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Recensione: 'La parte migliore di me' - Roma, Teatro San paolo

Recensione: 'La parte migliore di me' - Roma, Teatro San paolo
Autore: Recensione della nostra inviata Susanna Schivardi
Data: 14/11/2017 07:13:02

Dall’8 al 12 novembre al Teatro San Paolo uno spettacolo, La Parte migliore di me di Francesca Detti e Andrea Gambuzza, porta in scena un tema molto attuale come quello dei padri separati, condizione avvilente e generalizzata e fin troppo banalizzata perché troppo complessa da comprendere e analizzare senza coinvolgimento delle parti.

Le due realtà che si confrontano sul palcoscenico sono il mondo di un’assistente sociale al suo primo incarico e un giovane padre separato e vessato dalle cattiverie della ex moglie che lo ostacola nella normale frequentazione del figlio, arrivando al gesto distruttivo di gettare il cellulare che il padre gli ha regalato per parlare direttamente con lui, senza passare per la madre che regolarmente interrompe le comunicazioni.

Dopo lunga documentazione da parte degli autori presso associazioni di padri separati per raccontare verosimilmente l’iter giuridico di situazioni tanto complicate, il risultato delle performance dei due attori Ilaria Di Luca e Andrea Gambuzza buca la platea e arriva direttamente al cuore. In un dialogo serrato dove la comicità sottile lascia il passo anche alla serietà dell’argomento, per non cadere nella macchietta ma nemmeno trascinare il pubblico in una facile autocommiserazione, la narrazione di appena un’ora non annoia e coinvolge serenamente verso un finale luminoso. Il tratteggio dei personaggi, un giovane che ha perso il lavoro e anche il rispetto della ex moglie che per questo lo lascia.

L’assistente sociale integerrima che erroneamente teme che il padre faccia violenza sul figlio, per un equivoco nato da un disegno del piccolo che proprio alla fine svelerà il giro malavitoso in cui il padre separato, ingenuamente, si incastra. Ne emerge una realtà complessa, vivida e piena di sentimento dove si svela un bisogno che accomuna gli esseri umani nella loro fragilità, il bisogno di essere ascoltati, compresi e accolti.

Le luci di Lucio Diana e gli ambienti sonori di Giorgio De Santis completano la scenografia scarna di un monolocale male arredato, sciatto e claustrofobico come lo sono alcune esistenze. In un susseguirsi di scene accompagnate dalla musica che prende per mano lo spettatore e lo conforta, senza sostituirsi mai al testo, il finale è brillante e lascia spazio ad una sana riflessione. 


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