Trasmettere cosa?

Trasmettere cosa?

Di Alessandro Bertirotti

È tutta questione di… prospettiva.

Ho avuto modo di scrivere su quanto sia importante, per una società o gruppo etnico, organizzare al proprio interno un buon livello di integrazione socio-culturale.

Uno dei meccanismi utilizzati da tutte le culture finora studiate e conosciute è quello della trasmissione culturale, ossia la tendenza a rimanere simile a se stessi da una generazione all’altra.

La questione della trasmissione culturale è direttamente connessa alla possibilità che ogni essere umano possa adottare, durante il processo evolutivo, qualsiasi stile di vita futuro: non esiste in effetti questa possibilità, poiché anche nella trasmissione culturale risiede il germe cognitivo delle nostre scelte future. Ho utilizzato il corsivo per il termine “qualsiasi” perché non è in effetti possibile adottare uno stile di vita che non sia comunque ed in qualche modo accettato dalla cultura di appartenenza.

La “formazione” di ogni individuo non è frutto di libere scelte educative, né frutto di un pensiero autonomo dell’educando. Ogni forma di educazione, o pedagogia alternativa, è sempre una “violenza sull’individuo”, ed è connaturata allo stesso concetto di educazione.

Boris Porena rende bene questo paradosso epistemologico: “Pedagogia = guida del fanciullo acciocché diventi ciò che siamo noi (ciò che sono i migliori di noi), accetti come sua la nostra società, conosca, esperisca e scelga secondo le nostre modalità di conoscenza, esperienza e scelta, viva in sostanza una vita il più possibile simile alla nostra o a quella che avremmo voluto vivere. Il momento conservativo tende a farsi momento repressivo” (Porena B., 1975, Musica/Società. Inquisizioni musicali, Einaudi Editore, Torino).

Quindi la crescita di ogni essere vivente è, sia in senso strettamente biologico sia in quello culturale, eterodiretta e non può essere altrimenti. Si acquisiscono e si sussumono modelli culturali specifici e tipici, perché si ritiene siano adatti alle diverse situazioni culturalmente apprese e, aspetto oltremodo importante, prevedibili. Un discreto grado di cognizione sulla prevedibilità è fondamentale al mantenimento sia dello status quo, che salvaguarda la trasmissione culturale, sia delle azioni legittime e rivolte alla programmazione progettuale dell’intera cultura.

Ecco, proprio sulla base di queste significative considerazioni (mi riferisco a quelle di Boris Porena, ovviamente…), penso dovremmo riflettere sui tempi attuali; sulla crisi pandemica, come vera e propria occasione, per valutare attentamente il nostro passato, in vista del futuro dei nostri figli.

E questa valutazione necessariamente prevede di considerare ciò che intendiamo per progressoinnovazione e conservazione.

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