza, qualsiasi modello di questa ne è un modello imperfetto.

Oppure, semplicemente, qualsiasi cosa è impermanente, ed è destinata a terminare. E, per me, è successo proprio così: la mia frequentazione degli incontri è terminata.

Tuttavia, come credo di sia potuto capire, questo Maestro rimane in me ancora come qualcosa di davvero bello e luminoso. I suoi insegnamenti, la sua capacità di rendere immediato quello che magari richiederebbe complesse riflessioni e analisi, la sua capacità di andare “al cuore” dell’Insegnamento Buddhista, non può non rimanere dentro di me, in questo momento.

È bellissimo, ora, ricordarlo. Anche se avviene in un momento triste: il suo abbandono del Corpo Fisico. Tuttavia, già ormai da diversai anni, dopo l’ictus che l’aveva colpito nel 2014, aveva abbandonato gli insegnamenti, e si era ritirato nel “suo” Vietnam.

E poi, come ormai si è capito, nulla nasce e nulla muore. Di Thich Nhat Hanh è terminata la manifestazione fisica. Il suo Dharma, ciò che ci ha donato, i suoi numerosi libri e scritti, continuano a vivere, e sono fruibili in ogni istante, da chi lo desidera.

La sua figura, mite, non austera, ma irradiante lo sguardo della Compassione, è ancora tra noi: basta cercarla nel nostro cuore, e non può non apparire, tra le luci della bellezza, nella parte di noi dove i rumori del divenire si acquietano, e dove solo profonda armonia dimora.

E, grazie a questa figura luminosa che in noi non può non troneggiare, anche il divenire assume un significato diverso: assume i colori dell’interdipendenza, della non separazione.

I grande Maestri non muoiono mai: anzi, la scomparsa fisica ne accresce la forza, perché li pone direttamente nella “dimensione assoluta”, dove Tempo e Spazio non esistono, e dove tutto è davvero uno.

E così sarà per questo grande Maestro: il suo insegnamento, la sua figura, il suo messaggio, rimarranno in noi, e saranno sempre un importante riferimento per le nostre vite.

In ricordo di una figura, quella di Thich Nhat Hanh, che ha segnato il passo per qualcosa di davvero meraviglioso. Che non potrà mai svanire.

Riferimenti:

Il principale riferimento italiano per la Pratica nella Tradizione di Thich Nhat Hanh è l’Associazione “Essere Pace”. Al suo interno, oltre a tutte le informazioni sulla Pratica, anche l’enelco dei  gruppi che praticano in questa tradizione, e i riferimenti per entrarne in contatto. Il sito web dell’Associazione è:

Per capire cosa è il Sangha secondo Thich Nhat Hanh, e quale è la sua funzione, si può leggere l’articolo all’indirizzo:

Il principale Centro di Pratica in questa Tradizione in Europa è “Plum Village”, A Meyrac, in Francia, dove  Thich Nhat Hanh ha vissuto sino al 2018. Il suo sito web è all’indirizzo:
https://plumvillage.org/it/

Un altro centro importante in questa Tradizione è il citato “Intersein Zentrum”, in Germania, a Hohenau, nella Foresta Bavarese. Nei ritiri internazionali gli insegnamenti sono disponibili anche in Lingua Italiana. Il suo Sito Web è:
https://www.intersein-zentrum.de/

Il Centro Italiano di riferimento è il Centro “Avalokita”, situato nel Comune di Castelli (Teramo).
Il suo sito web è:

I libri di Thich Nhat Hanh sono tutti di grande interesse. Oltre al citato “Spegni il Fuoco della Rabbia”, consiglio, per una panoramica sulla Psicologia Buddhista, il sempre citato “La Via della Trasformazione”.

Bellissimo è anche “Libero ovunque tu sia”, dove si comprende che la libertà è qualcosa dentro di noi, e non fuori: il libro, infatti, è il frutto di una serie di incontri che Thich Nhat Hanh ha tenuto ai detenuti di Istituti Penitenziari Statunitensi. 

Per chi vuole conoscere più a fondo la Filosofia Buddhista, oltre al libro citato sopra, consiglio “Il Cuore dell’Insegnamento del Buddha”: qui il Maestro Zen riesce davvero a gettare una panoramica sull’insegnamento Buddhista, andandone alla radice, e facendo comprendere il vero messaggio del Buddha.

Infine, “Vita di Siddhartha il Buddha” presenta una vita del Buddha davvero interessante, nelle sue sfumature, facendo capire il valore della sua opera di divulgazione.

Se ci si vuole affidare a consigli su quali libro di Thich Nhat Hanh leggere (più legati, però, alle classifiche di vendita), si può andare su:

https://www.classifichelibri.it/index.php?autore=Thich+Nhat+Hanh

https://www.libritop.it/thich-nhat-hanh

per chi legge in Lingua Inglese (la lingua in cui Thich Nhat Hanh ha scritto i suoi libri), interessanti i consigli di Plum Village all’indirizzo:

Tutti i libri indicati, comunque, si trovano anche in italiano.

***Immagine di copertina da VietnamPlus
 

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Gli Scomunicati è una testata giornalistica fondata nel 2006 dalla giornalista Emilia Urso Anfuso, totalmente autofinanziata. Non riceve proventi pubblici e non ha mai ricevuto finanziamenti privati fino al Marzo del 2023.

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