Animali razionali?

Animali razionali?

Di Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… ipotesi.

È celebre la definizione che il filosofo greco Aristotele fornisce dell’uomo: animale razionale.

Egli concepisce la ragione come la capacità di svolgere correttamente deduzioni di tipo sillogistico, sulla base di alcune premesse. Essa si distingue dall’intelletto, che coglie intuitivamente i fondamenti primi delle scienze, senza avvalersi di passaggi discorsivi. In seguito, sia i filosofi neoplatonici sia Sant’Agostino subordinano la ragione all’intelletto, proprio perché la prima è una conoscenza discorsiva, dunque inferiore alla conoscenza puramente intuitiva del secondo.

Per Thomas Aquinas, Dio conosce solo intuitivamente, senza conquistare le verità una alla volta. Dio non utilizza i ragionamenti. Per San Tommaso la separazione dei due campi (ragione e fede) non implica un rapporto di opposizione, perché la fede soccorre laddove la ragione umana, limitata e finita, non può giungere. Ragione e fede hanno dunque ciascuna il proprio ambito.

Ciò non significa che le verità dimostrate dalla ragione possano essere in contraddizione con quelle proposte dalla fede.

Nella filosofia moderna, la ragione è concepita in stretta aderenza ai nuovi problemi della teoria della conoscenza (gnoseologia). In particolare, il rapporto tra ragione e intelletto viene inteso in due modi: tra essi non vi è alcuna differenza, cosicché si tratta di due termini diversi che designano lo stesso oggetto; oppure si sostiene che intelletto e ragione siano termini specifici che hanno contenuti concettuali diversi fra loro.

In questo ultimo caso, si tratterà allora di stabilire quale tra i due debba avere la priorità sull’altro. Il massimo esponente della prima posizione è Cartesio, il quale considera l’intelletto e la ragione come espressioni generiche riferibili all’attività del pensiero. Secondo questa prospettiva, non esiste un’ipotetica facoltà dell’intelletto e una della ragione, ma, al contrario, esiste solamente una più generale facoltà del pensare, la quale potrà essere ora appellata ragione, ora intelletto, ora coscienza. In questo caso, l’unico elemento di specificità riconoscibile è che questa facoltà è esclusivamente umana, ed è anzi ciò che contraddistingue il nostro genere da quello animale.

Solo l’Homo sapiens sapiens, infatti, può esercitare il pensiero.

Un’importante conseguenza derivante dall’identificazione di ragione e intelletto è l’impossibilità di distinguere nettamente la funzione conoscitiva da quella pratico-morale, poiché sarà la stessa facoltà del pensare che ora si applica all’ambito teoretico, ora a quello pratico. Cartesio identifica quindi la ragione con il buon senso, per natura uguale in tutti gli uomini, e la definisce come capacità di giudicare e di distinguere il vero dal falso. Questa posizione è sostanzialmente condivisa da Hobbes, da Locke e da Hume, mentre Spinoza se ne allontana.

Sulla base di questa brevissima sintesi concettuale, penso che appaiano relativamente evidenti le conseguenze riflessive sulla nostra politica, mondiale e nazionale.

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